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PAESE IN CRISI 16 Marzo Mar 2015 1800 16 marzo 2015

Brasile, l'eredità di Lula affonda Rousseff

Inflazione. Meno importazioni. E tasse alte. La politica fiscale dell'ex presidente presenta il conto. E la classe media scende in piazza contro Dilma.

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Una delle manifestazioni in Brasile contro la corruzione.

Le bandiere verdeoro, le maglie della Seleçao, padelle e vuvuzelas, e 2 milioni di persone in strada contro il nemico di sempre: la corruzione.
In Brasile si torna in piazza, a due anni dalle manifestazioni contro i rincari nel trasporto pubblico, e in 147 città -al grido di «Fora Dilma» ed «È l'ora della fine» - i manifestanti chiedono provvedimenti urgenti contro la corruzione dilagante e le misure di austerità economica.
PROTESTA TRASVERSALE. C'è chi ha chiesto anche l'impeachment della presidente Dilma Rousseff e perfino l'intervento delle forze armate, e se il segretario alla presidenza Miguel Rossetto ha dichiarato che le proteste sono state «organizzate da gruppi ostili al governo e che non lo hanno votato alle elezioni», è pur vero che in strada non c'erano simboli politici e tra i cori svettava l'inno nazionale.
Una manifestazione trasversale, dove non sono mancati gli anziani e le famiglie con bambini, con l'obiettivo di dire basta a uno dei mali endemici della politica brasiliana.
NUOVO INCUBO POVERTÀ. Il governo Rousseff ha risposto dicendo che molto presto presenterà al parlamento un pacchetto anti-corruzione, ma la sensazione è che gran parte della popolazione abbia abbandonato le speranze su questa classe politica, ora che i risvolti dello scandalo Petrobras si intrecciano con gli effetti delle misure economiche (tra quelle già adottate e quelle annunciate) imposte dall'esecutivo.
Torna così l'incubo della povertà agli occhi di una classe media che non è disposta a perdere ciò che ha conquistato negli anni del recente boom: 30 milioni di persone - su un Paese di 200 - passate nel giro di 10 anni dall'economia sommersa a un posto di lavoro ben pagato con malattia e ferie retribuite.

Dal miracolo economico allo scandalo Petrobras

Il Brasile è tornato in piazza per protestare contro la corruzione e lo scandalo Petrobras.

C'è da chiedersi se stia ancora in piedi il miracolo economico brasiliano, quello che ha strappato alla povertà milioni di persone e che altri Paesi hanno considerato un modello. Ed è significativo che proprio da Petrobras, la florida azienda statale di idrocarburi (il fatturato 2014 è stato di 89 miliardi di dollari) che ha contribuito ad aumentare e consolidare la ricchezza del Paese, sia venuto quell'ultimo scandalo poi diventato una delle micce delle proteste di oggi.
COINVOLTA LA CASTA. All fine di un'inchiesta durata anni, i magistrati di Brasilia hanno scoperto che un ampio gruppo di politici, ai quali spettava il controllo, incassava laute tangenti per favorire alcune società nei subappalti affidati da Petrobras.
Il processo sta andando avanti, e al momento sono coinvolti 54 tra politici e funzionari amministrativi inclusi nomi illustri come il presidente della Camera dei deputati Eduardo Cunha, quello del Senato Renan Calheiros e l'ex ministro dell’Energia Edison Lobao.
ROUSSEFF NON INDAGATA. Rousseff, che pure all'epoca dei fatti sedeva nel Consiglio di amministrazione di Petrobras, non è indagata e secondo i giudici del tutto estranea al giro di corruzione.
L'inchiesta, però, è comunque un duro colpo, anche perché molti dei politici coinvolti appartengono al suo Partido de los trabalhadores (PT).

Popolarità del governo al minimo storico (19%)

La presidente del Brasile, Dilma Rousseff.

La popolarità del governo è al minimo storico (19%, dicono i sondaggi) e la difficile situazione economica aggrava il malcontento generale. I dati, e anche alcuni economisti confermano, dicono che è finita l'età dell'oro del Brasile.
Negli anni in cui ha governato Lula, dal 2003 al 2010, il Prodotto interno lordo cresceva del 4% annuo con il picco del +7,5% nel 2010 (proprio quando tutte le economie occidentali erano in profonda recessione) mentre la previsione per il 2015 è poco più di zero (0,4%).
L'inflazione, in seguito alla forte svalutazione del real, è al 7,7%, e il dollaro si vende più caro ogni giorno che passa (il 16 marzo la quotazione era di 3,2 reales per un dollaro).
EREDITÀ DI LULA. Le ragioni di questa caduta non sono tutte ascrivibili a errori di politica economica dell'attuale governo.
Il Paese ha sofferto il crollo dei prezzi delle materie prime che produce, come petrolio e gas, ma anche il calo delle importazioni da parte di alcuni dei più importanti soci commerciali, come la Cina, o ancora, in misura minore, le scarse piogge degli ultimi anni che hanno fatto aumentare il costo della produzione di energia elettrica.
In queste condizioni, la politica fiscale espansiva adottata negli anni di Lula (alta spesa pubblica e tasse contenute) e continuata da Rousseff non era più sostenibile perché aveva messo in crisi i conti pubblici, e così il governo ha iniziato a tagliare la spesa e ad aumentare le tasse.
CONTINUI AUMENTI. Le prime avvisaglie si erano avute nel 2012, con le proteste seguite all'aumento dei prezzi del trasporto pubblico e poi delle accise sui carburanti: la bolletta dell'energia elettrica è in costante aumento da due anni e la Confindustria dello stato di Rio de Janeiro stima che con i rincari annunciati per il 2015 arriverà ad aumentare del 17% entro fine anno, toccando i 420 reales (123 euro) a Megawatt.
CLASSE MEDIA IN CRISI. I mesi che verranno saranno forse i più difficili per Rousseff e i suoi, alle prese con una crisi politica, sull'onda degli scandali per corruzione; una crisi economica che potrebbe aggravarsi, perché l'inflazione in crescita frena il consumo e di conseguenza l'economia; e infine una crisi sociale, perché quella potente nuova classe media nata negli anni del miracolo di Lula si trova costretta a tirare la cinghia, con crediti e finanziamenti non più accessibili e con il valore d'acquisto della moneta sempre più basso. E naturalmente non ci sta: «Eliminate le vostre tangenti, non i nostri diritti», c'era scritto su un cartello a Fortaleza.

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