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BASSA MAREA 17 Marzo Mar 2015 1149 17 marzo 2015

Usa, la deflazione non giustifica tanto ottimismo

Obama parla di svolta. Ma gli unici dati positivi vengono dal mercato del lavoro. E con i prezzi al palo non può esserci una forte ripresa.

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Janet Yellen, presidente della Fed.

L’America va, l’America corre, l’America vola. Vola davvero? Perché se l’area euro è in deflazione, segno oggi di un’economia non a regime, anche gli Stati Uniti lo sono, in deflazione, se si adottano gli stessi metri di misura.
E questo nonostante la ben maggiore crescita americana. E allora se l’America è in deflazione, ce la farà la Fed ad aumentare presto il costo del denaro per la prima volta dal 2008 lanciando così un vero segnale di un ritorno alla normalità?
La disputa sulla qualità e tenuta della ripresa americana non è chiusa. Potremmo essere ancora a uno stop and go, alcuni mesi di buoni risultati con una tenuta però insufficiente.
USA, BENE SOLO I DATI SUL LAVORO. L’Economist ancora a fine novembre 2014 si chiedeva: «Ma quanto è robusta?», valutando criticamente la ripresa americana. E a fine ottobre titolava: «Ma quale ripresa?», osservando come i salari reali scendessero ormai da sette anni. A febbraio poteva però con sollievo proclamare «Finalmente una vera ripresa», citando segnali non solo molto buoni, da quattro mesi, per la creazione di nuovi posti di lavoro, ma anche qualche indizio di salari più alti. Come Obama, anche l’Economist diceva: è fatta.
L’agenzia Bloomberg però ha messo in rete il 13 marzo questo titolo: «Sorpresa: i dati economici americani sono stati i più deludenti». Niente di catastrofico, ma l’unico dato positivo resta quello del mercato del lavoro. Tutto il resto è inferiore alle previsioni e in discesa: redditi reali e spesa, manifatturiero misurato dall’Institute for Supply Management, vendite auto, ordini, vendite al dettaglio. E si possono aggiungere, sul più lungo periodo, investimenti fissi, natalità delle imprese, crescente indebitamento delle famiglie dopo una fase di debiti calanti, e altro. Insomma, se un boom è alle porte, resta misteriosa la molla.
OBAMA PARLA DI SVOLTA. L’allarme è lanciato dal Surprise Index di Bloomberg che mette a confronto previsioni e consuntivi a breve, quindi non è tassativo, proprio perché legato al breve periodo. Un analogo indice di Citigroup fa lo stesso per più economie, e da qui la conclusione che il Surprise americano è stato il più deludente. Non è una diagnosi, ma un segnale. Che dati più approfonditi per ora non smentiscono.
Questo segnale arriva mentre non è facile trovare chi sollevi dubbi sulla vera forza dell’economia americana, se si esclude una pattuglia di economisti fra i quali spicca Stephen Roach di Yale e alla quale si è unito di recente nientemeno che Jim O’ Neill ex capo economista di Goldman Sachs.
L’ottimismo è tanto più sicuro dopo che gli Usa hanno messo a segno nel secondo e terzo trimestre 2014 due ottimi risultati quanto a Pil, con una crescita del 4,6% e del 5% su base annua. Dati trimestrali analoghi, cioè sopra il 4%, c’erano già stati nell’ottobre-dicembre del 2011 e nel luglio-settembre del 2013 ma l’anno scorso ci sono stati due trimestri di fila a questo livello, non uno soltanto. È la svolta, dichiarava Obama.

La differenza con l'Ue è figlia delle caratteristiche di sistema

Barack Obama

Vero? La Fed di Atlanta con il suo indice GDPnow, dopo deludenti resoconti sulle vendite al dettaglio, prevede ora addirittura una crescita “europea” dello 0,6% per il Pil del primo trimestre.
Il GDPnow più ancora del Surprise Index è solo un segnale ad alta variabilità, ma sono in parecchi ormai a parlare per il trimestre in corso di una crescita nettamente inferiore al 2% . E al 2% e forse un soffio meno è attesa la seconda e definitiva revisione dei dati di crescita dell’ultimo trimestre 2014, indicati in un primo tempo al 2,6 e poi al 2,2%.
Sarebbe musica per le orecchie europee con il magro +0,6% di medio periodo messo a segno dall’economia del Vecchio continente (lasciamo perdere l’Italia). Negli Stati Uniti siamo oltre il +2% di crescita da quando è cominciata sei anni fa la ripresa. L’elasticità del sistema americano e le dimensioni e la storia di quel grande mercato continentale con un collaudo più che secolare spiegano in parte la differenza.
PREVISIONI VERAMENTE AFFIDABILI? Ma il punto non è negare l’inevitabile invidia che possiamo avere per la crescita americana, ancora oggi quando il nostro orizzonte sembra schiarirsi un poco. Il punto è capire se ci si può fidare delle previsioni che ancora parlano per gli Stati Uniti di un 2015 a +3% o +3,5% e di quelle che indicano ormai un’America in volo solitario mentre tutti gli altri, l’Europa per prima, arrancano.
Quando saliranno i tassi americani avviando la fine della lunga stagione non solo americana di eccezionalismo monetario? Si pensava in primavera, poi giugno, poi settembre. Dipende dall’economia. Più che i posti di lavoro conterà l’aumento dei salari come indice del “tutto a posto”, diceva alcuni mesi fa il presidente del Fed Board Janet Yellen. Mentre in questi giorni James B. Bullard, presidente della Fed di St. Louis, parlando con il Financial Times ha detto che a determinare il rialzo dei tassi, il primo grande segnale dell’uscita dal clima post crisi, saranno le aspettative di inflazione.
Ma anche gli Stati Uniti sono in deflazione nonostante i due ottimi trimestri 2014, nonostante la creazione di posti di lavoro (ma su 300 mila a febbraio solo 50 mila erano posti “buoni”, gli altri ristorazione, sanità e simili), nonostante tutto l’ottimismo.
RIPRESA DIFFICILE IN DEFLAZIONE. Per misurare i prezzi negli Usa si adotta la core inflation, i prezzi cioè esclusi energetici e alimentari; ma non solo, i calcoli si basano solo sui grossi centri urbani, zone rurali escluse.
In Europa si adotta per le valutazioni monetarie la headline inflation, con energetici e alimentari, zone rurali comprese. Ma si calcola, lo fa Eurostat, anche la core. «La core inflation americana sarebbe agli stessi livelli di quella dell’area euro (lo 0,6% cioè a gennaio e febbraio, ndr) se calcolata sulla stessa base, e questo nonostante gli Stati Uniti abbiano avuto una crescita molto più robusta», ha scritto la settimana scorsa Albert Edwards analista della Société Générale.
Anche gli Stati Uniti in deflazione? Sì, certo, dopo le grandi crisi finanziarie da eccesso di debito è questo uno dei prezzi che si pagano, anche in America: più offerta che domanda, e prezzi fermi o in calo. Potrebbe durare poco, ma oggi è così. Difficile avere un forte ripresa se i prezzi sono fermi, o scendono.

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