Marco Tronchetti Provera 150321110631
FACCIAMOCI SENTIRE 23 Marzo Mar 2015 1126 23 marzo 2015

Italia, un Paese in vendita non può avere futuro

Da Parmalat a Pirelli: la strategia della classe dirigente è perdente. Avanti di questo passo e i nostri nipoti ci malediranno.

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Marco Tronchetti Provera. Sullo sfondo la sede della National Chemical Corporation.

Non c’è dubbio che è bene per l’economia di un Paese quando lo stesso è attrattivo per gli investimenti esteri.
Si possono però identificare (semplificando) due tipi di investimento. Chi investe, per esempio, per costruire nuove fabbriche o chi arriva in Italia per acquistare le eccellenze del made in Italy. Purtroppo non riesco a ricordare casi importanti di aziende costruite ex novo con investimenti esteri (uno dei pochi credo sia la Phillip Morris in Emilia Romagna) mentre nel secondo caso l’ultimo esempio in ordine di tempo riguarderebbe la Pirelli (uso il condizionale in quanto mentre sto scrivendo non c’è ancora stato l’annuncio ufficiale).
ANCHE MAGGIORE PASSA AD AVIS. Non va poi dimenticato che solo qualche giorno fa la società di autonoleggio Maggiore è passata nelle mani del colosso americano Avis andando ad allungare il già corposo elenco delle nostre aziende che hanno cambiato bandiera: Parmalat, Bulgari, Indesit, Lucchini, Edison, Loro Piana, Versace, Star, Gruppo Poltrona Frau, Carapelli, Richard Ginori, Ansaldo Breda, Fiat Avio, Valentino, Brioni, solo per citare i casi più recenti.
Tutto positivo? A mio avviso neanche per sogno. Le aziende manifatturiere, che per competere hanno bisogno di costi inferiori per la mano d’opera e le materie prime, prima o poi delocalizzeranno. Credo non sia un caso che il probabile acquirente di Pirelli sia il gruppo cinese ChemChina (China National Chemical Corporation) un colosso da 40 miliardi di dollari di fatturato a cui, intuitivamente, dovrebbe far piacere poter utilizzare la tecnologia e i brevetti di Pirelli per produrre i pneumatici nel suo Paese dove certamente potrà disporre di mano d'opera e materie prime a basso costo.
STRATEGIE DECISE DAI NUOVI PROPRIETARI. Certo, alcune aziende avranno bisogno di lasciare delle produzioni in Italia: siamo certamente tra i più bravi al mondo nel design, nella realizzazione di gioielli, abiti, accessori e anche l’Italian food (originale) deve avere le proprie radici nel Bel Paese ma in tutti i casi, come ho già avuto modo di dire in precedenti occasioni, le strategie di queste aziende verranno decise nei quartier generali dei nuovi proprietari.
Al di là delle assicurazioni che si possano ricevere al momento dell’acquisizione è inevitabile che sia così. Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono anche alcuni aspetti positivi che potranno riguardare le aziende acquistate: quelle che appartengano a un gruppo con grandi sinergie potranno approfittare per esempio di nuovi canali distributivi o accedere a nuovi mercati. Almeno fintantoché il business “gira” altrimenti, in caso di difficoltà, aggiungo io, i quartier generali taglieranno prioritariamente le attività fuori dai confini del proprio Paese.

Il nostro Paese è la brutta copia della Francia

Al centro l'ex patron della Parmalat Calisto Tanzi, con il fratello Giovanni e il figlio Stefano.

In ogni caso spiace constatare che, guardando le vecchie proprietà delle aziende italiane cedute, molto spesso si incontrano personaggi di grande visibilità che hanno sempre predicato come l’Italia dovrebbe fare “sistema”. Mi sembra che l’interpretazione che poi gli stessi danno di questa espressione è di “sistemare” sì i propri interessi ma non sempre nel rispetto dei superiori interessi del Paese.
Sia ben chiaro: in una economia di libero mercato, e per di più in un mercato globale, nessuno può criticare l’inalienabile diritto della proprietà a cedere una attività a chi vuole e alle condizioni che ritiene più valide. Solo che se gli stessi ci risparmiassero qualche predicozzo non ci dispiacerebbe.
Ci sono Paesi, come per esempio la Francia, che difendono con determinazione la proprietà delle loro aziende definite strategiche. Noi, dopo aver perso Parmalat (guarda caso proprio a favore dei francesi), abbiamo cercato di imitarli con la creazione del Fondo Strategico Italiano. A distanza di qualche anno basta guardare il portafoglio di partecipazioni di questo fondo per capire cosa sia stato ritenuto strategico e in quali condizioni questa strategicità si sia concretizzata.
IN GIOCO C'È IL FUTURO DELLE NUOVE GENERAZIONI. Io credo che per creare ricchezza solida e di lungo periodo dovremmo realizzare le condizioni per le quali in Italia si costruiscano nuove fabbriche che possano svilupparsi acquisendo una taglia critica per competere con i peers internazionali e che eventuali partnership possano essere realizzate sulla base di un rapporto di pari dignità.
Vendere all’estero le nostre eccellenze potrà essere una soluzione di breve periodo, ma nel medio-lungo non pagherà.
Il “sistema” in grado di far vincere il nostro Paese non è questo. Se la classe dirigente italiana (quindi non soltanto quella politica) non assume questo aspetto come priorità non ho idea di che futuro potremo lasciare alle nuove generazioni.
EURO IN CALO E QE NON RISOLVONO I PROBLEMI. Molti pensano che ormai il peggio sia passato in quanto un dollaro rivalutato, un prezzo del petrolio a un livello così basso che non si registrava da anni, una forte liquidità disponibile (grazie soprattutto al Quantitative easing) e dei tassi di interessi al minimo storico possano risolvere tutti i nostri problemi.
Sarebbe un errore tragico in quanto le stesse condizioni valgono per tutti i nostri peers internazionali mentre i gap strutturali che abbiamo nei loro confronti restano assolutamente inalterati, senza le riforme necessarie.
Pochi lo percepiscono, tanto è vero che in politica la conflittualità tra e all'interno dei partiti, o paradossalmente delle rispettive minoranze, sta aumentando vistosamente. Se anche in un’impresa prevarranno sentimenti “egoistici” non c’è dubbio che, come ebbi occasione di dire una volta a Ballarò, «se la mia generazione di classe dirigente non sarà maledetta dai propri figli, lo sarà certamente dai propri nipoti».

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