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ALTA TENSIONE 13 Marzo Mar 2015 0521 13 marzo 2015

Svezia: lo strappo con l'Arabia e l'immobilismo Ue

Diritti femminili: Riad censura Stoccolma. Che congela le esportazioni di armi. Bruxelles tace. «Perché? Chiedete a Mogherini». Gli affari tra sauditi ed europei.

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Quanto vale un accordo per la fornitura di armi all'Arabia Saudita rispetto a diritti umani calpestati o letteralmente presi a frustrate?
Per il governo svedese, e per il suo ministro degli Esteri Margot Wallström, non abbastanza.
E così dopo che la Lega Araba ha impedito al rappresentante del governo di Stoccolma di parlare di diritti umani alla conferenza dei Paesi del Golfo fissata al Cairo il 9 marzo, la Svezia ha rotto un accordo per la fornitura di armi e la cooperazione nel campo dell'intelligence da milioni di dollari.
UN DISCORSO CONTRO LA SHARIA. A gennaio Wallström aveva criticato il trattamento riservato al blogger Raif Badawii, frustato in piazza e condannato a 10 anni di carcere in Arabia per aver insultato l'Islam. E aveva definito il regime saudita una «dittatura», ribadendo il concetto già scritto nero su bianco nella relazione ufficiale dell'ultimo Congresso del suo partito, i socialisti e democratici oggi al governo.
Eppure nel discorso preparato dalla responsabile della diplomazia svedese per la conferenza dei Paesi del Golfo, puntualmente pubblicato sul sito dell'esecutivo, c'era solo la richiesta urgente di contribuire a sostenere l'educazione delle donne e a difenderle da ogni forma di violenza, incluse le mutilazioni genitali e gli abusi sessuali.
RIAD RICHIAMA L'AMBASCIATORE. Il governo di Riad, però, ha considerato l'appello «un' ingerenza negli affari interni, che non è permessa in una conferenza internazionale», ha spiegato l'agenzia di Stato araba. E i ministri dei Paesi del Golfo hanno definito le dichiarazioni del ministro «incompatibili con il fatto che la Costituzione del Regno dell’Arabia Saudita è basata sulla sharia».
L'11 marzo l'ambasciatore arabo a Stoccolma è stato richiamato in patria. Prima di lui se ne era andato anche il collega israeliano dopo che la Svezia a ottobre era stato il primo Paese europeo a riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese.
«LA POSIZIONE UE? CHIEDETE A MOGHERINI...». La schiena dritta costa. E la Svezia, con due nemici scomodi in Medio Oriente, potrebbe perdere anche la poltrona agognata nel prossimo Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Il sostegno degli altri Paesi Ue, poi, tarda ad arrivare. Contattato da Lettera43.it, il portavoce della Wallström ha spiegato che il ministro non avrebbe rilasciato dichiarazioni. Era impegnata in un faccia a faccia con l'ambasciatore palestinese. E alla domanda se gli altri Paesi europei debbano chiarire la loro posizione sul regno d'Arabia e i diritti umani, ha risposto laconico: «Suggerisco di chiedere a Mogherini».

Gli affari dei Paesi esportatori di armi con l'Arabia Saudita (anni 2010 -2013, dati in milioni di dollari). Fonte Sipri.

La Svezia dice no a un accordo da mezzo miliardo di dollari

Il ministro degli Esteri svedese Margot Wallstrom.

All'inizio del suo mandato, la 61enne Wallström, intervistata dall'agenzia Reuters aveva dichiarato di voler inaugurare «una politica estera femminista, ciò significa che in ogni cosa che facciamo sarà inegrata la prospettiva delle donne, della pace e della sicurezza».
E il programma finora è stato rispettato. Anche a costo di rimetterci in profitti. Secondo il primo ministro svedese Stefan Lofven la decisione sull'accordo di cooperazione militare con l'Arabia Saudita era già stata presa. La revisione dell'intesa era in discussione da mesi ed era inserita anche nel programma del Congresso del partito di governo. Ma non è comunque una scelta indolore.
DODICESIMA PER EXPORT DI ARMI. La Svezia, nota per il suo pacifismo (non è nemmeno un membro della Nato), non disdegna gli affari redditizi del settore della Difesa.
Secondo l'Istituto per la pace di Stoccolma, il think tank che traccia ogni anno la mappa mondiale del commercio di armi, è 12esima per esportazioni di armamenti.
L'accordo con l'Arabia Saudita, firmato nel 2005 e rinnovato nel 2010 dal precedente governo di centrodestra, tra il 2011 e il 2014 ha portato alle imprese svedesi entrate per 567 milioni di dollari.
GLI AFFARI DI SAAB. Il memorandum prevede il trasferimento di armi e tecnologie e la cooperazione nell'intelligence. La parte del leone la fa il gruppo Saab che ha firmato un contratto per la fornitura del suo sistema radar Erieye alla aereonautica saudita.
Il primo apparecchio, secondo la società di analisti americana Ihs, è stato consegnato a Riad a dicembre 2014. Sebastian Carlsson, responsabile della comunicazione della multinazionale, si è affrettato a far sapere che le esportazioni non sono regolate dal memorandum tra i due governi, ma da altre leggi.
INDUSTRIALI CONTRO LA ROTTURA. La tensione tra il governo saudita e la progressista Stoccolma preoccupa molti dei capitani d'industria svedesi. In 30 hanno firmato una lettera pubblicata dal quotidiano Dagens Nyheter per sostenere che «il commercio è importante per promuovere lo sviluppo dei diritti umani e della democrazia». Tra i firmatari ci sono il presidente del gruppo Ericsson, Leif Johansson; il banchiere Jacob Wallenberg, oggi nel board di Ericsson e di Coca-Cola, esponente di una delle più ricche famiglie di Svezia con partecipazioni in mumerosi gruppi multinazionali, tra cui la stessa Ericsson ed Electrolux; e Stefan Persson, proprietario del gruppo di abbigliamento H&M che nel 2008 ha aperto a Riad un punto vendita per sole donne. Il colosso dell'abbigliamento, contattato da Lettera43.it, non ha voluto commentare la presa di posizione né fornire dati sul suo giro d'affari in Arabia.

  • L'Ihs Global Defence Trade Report.

Gli affari di inglesi, spagnoli e francesi con i sauditi. E il silenzio dell'Ue

L'Alto rappresentante della politica estera dell'Ue, Federica Mogherini.

Il muro dei miliardari in patria si somma alla tiepidezza delle reazioni diplomatiche fuori. Nessun governo ha sostenuto ufficialmente Stoccolma, nessuna voce si è levata a plaudire la Wallström. Il 10 marzo la portavoce della Commissione europea Maja Kocijancic ha solo espresso dispiacere per il mancato intervento del ministro svedese. E spiegato che l'Alto rappresentante degli Affari Esteri europei, Federica Mogherini avrebbe parlato sia con Wallström sia con il capo della Lega Araba Nabil al-Arabi «per capire la situazione».
Da allora sono passate 48 ore e non è seguita nessun'altra presa di posizione. Particolare che conferisce alla risposta data a Lettera43.it dal portavoce della Wallström una sfumatura ben più piccata.
Nemmeno il Pse, di cui fanno parte i socialisti e democratici svedesi, ha voluto rilasciare dichiarazioni. In tempi di guerra allo Stato islamico, di instabilità dell'intera regione medio orientale e di crisi economica, i sauditi sono un alleato strategico e prezioso.
ARABIA PRIMA IMPORTATRICE DI ARMI. Nel 2015, riporta l'Ihs Global Defence Trade Report, l'Arabia ha scalato la classifica dei Paesi che importano più armi al mondo. L'import militare del regno d'Arabia è aumentato del 54% tra 2013 e 2014. E, affermano gli analisti, è destinato a crescere di un altro 52% quest'anno. Ogni sette dollari spesi in equipaggiamento militare, uno verrà dalle tasche degli sceicchi arabi.
Ma da chi importano? Gli ultimi dati disponibili del database dell'Istituto per la pace di Stoccolma dicono che comprano soprattutto dalla Gran Bretagna, seguita dagli Stati Uniti e dalla Spagna, dalla Francia e dalla Germania.
RISPETTO DEI DIRITTI UMANI COME PRECONDIZIONE. A gennaio, però, il Consiglio federale per la sicurezza di Berlino ha deciso di congelare l'export di armi verso Riad per non contibuire ulteriormente alla destabilizzazione dell'area mediorientale. Una decisione sostenuta anche dall'opinione pubblica: secondo un sondaggio del Bild am Sonntag, dopo gli abusi sui diritti umani registrati negli ultimi mesi, il 60% dei tedeschi vorrebbe interrompere ogni rapporto commerciale con l'Arabia Saudita e il 78% sarebbe in ogni caso contrario alla vendita di armi.
A leggere le dichiarazioni di principio, il giudizio dovrebbe essere condiviso da tutti i leader dei Paesi Ue. La posizione comune sull'export di armi approvata dall'Unione nel 2008 dice che il rispetto dei diritti umani è una «precondizone» per la cooperazione nell'ambito della difesa. Ma gli unici che sembrano averla letta con attenzione sono gli svedesi.

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