Economia 25 Marzo Mar 2015 1053 25 marzo 2015

Pechino, l'espansione corre su tre strade

  • ...

Negli anni tanti economisti hanno dubitato sui dati macroeconomici cinesi. Anche per la capacità che ha avuto il governo di Pechino nell’indirizzare la crescita in un verso e nell’altro: quando c’era da sostenere la produzione per aumentare la leva finanziaria e comprare titoli americani il Pil cresceva a due cifre, adesso che si deve uscire dalla forza dell’inflazione ed evitare lo scoppio di bolle immobiliare la Tigre rallenta. Eppure la crisi delle materie prime, il dollaro forte e la decisione di Obama di far produrre al suo Paese manufatti un tempo realizzati nel Far East sta penalizzando l’ex Impero di Mezzo più del previsto.

Cina LA TIGRE NELLA GABBIA DELLA RECESSIONE Da Pechino è rimbalzata la notizia che alcuni economisti temono che la Cina potrebbe rallentare ulteriormente nel primo trimestre di quest'anno. L’autorevole think-tank dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno ipotizzato un calo del prodotto interno lordo del 6,85 per cento nel primo trimestre dell'anno, rispetto al 7,3 per cento registrato nel quarto trimestre del 2014. Il governo aveva stimato per il periodo in corso un +7 per cento, in linea con inferiore al +7,4 per cento, la più lenta in più di due decenni. Questo mese, il governo ha abbassato le sue previsioni di crescita al 7 per cento per quest'anno, rispetto al 7,5 per cento fissato l'anno scorso. Eppure la cosa, al momento, non sembra spaventare più di tanto Pechino. Che si sta muovendo su due direzioni. Innanzitutto continuano gli investimenti all’estero, che nello scorso weekend hanno visto portare sotto la bandiera rossa il nostro colosso delle gomma (Pirelli).

Marco Tronchetti Provera COMPRARE KNOW HOW Su questo versante Pechino si muove su tre versanti: compra le grandi infrastrutture strategiche (come dimostra l’interesse Pireo) per garantirsi le migliori direttrici commerciali; porta “welfare” nei Paesi dei quali vuole controllare le materie prime; acquista realtà medie e grandi per ottenere il know how che manca alla sua industria. Ed è soprattutto in quest’ambito che vanno letti gli investimenti in Italia. Proprio un anno prima dell’operazione da 7,4 miliardi di ChemChina in Pirelli, People's Bank of China ha rilevato poco più del 2 per cento di Eni ed Enel. Subito dopo è entrata con quote di minoranza in Telecom, Prysmian, Fca, Generali, Mediobanca e Terna. Poi, complice l’attivismo del governo italiano, ecco l’investimento più ampio nel Belpaese del braccio finanziario del sistema cinese: il 35 per cento di Cdp Reti, che vuol dire a cascata rispettivamente il 30 e il 29 per cento di Snam e Terna.

Ansaldo Breda QUANTO VALGONO I CINESI IN ITALIA In totale lo shopping cinese ha visto piovere 3 miliardi di euro in Italia per conquistare almeno 300 aziende. E spesso hanno riguardato quelle che un tempo si chiamavano imprese strategiche. Shanghai Electric, per esempio, ha pagato 400 milioni per il 40 per cento di Ansaldo Energia sempre controllato da Cdp attraverso il Fondo Strategico italiano. Gli analisti hanno fatto notare che “spedendo” ChemChina alla Bicocca, la Tigre rafforza la sua filiera dell’auto, carente proprio nelle gomme. In passato Qinjiang Group aveva preso Benelli (lasciando la produzione a Pesaro), mentre sono stati acquistati da imprenditori con gli occhi a mandarla anche storici nomi della meccanica come la valtellinese Valme srl, Idra presse, la varesina Cb Ferrari, la bergamasca Cifa Pumps o i rubinetti e le valvole Ode. Sempre nell’ottica di recuperare a buon mercato - come lo sono le imprese italiane - know how ecco i cinesi di  di Shig-Weichai mettere le mani sul gruppo nautico Ferretti e gli yacht Riva, mentre il fondo asiatico Lunar Capital ha messo le mani su Roberta di Camerino, Miss Sixty e Pinco Pallino. Cinese è anche un marchio evocativo del made in Italy della moda come Krizia.

Asian Infrastructure Investment Bank) LA SVOLTA INFRASTRUTTURALE Eppure i cinesi - oltre le attività di private equity e il rastrellamento feroce di materie prime - hanno un’altra leva di “cesarismo” economico: controllare le politiche di sviluppo in tutta l’Asia. In quest’ottica è nata l’Aiib (Asian Infrastructure Investment Bank), che gestire l’ampio fabbisogno infrastrutturale del continente. Ma non c’è soltanto il tentativo di accaparrarsi commesse, sulle quali hanno messo gli occhi i vicini giapponesi con un soggetto simile. L’obiettivo principale è quello di limitare la potenza di fuoco della World Bank e del Fondo monetario, che secondo gli emergenti risentono troppo dell’influenza americana. Non a caso, dal Fmi, Christine Lagarde si è affrettata a far sapere che è pronta a collaborare con l’Aiib.

Correlati

Potresti esserti perso