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ECONOMIA 11 Marzo Mar 2015 1649 11 marzo 2015

Cina, lo yuan lancia la sfida alla finanza globale

Pechino prepara un sistema internazionale di pagamenti. Alternativo alla Swift. La valuta è già la quinta al mondo per scambi. E non accenna a fermarsi.

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In principio è stata la manifattura, poi la logistica e l'elettronica. Adesso tocca al mercato delle valute.
Balzo dopo balzo, la Cina è pronta a prendersi la sua fetta anche della torta degli scambi finanziari internazionali. L'agenzia Reuters ha rivelato che Pechino lancerà entro l'anno il Cips, il China international payments system, un sistema volto a facilitare l'utilizzo internazionale dello yuan.
Il Cips, hanno spiegato all'agenzia fonti vicine al dossier, dovrebbe essere testato dall'autunno su 20 banche - 13 cinesi e sette sussidiarie straniere – e partire ufficialmente a dicembre. Si tratterebbe di un sistema altenativo a quello della Swift (Society for worldwide interbank financial telecommunication) che gestisce i codici di sicurezza delle transazioni finanziarie a livello globale.
LA SCALATA DELLO YUAN. Una mezza rivoluzione per un regime, quello di Pechino, che fino al 2010 non permetteva nemmeno le transazioni nella sua valuta tra imprese locali e straniere.
Da allora con la crescita a due cifre dell'economia cinese anche la sua moneta ha galoppato sul mercato internazionale.
Nel 2013 lo yuan si piazzava solo 13esimo nella classifica delle valute più utilizzate negli scambi mondiali, dietro persino alla corona svedese e quella norvegese.
IN DUE ANNI +321% DI SCAMBI. A due anni di distanza, la diffusione della moneta del Dragone è cresciuta del 321% e ora si colloca quinta dietro solo alle più balsonate: la sterlina inglese, il franco svizzero, l'euro e il dollaro americano. E la corsa, secondo la multinazionale del credito Hsbc, non si arresterà: per il 2015, hanno previsto gli analisti della banca basata a Londra, lo yuan potrebbe diventare la terza moneta a livello internazionale.
«I piani dei dirigenti cinesi sono chiari», osserva con Lettera43.it Carlo Filippini, direttore dell'Istituto di studi economico sociali per l'Asia orientale dell'università Bocconi, «come stanno costruendo una marina militare per diventare una potenza nel settore della Difesa, così stanno facendo con i pagamenti internazionali a livello della finanza».

Londra si prepara a diventare l'hub europeo della finanza cinese

Londra: veduta della City, svetta il grattacielo Gherkin.

Negli uffici della Banca centrale europea e in quelli della Swift seguono da tempo la corsa dello yuan. Nel 2014, spiegavano gli analisti di Francoforte nell'ultimo report sull'euro e lo scenario internazionale, la Banca nazionale del Popolo ha firmato numerosi accordi di compensazione per garantire il rimborso di crediti e prestiti in valuta cinese nelle piazze finanziarie estere. Negli ultimi 12 mesi accordi di questo tipo sono stati sottoscritti con la Germania, la Gran Bretagna, la Francia, il Lussemburgo, la Corea del Sud, il Qatar, il Canada e l'Australia. E poi a gennaio 2015 anche con la Tailandia e la Malesia, Paesi 'satelliti' e tasselli importanti nello scacchiere economico di Pechino. Ovviamente l'epicentro della rete finanziaria internazionale cinese sono Hong Kong e Singapore. Ma le piazze europee si sono dimostrate molto attive.
NELLA CITY IL 60% DEGLI SCAMBI. Secondo le analisi della società di consulenza Dezan Shira & Associates, il primato continentale di depositi e prestiti in valuta cinese va al Lussemburgo, dove «da febbraio 2014 sono attivi 201 istituti autorizzati nelle transazioni in yuan».
Ma già nel 2013 a Londra si sono registrati scambi commerciali nella valuta di Pechino per un volume di 3,1 miliardi di sterline al giorno, il 60% delle transazioni effettuate fuori dai confini cinesi. Gli inglesi, che dalla macchina della City ricavano il 10% della loro ricchezza nazionale, sono in pole position per non farsi scappare le nuove opportunità date dall'ingresso del Dragone nel mondo del trading.
BOND INGLESI, I PRIMI IN YUAN. A ottobre 2014 la Gran Bretagna è diventata il primo Paese a emettere i suoi buoni del Tesoro anche in yuan (oggi ci stanno pensando anche la Francia e il Lussemburgo).
L'idea di Londra è quella di ampliare la platea degli acquirenti del proprio debito, ma anche di offrire l'opportunità di acquistare titoli in una moneta su cui si possono ottenere buoni guadagni sfruttando il differenziale dei tassi di cambio. Il carry trade, cioè la speculazione sulle valute, ha fatto la fortuna di molti in periodi di cambi elevati.
UNA MONETA DESTINATA AD APPREZZARSI. La maggioranza degli operatori, spiega Filippini, è convinta che sia solo una tendenza temporanea e che nel lungo periodo la moneta cinese sia destinata a rafforzarsi.
Ma per sfruttare i tassi di cambio che possono variare di molto per singole operazioni o decisioni delle banche centrali è necessaria trasparenza. Così come per convincere le multinazionali a pagare fornitori e terzisti nella propria moneta è necessario potere assicurare uno scambio di informazioni certo e tempestivo sulle transazioni. Due fronti sui cui la Cina finora non si è dimostrata all'altezza delle sue ambizioni.

La corsa contro il dollaro: un progetto di lungo periodo

Il presidente della Cina, Xi Jinping.

Il problema sta nell'opacità del tasso di cambio della valuta cinese. Attualmente, infatti, lo yuan non è ancora una moneta completamente convertibile. Il tasso di cambio passa dalle comunicazioni e soprattutto dai silenzi della Banca del Popolo.
Il dipartimento di Stato americano ha più volte accusato il governo cinese di manipolare i tassi, anche se i ricercatori sono divisi sul punto.
LE RIFORME DI XI JINPING. Sta di fatto che per venire incontro al consesso finanziario internazionale, ad aprile 2014 l'esecutivo comunista ha limitato le fluttuazioni della sua moneta in una forbice compresa tra +-1% e +-2% rispetto alla parità con il dollaro. Inoltre, faceva notare un rapporto della Swift, l'ampia agenda delle riforme finanziarie del presidente Xi Jinping prevede «un graduale ritiro dall'intervento sui tassi di cambio, un ammorbidimento dei controlli sui capitali l'introduzione di maggiore competizione nel settore bancario e una liberalizzazione dei tassi di interesse, attraverso l'abolizione dei limiti ai tassi di deposito».
UN PASSO DECISIVO. Nell'attesa che le riforme si realizzino appieno, il sistema dei pagamenti internazionali è un passo decisivo perché la Cina entri ufficialmente nel gioco delle valute a livello globale. L'obiettivo ambito sarebbe riuscire a scalzare il dollaro come base degli scambi mondiali.
Un'impresa ben ardua, come sanno gli architetti dell'euro: la moneta dell'Ue ha ottenuto un buon posizionamento come valuta delle emissioni obbligazionarie, ma resta lontana dalla centralità del bigliettone verde.
SUCCESSO LEGATO ALLA CRESCITA. Pechino, però, è pronta a costruire un sistema parallelo a quello americano e ha firmato accordi di commercio bilaterale con Paesi emergenti: «Se anche la Cina riuscisse a guadagnare il 15% degli scambi internazionali», fa sapere Filippini, «il suo potere economico aumenterebbe di molto. Se poi la sua crescita continuasse a questi ritmi, prima o poi, magari fra 100 anni, il sorpasso potrebbe diventare un'opzione realistica».
Nel 2014 la ricchezza del Dragone è aumentata del 7,5% e per il 2015 si prevede un +7%. Nella corsa sfrenata compiuta da Pechino negli ultimi 25 anni è un rallentamento senza precedenti, ma a livello globale, confermano gli analisti di Bloomberg, si tratta ancora di un record.

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