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LO SPORTELLO 20 Marzo Mar 2015 0520 20 marzo 2015

Correntisti, non fatevi fregare: l'Isc non mente

Commissioni, interessi, una miriade di spese: le banche hanno un'infinità di modi per spillarvi soldi. Il primo modo per difendersi è guardare l'indicatore sintetico di costo.

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Nell’immaginario collettivo la concessione di un finanziamento a un privato o a un’impresa comporta la restituzione del capitale preso a prestito più il solo pagamento di un prezzo (interesse) che la banca deve logicamente pretendere per il fatto stesso di mettere a disposizione del cliente una somma di danaro. In pratica, l’interesse rappresenta il prezzo pagato dal cliente e il guadagno della banca. Nella realtà dei fatti non è proprio così.
LE COMPETENZE NON SONO TUTTO. Il peso delle competenze (così viene chiamato il totale delle spese complessive sostenute dal cliente) pagate trimestralmente è solo parzialmente influenzato dal tasso di interesse mentre una componente determinante è rappresentata da tutta una serie di ricavi (per la banca) che derivano dai servizi che la stessa offre in bundling con la concessione del finanziamento: consulenza, sistemi di pagamento, conti correnti, scarti di garanzia, operazioni estero, gestione degli incassi dei crediti, assicurazioni e ora anche televisori.
È IMPORTANTE ANALIZZARE I COSTI. A puro titolo di esempio presentiamo, nello schema allegato, i costi complessivi di un’ azienda, che seguo personalmente, nei primi sei mesi dell’anno 2014.
Si può immediatamente notare che, a fronte di circa 3,6 milioni di affidamenti, ha pagato competenze per circa 100 mila euro di cui il 20% (19 mila euro circa) non dipende dal tasso di interesse applicato.
A questo punto è opportuno analizzare i costi finanziari sostenuti da un cliente – qualora ottenesse la concessione di un finanziamento – e cercare di capire cosa è opportuno negoziare.

L'interesse cresce in relazione alla durata del contratto

Abbiamo detto che gli interessi rappresentano il compenso che le banche richiedono a fronte del prestito concesso. Sono determinati sulla base di un tasso percentuale da applicare al capitale erogato in ragione della durata del finanziamento.
Intanto, il tasso di interesse deve essere previsto espressamente nel contratto ed è determinato con riferimento a parametri riscontrabili sui mercati monetari e finanziari, a cui la banca aggiunge una maggiorazione (spread). L’entità di tale maggiorazione, che rappresenta la differenza tra il parametro di riferimento e il tasso effettivamente applicato alla clientela, cresce in relazione alla durata del contratto e rappresenta il guadagno della banca.
I TASSI SONO FISSATI DALLA BCE. Il tasso può essere fisso o variabile. Nella seconda soluzione, segue l’andamento del parametro di riferimento e quindi gli interessi possono aumentare o diminuire nel corso del contratto. Il parametro di riferimento per il fisso si chiama l’Eurirs (Euro Interest Rate Swap), mentre per il variabile è l’Euribor (Euro Interbank Offered Rate).
I tassi di interesse della Bce sono il frutto delle decisioni che l’Eurotower compie nell’ambito della politica monetaria continentale e hanno un'enorme influenza sui mercati finanziari, sui tassi di cambio, sul costo dei finanziamenti e del debito sovrano.
L'IMPATTO SUI FINANZIAMENTI. Il direttorio della Bce – al termine della prima riunione di ogni mese, alle 14.30 esatte – comunica il tasso ufficiale di riferimento (tasso Tur), che verrà applicato alla maggior parte delle operazioni in cui l'Eurotower fornisce liquidità. Pertanto, questo tasso regola il costo dell’euro e, di conseguenza, dei finanziamenti in tutta l’area della moneta unica.
Fra l’altro il tasso di riferimento è anche il tasso di remunerazione dei depositi obbligatori che le banche dell’Eurozona devono mantenere presso la Bce e il cui ammontare è correlato alle loro poste di bilancio. Attualmente il tasso di riferimento della Bce è allo 0,05%.
LO SPREAD INCIDE PER L'80%. È bene ricordare che il tasso (o spread) relativo al fido concesso incide mediamente per l’80% sugli oneri finanziari “puri”, cioè quelli legati al solo tasso di interesse. In questo caso i margini di negoziazione per il cliente sono piuttosto limitati perché, per effetto dell’accordo di Basilea 2, le banche devono applicare i prezzi relativi al rating espresso dalla azienda.
Mentre per il tasso «extrafido» (cioè il tasso di mora applicato quando il correntista va oltre il limite di finanziamento concesso) che, non dimentichiamo, incide per il 20% sugli oneri finanziari “puri”, le cose sono diverse. Questo tasso, infatti, rappresenta una componente fondamentale, secondo quanto affermato dalla recente giurisprudenza, del calcolo del tasso usuraio. La negoziazione in questo caso può essere più incisiva poiché negli ultimi anni si sta sviluppando una coscienza collettiva orientata al controllo delle soglie di usura e anche le banche hanno paura di sforare.

I ricavi infiniti sui conti corrente

I cosiddetti «ricavi da servizi» – quei costi per il correntista diversi dagli interessi – invece, difficilmente controllabili dai clienti, rappresentano il 20% del totale dei costi complessivi pagati mediamente dal correntista.
Non tutti sanno che avere un semplice conto corrente comporta da solo delle spese folli. I costi per i clienti sono: il canone fisso periodico o a forfait, le spese di registrazione per ogni operazione bancaria e le commissioni per l’esecuzione delle operazioni.
CANONE DA 10 A 30 EURO. Il primo costo può essere calcolato su base mensile oppure trimestrale o semestrale. Ogni cliente paga mediamente tra i 10 (per i privati) e i 30 euro al mese (per le aziende) per il solo fatto di avere un conto corrente per la gestione della propria finanza.
Il secondo onere elencato è giustificato dal fatto che la banca offre talvolta fino a un certo numero di operazioni “gratuite” al correntista. Insomma, siamo al paradosso: paghi per avere un servizio omaggio.
LA LUNGA LISTA DELLE COMMISSIONI. Infine, tra le commissioni per l’esecuzione delle operazioni, laddove si sia superato il limite della gratuità, rientrano, invece: le spese per eseguire un bonifico, quelle per prelevare con il bancomat o con la carta di credito o per effettuare un pagamento Pos, quelle per eseguire il pagamento di un ordine permanente, le spese di una domiciliazione di utenza, quelle di una fattura, quelle per l’emissione di un assegno.
Una lista infinita e le commissioni variano da banca a banca. A tutto questo si sommano le altre commissioni (Dif, Civ, eccetera) che abbiamo visto nelle precedenti puntate di questa rubrica.
BANCHE DISPOSTE A NEGOZIARE. È opportuno pertanto non sottovalutare l’insieme di tutti questi costi elencati, che incidono tantissimo sulle finanze del correntista. Sappiate che le banche sono disponibili a negoziare, proponendo “pacchetti” che includono, con una spesa fissa a forfait, un numero illimitato di operazioni (soprattutto se effettuate online) e di altri servizi tipo carta di credito, bancomat, spese di invio estratto conto, spese postali, assicurazioni. Non abbiate mai paura a chiedere.

La fregatura sugli assegni bancari

La «valuta» è il giorno da cui decorre il calcolo degli interessi. Sugli assegni versati la valuta viene posticipata mediamente di un lasso di tempo che va da uno a tre giorni. In tal modo la banca ci guadagna la differenza tra gli interessi che la stessa percepisce sul mercato interbancario per il fatto di aver depositato “oggi” l’importo degli assegni versati dal cliente e gli interessi che invece il cliente percepisce dopo giorni.
SOLDI NON SUBITO DISPONIBILI. Parlando di assegni è utile affrontare anche il tema dei cosiddetti «Giorni disponibilità assegni», che misurano invece la data dalla quale è concretamente possibile disporre degli importi versati.
Facciamo un esempio. Se oggi un cliente versa un assegno bancario quei soldini non sono subito disponibili ma diverranno tali solo dopo circa quattro o cinque giorni, perché la banca deve cautelarsi di fronte al rischio insolvenza. In pratica, quel lasso temporale di attesa è stabilito in base a un accordo interbancario e serve a tutelare gli istituti di fronte al rischio che quell’assegno risulti privo di copertura. E fin qui nulla da eccepire.
ITER DI ANALISI MOLTO RIGIDO. Ma attenzione, perché da qualche parte si annida la fregatura. Le banche concedono finanziamenti dopo un iter di analisi molto rigido, per cui una volta che un cliente è stato considerato meritevole di affidamento – per guadagnare – fanno di tutto affinché quelle linee di credito siano utilizzate.
Poniamo che un’azienda disponga di uno scoperto di conto corrente di 100 mila euro, mai utilizzato, e oggi versi un assegno di 5 mila. Il cliente è convinto pertanto di averne 105 mila immediatamente a disposizione. Sebbene la matematica non sia una opinione, il calcolo, per la banca, è errato.
UN GIOCHETTO CHE FUNZIONA. Oggi quella stessa azienda ha sempre 100 mila euro perché solamente tra quattro o cinque giorni li avrà tutti a disposizione. Per cui, se oggi effettua un pagamento poniamo di 103 mila euro non solo paga gli interessi perché sta utilizzando la linea di credito ma paga anche gli interessi extrafido (di mora) perché non è consapevole del fatto che sta utilizzando i soldi della banca oltre la linea di credito concessa.
Avendo lavorato a lungo nelle banche, posso garantire che queste situazioni sono ordinarie e “ben gradite”: gli assegni in circolazione sono tanti e spesso le aziende appena incassano denaro, versano per saldare debiti pregressi. E il gioco funziona benissimo.

Gli interessi eccessivi sugli anticipi crediti

Vediamo ora quali sono le voci di «ricavi da servizi» – sempre quei costi per il cliente diversi dagli interessi – più ricorrenti per l’anticipo crediti.
Parliamo di quella forma di prestito, probabilmente la più deliberata in questo momento, che “anticipa” ai clienti i soldi che gli stessi dovranno incassare troppo in avanti da un’altra società a cui ha venduto della merce. Supponiamo, ad esempio, che oggi un’azienda venda una partita per un controvalore di 100mila euro a una qualsiasi altra azienda con cui ha concordato una modalità di pagamento a 90 giorni dalla data di consegna. Ma la “nostra” impresa ha bisogno di quei soldini prima dei tre mesi perché deve pagare stipendi, fornitori, eccetera. Quindi, l’unica soluzione è chiedere alla propria banca di farsi anticipare quell’incasso all’indomani.
L'ISTITUTO NON ANTICIPA IL 100%. È bene precisare che, nella maggior parte dei casi, l’istituto non anticiperà mai il 100% dell'importo ma solo l'80% e quindi, nel caso in questione, 80 mila euro. Questo perché la banca si cautela di fronte al rischio della insolvenza dell'acquirente, attraverso il cosiddetto «scarto di garanzia», appunto quel 20%.
Attenzione, perché sarà direttamente l’istituto di credito a incassare dall’impresa debitrice i famosi 100 mila euro e pertanto sarebbe normale e logico che la “nostra” azienda pagasse solamente gli interessi sulla somma anticipata per i tre mesi. Sarebbe normale e logico se non ci fossero le banche. Il conto sarà assai più salato.
Intanto, per ogni credito o fattura “anticipata” il calcolo degli interessi parte, per effetto della valuta, dal giorno prima della richiesta. Quindi il periodo su cui calcolare gli interessi, nel nostro caso, non è più di 90 giorni ma di 91.
VARIABILI DA NON TRASCURARE. Nel cumulo degli interessi spropositati pagati dal correntista, si aggiungono anche quelli determinati per effetto dei cosiddetti «giorni banca»: una delle variabili che influisce maggiormente sui costi, in quanto gli interessi sono direttamente proporzionali al numero dei giorni considerati. Cosa significa? La banca, per aumentare il rendimento di ogni singola operazione, aggiunge a suo piacere (assurdo ma è così) un numero di giorni a ciascun effetto in scadenza e quindi si allarga il periodo su cui calcolare gli interessi. Maggiorando il numero dei giorni, il totale degli interessi sarà più elevato.
Il numero dei giorni banca è anche legato al potere contrattuale dell'acquirente e va, normalmente, da cinque a 11 giorni. Io ho le prove anche di 25 «giorni banca». Nel nostro esempio, l’azienda utilizza un affidamento per 90 giorni ma paga interessi, per volontà dell’istituto, calcolati su un periodo di minimo 95, 100 fino anche a 120 giorni.
QUATTRO EURO DI COMMISSIONE. Siccome le banche non si accontentano mai, è utile ricordare anche altre commissioni che si aggiungono al mare magnum dei costi a carico del correntista. Esiste una commissione da pagare per il servizio di incasso (nel nostro caso, per la riscossione dei 100 mila euro dopo tre mesi), calcolata a forfait oppure per singola fattura presentata. Mediamente è di 2,5 euro. E la «commissione di insoluto»: per ogni fattura non pagata regolarmente alla scadenza. È di circa 4 euro.
Quindi non solo l’azienda che non ha ricevuto il pagamento (magari dalla pubblica amministrazione) inizierà a pagare interessi extrafido, ma dovrà sostenere pure una tassa di circa 4 euro a fattura-insoluta. Alla faccia dell’aiuto concreto all'economia.

Come difendersi? Tenete d'occhio l'Indicatore sintetico di costo

Alla luce degli innumerevoli elementi da prendere in considerazione, se proprio non avete il tempo e le competenze necessarie (ma il servizio del Cfo a noleggio è consigliato anche e soprattutto per le piccole imprese), uno strumento utile per il correntista è l’Isc, l’indicatore sintetico di costo, anche chiamato Taeg (tasso annuo effettivo globale).
Si tratta di un valore che fornisce un’indicazione del costo complessivo del conto, considerando le spese e le commissioni addebitabili al cliente nel corso dell’anno, esclusi oneri fiscali e interessi. Un parametro che le banche devono indicare nell’estratto conto ai clienti, ma che sistematicamente viene ignorato dalla maggioranza degli italiani.
UNA GIUNGLA DI SPESE. Nell’Isc, oltre al rimborso del capitale e al pagamento degli interessi, sono di norma incluse le seguenti voci: spese di istruttoria; spese di revisione del finanziamento; spese di apertura e chiusura della pratica di credito; spese di riscossione dei rimborsi e di incasso delle rate, se stabilite dal creditore; spese di assicurazione o garanzia, imposte dal creditore ed intese ad assicurare il rimborso totale o parziale del credito in caso di morte, invalidità, infermità del soggetto finanziato; costo dell'attività di mediazione svolta da un terzo, se necessaria per l'ottenimento del credito; ogni altra spesa contrattualmente prevista connessa con l'operazione di finanziamento.
ATTENZIONE ALL'USURA. Il fatto che nell’Isc (o Taeg) siano inclusi altri costi, oltre alla restituzione del capitale avuto in prestito e agli interessi veri e propri, comporta che il costo complessivo del finanziamento possa essere più alto del tasso nominale dichiarato dal soggetto finanziatore e possa avere, in certi casi, effetti importanti per quanto riguarda il possibile sforamento dalle soglia fissate per i tassi usurari.
Nella stessa documentazione la banca riporta anche il riepilogo delle spese sostenute nell’anno solare per la tenuta del conto dal singolo correntista. C’è quindi la possibilità di verificare, almeno una volta all’anno, se il proprio conto corrente costa, come spesso accade, troppo.

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