Economia 20 Marzo Mar 2015 1115 20 marzo 2015

Fondi pensione, quando conviene cambiarli

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Pensione C'è chi l'ha definita una mini-rivoluzione. E' quella che potrebbe presto investire il settore della previdenza integrativa, se il Parlamento approverà senza grandi modifiche il Ddl Concorrenza, cioè la lenzuolata di liberalizzazioni messa in cantiere dal governo Renzi con la regia del ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi. Per rilanciare la claudicante raccolta dei fondi pensione ( cioè i prodotti finanziari che hanno il compito di costruire una rendita di scorta per milioni di italiani in vista della vecchiaia), il governo ha ideato alcuni provvedimenti che porteranno una maggior competizione tra gli operatori del settore. I lavoratori potranno infatti trasferire più facilmente i propri soldi da un fondo previdenziale all'altro e subiranno meno vincoli nel farsi liquidare prima del tempo la pensione integrativa maturata. Il tutto in nome appunto della concorrenza e della libertà di scelta. Si tratta di misure condivisibili, almeno in linea di principio, ma c'è già chi paventa il rischio che si crei una sorta di far west, dove a rimetterci saranno soprattutto lavoratori. Parecchi italiani potrebbero infatti essere spinti a sottoscrivere dei prodotti previdenziali non troppo convenienti, allettati dalle offerte commerciali in arrivo dall'industria del risparmio gestito e dalle compagnie di assicurazione. Ma ecco, di seguito, una panoramica sui cambiamenti all'orizzonte per i fondi pensione, con qualche consiglio utile per chi, sfruttando la prossima deregulation, avesse l'intenzione di cambiare il prodotto previdenziale sottoscritto.

Inps UN SISTEMA A TRE PILASTRI. Prima di analizzare i contenuti del ddl Concorrenza, va fatta una premessa importate. Nel sistema della previdenza integrativa italiana, esistono tre diverse categorie di prodotti. I primi sono i fondi pensione chiusi (o negoziali) che nascono da accordi siglati tra le aziende e i sindacati e sono riservati soltanto a specifiche categorie di lavoratori dipendenti (come per esempio i metalmeccanici, i chimici o gli addetti del settore elettrico). Poi ci sono i fondi aperti, creati per lo più dalle società di gestione del risparmio (sgr), a cui si aggiungono infine i pip (piani individuali pensionistici), che sono delle polizze vendute dalle compagnie assicurative. Sia i pip che i fondi aperti vengono sottoscritti per lo più dai lavoratori autonomi. Nelle aziende, invece, i fondi chiusi hanno goduto finora di una sorta di corsia preferenziale rispetto alle altre due categorie di prodotti. Quando un lavoratore dipendente decide di aderire a un fondo negoziale, infatti, può destinarvi il proprio Tfr (trattamento di fine rapporto) cioè la quota di salario (il 7% circa) accantonata per la liquidazione. Oltre al Tfr, però, l'impresa è obbligata a versare nello stesso fondo un contributo aggiuntivo, che è pari di solito all'1% della retribuzione e che, nel lungo periodo, fa crescere di molto i soldi accantonati per la pensione di scorta. Questo versamento integrativo dell'1%, tuttavia, viene effettuato dall'azienda soltanto se il prodotto previdenziale sottoscritto dal lavoratore è un fondo chiuso. Se invece i soldi del dipendente vengono destinati a un fondo aperto o a un pip, il contributo aggiuntivo non c'è. Grazie a questa disparità di trattamento, è chiaro che oggi molti lavoratori subordinati sono spinti a sottoscrivere soprattutto i fondi chiusi, snobbando le altre due categorie di prodotti.

La camera dei deputati LA DEREGULATION DEL GOVERNO. Con il Ddl concorrenza, il governo vuole adesso eliminare questa corsia preferenziale e vuole permettere ai dipendenti di avere il contributo integrativo dell'1%, anche quando scelgono un fondo aperto o un pip. Nello stesso tempo, i fondi chiusi o negoziali potranno aprire le proprie iscrizioni anche ai singoli lavoratori che non appartengono alla loro categoria professionale di riferimento. Un operaio chimico, in teoria, potrà dunque versare i propri soldi nel fondo previdenziale dei metalmeccanici e viceversa. Sul mercato si creerà così un regime di piena concorrenza in cui le banche, le società di gestione del risparmio e le compagnie assicurative si contenderanno probabilmente i clienti con molta più aggressività di prima. LE OPPOSIZIONI AL DECRETO. E' una buona prospettiva per i lavoratori? C'è chi è convinto di no e chiede adesso di modificare il Ddl concorrenza. E' il caso di Assofondipensione, l'associazione di categoria rappresentativa dei fondi chiusi che, oltre ad avere un comprensibile interesse di parte, ha anche qualche buon argomento dalla sua per criticare il ddl Concorrenza. Non va dimenticato, infatti, che i fondi chiusi o negoziali sono enti non profit, cioè operano senza scopo di lucro e ogni anno devono chiudere il proprio bilancio in pareggio. Il loro obiettivo, almeno in teoria, è solo quello di costruire una rendita vitalizia sostanziosa per i propri iscritti, senza tirare a “far ciccia”, come fanno invece (legittimamente) le compagnie assicurative, le banche e le sgr che vendono i fondi aperti e i pip, incassando ricche commissioni dai clienti.

Tito Boeri OCCHIO AI COSTI. Non a caso, i fondi chiusi sono gli strumenti previdenziali meno costosi sul mercato: sul capitale versato dai lavoratori in questi prodotti, viene applicata ogni anno una commissione di gestione media dello 0,2%, contro l'1,1% dei fondi aperti e l'1,5% dei pip. A prima vista, sono piccole differenze. A ben guardare, invece, si tratta di un abisso che incide poi sulle rendite maturate in vecchiaia. Secondo molte stime, infatti, l'aumento di appena un punto nelle voci di spesa di un prodotto previdenziale comporta un taglio della pensione integrativa maturata di ben il 20%. In altre parole, a parità di rendimenti ottenuti, un lavoratore che ha scelto un determinato fondo pensione otterrà a fine carriera una rendita superiore di ben 20 punti percentuali, rispetto a un suo collega che ha optato invece per un altro prodotto previdenziale che costa l'1% in più. Dunque, prima di farsi allettare da qualche offerta presente sul mercato, chi intende cambiare il proprio fondo pensione deve guardare soprattutto ai costi, ancor più che ai possibili rendimenti. Se un prodotto previdenziale proposto delle banche o delle assicurazioni ha delle commissioni di gestione molto alte, meglio tenersi il vecchio e declinare l'offerta. SE LA PENSIONE (DI SCORTA) ARRIVA PRIMA. Tra le misure contenute nel ddl Concorrenza, c'è anche la possibilità per gli iscritti ai fondi pensione di farsi liquidare molto prima del previsto la rendita di scorta maturata con i fondi previdenziali Se un lavoratore rimarrà disoccupato per più di 24 mesi, potrà infatti chiedere la pensione integrativa con ben 10 anni di anticipo, rispetto alla data in cui lo stesso lavoratore maturerà il diritto ad avere la pensione pubblica. L'idea del governo è dunque di utilizzare la previdenza complementare anche come ammortizzatore sociale, cioè per garantire un paracadute di reddito a chi ha la sfortuna di perdere il lavoro quando non è più giovanissimo e non riesce a ricollocarsi nel mondo produttivo.

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