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PIANO DI AIUTI 9 Marzo Mar 2015 1626 09 marzo 2015

Quantitative easing, 7 grattacapi per Mario Draghi

Pochi soldi e poco tempo. Troppe ambizioni. Singoli Stati con diverse inflazioni. Rebus banche. Incognita domanda interna. Perché l'acquisto di bond può fallire.

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A inizio 2015 un sondaggio effettuato dal Financial Times tra gli operatori di mercato gelò le aspettative dei governi sul buon esito del Quantitative easing (Qe).
SCETTICISMO INZIALE. A poche ore dalla partenza del programma espansivo della Banca centrale europea (Bce) fa un certo effetto rileggerne i risulati: oltre la metà degli intervistati rispose che il piano Draghi avrebbe funzionato «ma solamente sui mercati finanziari».


Ancora più pessimista il 20% del campione. Tanto da sentenziare: «Si limiterà soltanto ad aumentare l'inflazione».
UNA MINORANZA È OTTIMISTA. In definitiva soltanto una parte esigua del panel - il 5% - si era detta convinta che avrebbe «stimolato sia l'inflazione sia la crescita».
La risposta delle Borse finisce però per dare ragione al 25% degli intervistati: «Gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce non porteranno alcun effetto».

1. Spendere 1.140 miliardi da qui al 2016? Pochi soldi e poco tempo

Mario Draghi è pronto a spendere da qui al settembre 2016 1.140 miliardi di euro per acquistare titoli di Stato emessi dagli Stati membri, bond delle istituzioni finanziare europee (come la Bei, Banca europea per gli investimenti), collaterali legati a cartolarizzazioni di mutui e prestiti inesigibili.
Secondo alcuni operatori sia il quantum sia l’orizzonte temporale dell’operazione sono insufficienti.
LA FED NE HA INVESTITI 4 MILA IN SEI ANNI. Per fare un semplice raffronto, la Federal reserve (Fed) in America ha investito in sei anni 4.400 miliardi di dollari prima di riuscire a rimettere in piedi il Paese, che ha ancora qualche problema di inflazione e disoccupazione.

2. Solo 18 mesi per riportare l'inflazione al 2%? Troppo ottimismo

Allo stesso modo c’è chi accusa la Bce di troppo ottimismo sui target d’inflazione.
Draghi si è dato 18 mesi per riportarla al 2%, cioè alla soglia di guardia prevista per statuto da Francoforte.
LA BANK OF JAPAN HA CHIESTO PIÙ TEMPO. Nonostante tre allentamenti monetari fatti in tre anni e un esborso di 12 mila miliardi di dollari, la Bank of Japan ha chiesto più tempo per riallineare il caro vita.

3. Se i singoli Stati reagissero diversamente? Rischio discriminazioni

Se non bastasse, la Bce non ha ancora chiarito come ha intenzione di comportarsi di fronte al diverso livello di reazione dei singoli Stati: cosa succede, per esempio, se l’inflazione torna al 2% in Portogallo e Olanda e invece resta sotto il tetto minimo in Italia o in Germania?
Draghi, finora, ha soltanto promesso che si continuerà a comprare titoli fino a quando non la deflazione non verrà spazzata via.
EFFETTO DUMPING BENEDETTO DALLA BCE. Peccato però che in questo modo si rischia di rifinanziare alcune economie dell’area a scapito di altre, con un dumping (vendita di beni o servizi su un mercato estero a un prezzo più basso rispetto a quello sul mercato di origine) benedetto dalla Bce.

4. Se non si accelera su impieghi e mutui? Liquidità inutile

Da tempo Pier Carlo Padoan denuncia che in Italia esiste un problema di “trasmissione”: le nostre banche fanno fatica a utilizzare l’alta liquidità messa a disposizione dalla Bce per aumentare l’entità dei prestiti a famiglie e imprese.
La giustificazione del settore è che è difficile farlo con uno stock di sofferenze (prestiti inesigibili, incagli...) superiore a 180 miliardi di euro.
IN EUROPA SI RAFFORZA IL CAPITALE. Ma lo stesso sta accadendo in gran parte d’Europa.
Questo perché le banche del Vecchio Continente, soprattutto dopo il passaggio delle attività di vigilanza dalle autorità nazionali alla Bce, hanno guardato soltanto al rafforzamento del capitale, mentre in America i loro colleghi hanno accelerato su impieghi e mutui.
Ed è anche per questo se Oltreoceano il Quantitative easing della Fed ha avuto risultati migliori.
SENZA UNA RIPRESA EFFETTI SCARSI. Così c’è il timore che, in Italia, senza una vera ripresa della domanda interna e una crescita del perimetro delle imprese esportatrici resti bassa la richiesta di denaro alle banche.
Con il risultato che gli istituti usino i soldi garantiti da Francoforte per completare la propria ristrutturazione finanziaria.
GIÀ 305 MILIARDI, MA NIENTE BENEFICI. È già successo con la liquidità concessa in questi anni dalla Banca centrale: la Cgia di Mestre ha calcolato che dal 2010 sono piovuti sull’Italia circa 305 miliardi, senza però far registrare benefici per la clientela.
Se accadesse anche questa volta, il Qe si sarebbe ridotto a una semplice partita di giro: nello scorso triennio la Bce ha finanziato le banche con i programmi Ltro per comprare titoli di Stato; adesso ricompra da loro, e a un prezzo più alto di quello di mercati, quegli stessi titoli.

5. Se la domanda interna non aumenta? Ne beneficia solo il 10% più ricco

La strategia di Mario Draghi è allo stesso tempo semplice e ambiziosa.
Rastrellando bond pubblici, il governatore vuole alleggerire le banche commerciali dal compito di sostenere il debito sovrano dei rispettivi Paesi di appartenenza.
Comprando collaterali dagli stessi istituti, vuole abbassare il peso delle sofferenze bancarie.
In questo modo il banchiere italiano spiega di riattivare la dinamica dei prestiti a imprese e famiglie, nella speranza che questi soldi si tramutino in investimenti (basilari per creare nuovi posti di lavoro) e consumi per spingere la domanda interna.
PROPENSIONI AI CONSUMI DIFFERENZIATE. Questo in teoria, perché in pratica bisogna fare i conti con la propensione ai consumi delle singole nazioni.
Alberto Gallo, a capo degli analisti di Royal Bank of Scotland, ha fatto notare che un meccanismo del genere ha risultati soltanto nei Paesi dove la ricchezza è maggiormente legata alla rivalutazione degli asset finanziari e immobiliari.
Risultato? «A beneficiarne sarebbe solamente il 10% più ricco della popolazione, che incrementerebbe di poco i suoi consumi».
CI GUADAGNA SOPRATTUTTO LA GERMANIA. In quest’ottica il Quantitative easing avrebbe maggiore efficacia in Germania, dove il 50% delle famiglie meno ricche spenderebbe quasi il 35% in più, mentre in Italia si registrerebbe una crescita dimezzata (18%), stessa percentuale della Francia.
Inutile dirlo, fanalino di coda sarà la Grecia, con una crescita dei consumi di poco superiore al 10%.

6. Troppa prudenza sulla condivisione dei rischi? Europa frammentata

Le pressioni del club della Tripla A (Germania e affini) ha spinto Draghi ad abbassare il grado di condivisione dei rischi sui titoli acquistati in capo alla Bce: soltanto il 20% delle minusvalenze intaccheranno il ricco bilancio dell’Eurotower.
Ma tutta questa prudenza potrebbe avere effetti politici devastanti sull’area.
Infatti adesso il sistema finanziario appare ulteriormente frammentato e disomogeneo agli operatori.
Senza contare che è stata indebolita l’indipendenza del presidente della Bce.
I PAESI POTREBBERO NON FARE RIFORME. Sempre sul versante politico, l’assenza di reali paletti sulla qualità dei titoli da comprare (saranno acquistati anche i bond greci se Tsipras firma un nuovo memorandum con la Troika) potrebbe dare adito alle pretese di alcuni governi di rifinanziarsi senza fare le riforme necessarie in termini di spesa e di liberalizzazioni.

7. Se le banche tenessero i soldi in bilancio? Spettro bolla come nel 2007

I due falchi-gufi per eccellenza, Wolfgang Schäuble (ministro delle Finanze tedesco) e Jens Weidmann (presidente della Bundesbank, la Banca centrale tedesca), ripetono da tempo che «in Europa c’è già troppa liquidità in circolazione».
Per completezza d’informazione, va detto che i due hanno usato quest’argomentazione per provare a bloccare i piani di Draghi.
AZIONI E MUTUI ALLE STELLE. Eppure che cosa succederà se le banche, dopo aver venduto in bond in pancia, tenessero in bilancio quanto incassato?
Potrebbe accadere che, non potendo depositare questi fondi presso l’Eurotower (i tassi sono negativi), gli istituti finirebbero per investirli nell’azionariato o in prodotti finanziari legati all’immobiliare, portando alle stelle i prezzi di azioni e mutui.
E con le quotazioni superiori ai fondamentali si ritornerebbe al 2007, quando scoppiò la più grande bolla finanziaria dell’era contemporanea.

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