Economia 10 Marzo Mar 2015 1117 10 marzo 2015

L’Italia di Renzi: la luce è accesa

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Matteo Renzi
L’Italia sta tornando a crescere. Lo afferma la logica dei fattori macroeconomici in campo, lo confermano le prime statistiche che cambiano verso; lo ratificano gli operatori economici che verificano in diretta l’inversione del ciclo e il cambiamento degli umori. La spinta alla domanda aggregata arriva da potenti fattori di portata globale: cambio, costo del credito e materie prime. I primi due già visibilmente acquisiti, in particolare il clamoroso crollo dei tassi d’interesse. E qui bisogna ringraziare la Bce. Il terzo è più aleatorio ma altrettanto efficace. Sono elementi di un circuito virtuoso che potrebbe aggiungere alla crescita del Pil qualcosa tra l’1 e il 2% oltre i livelli previsti in precedenza. Banalizzando complesse simulazioni econometriche, che spesso si rivelano sballate, ma questa volta basta il buon senso per crederci. GLI INDIZI DEL CAMBIO DI MARCIA. I primi indizi del cambio di marcia sono quelli dei numeri, dalla produzione alle assunzioni, ma la conferma arriva da manager e imprenditori più abituati di altri a cogliere i segnali in tempo reale. Tra i tanti Carlo Messina, amministratore delegato di Banca Intesa e Sergio Marchionne. Il primo segnala la ripresa della domanda di credito da parte delle imprese più competitive, garanzia di maggiori investimenti dietro l’angolo. Il secondo è tornato ad assumere in Italia e, dopo anni di attesa, “chiama” la ripresa di un mercato il cui contributo al Pil, dal 2007 al 2013 è precipitato dall’11,7% al 7,8%. Manna dal cielo per il Presidente del Consiglio, uomo fortunato senza dubbio, al quale però, non possono essere negati altri meriti. E’ stato in primo luogo il disinvolto e spericolato mattatore della scena politica, dalle elezioni europee a quelle del Presidente della Repubblica, asfaltando il centro destra, limitando   i danni delle opposizioni interne, sgonfiando il M5S di Grillo. Una spregiudicatezza che ha portato qualche risultato.

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan IL TANDEM RENZI-PADOAN. Nel campo della politica economica l’accoppiata Renzi- Padoan ha ottenuto l’indiscutibile successo di aver varato  una legge di stabilità, opinabile quanto si vuole, ma almeno non recessiva come tutte le precedenti. Con vantaggi per imprese e famiglie (riduzione dell’Irap, pagamento dei debiti della PA, 80 euro di bonus fiscale) e un pizzico di demagogia di sinistra (le bastonate sulle “rendite finanziarie”, le nuove assunzioni promesse nella scuola). Un provvedimento che ha ottenuto il via libera di Bruxelles sulla base di   una maggiore flessibilità interpretativa delle regole europee, testardamente cercata e infine ottenuta.   Non poca cosa rispetto al passato anche recente dei rapporti con le autorità europee, sempre in bilico tra opportunistica furbizia e sottomissione. Nel frattempo lo scenario di finanza pubblica, sempre imprigionata dalle maglie regolamentari europee, si fa  meno cupo. Valgono qualche manciata di miliardi sia il risparmio   sugli interessi del debito, che i proventi derivanti dal rientro dei capitali illegalmente detenuti all’estero. Altra   iniziativa finalizzata da questo esecutivo.

Successo per la riforma del Jobs act LE RIFORME. Ma sono le riforme il parametro per misurare i risultati dell’esecutivo. Continuamente evocate dai burocrati europei, sono state il feticcio di Monti, l’incubo di Letta, la clava di Renzi, che le usa per “cambiare verso” al paese e per ottenere la benevola considerazione di Bruxelles. Secondo l’Ocse quelle avviate o in corso valgono un contributo alla crescita del Pil potenziale del sei per cento in dieci anni. L’“uomo solo al comando”, che pretende di opporsi al perenne ostruzionismo parlamentare, si è accanito in   particolare, su tre questioni da sempre intrattabili: assetti istituzionali e riforma elettorale, giustizia, e mercato del lavoro. Temi di cui si sproloquia dagli anni della triade Craxi, Andreotti, Forlani. Il metodo politico utilizzato è stato quello, disinvolto e sbrigativo, delle maggioranze variabili. SUCCESSO PER IL JOBS ACT. I risultati sono inevitabilmente discutibili e parziali, tranne che per il Job Act, dove il successo è stato evidente. Altri progetti sono in itinere, come quello della riforma delle  banche popolari. Con la parallela creazione di una bad bank di sistema,  si completerebbe la normalizzazione del sistema bancario, dopo le grandi pulizie degli ultimi anni. Quello della disponibilità del credito è un ulteriore tassello per abilitare la ripresa. C’è molto altro al fuoco,  dalla sempre attesa semplificazione fiscale, alla banda larga e così via, in una girandola senza fine   di nuovi stimoli e iniziative, a volte inevitabilmente velleitarie. Ma il principale merito di Matteo Renzi è stato quello di combattere con strenua determinazione una interminabile guerra quotidiana contro la sfiducia. Solo rianimando gli spiriti animali degli imprenditori e   le speranze di un ceto medio impaurito e debilitato, possiamo aspettarci di passare dagli “zero virgola”-  i vari   contributi dei fattori esogeni - a una ripresa più visibile e duratura. E su questo fronte, Renzi è imbattibile.

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