Economia 26 Marzo Mar 2015 1854 26 marzo 2015

Lavoro, braccio di ferro Camusso-Poletti

  • ...

Susanna Camusso e Giuliano Poletti Un tempo Susanna Camusso sperava di bloccare il Jobs Act con la pressione della piazza. A ben guardare l’unico ostacolo alla sua approvazione è la Ragioneria generale dello Stato, che ha messo in dubbio le risorse destinate dal governo agli ammortizzatori sociali e quelle per le stabilizzazioni di Cococo e Cocopro. Eppure la segreteria della Cgil, tra 48 ore, sabato 28 marzo, ritorna in piazza contro le nuove norme alla manifestazione organizzata dalla Fiom, ma stavolta l’obiettivo diventa più ampio e ambizioso: riportare il sindacato di corso d’Italia al centro delle politiche del lavoro e costringere il governo a cambiare atteggiamento verso i confederali. Soprattutto in una fase nella quale ci sono trentacinque contratti nazionali in scadenza. Ma prima, però, bisogna scalfire il potere d’interdizione di Giuliano Poletti, che sa parlare alle aziende e, come la Camusso, ha un forte ascendente a sinistra, visto il suo passato nella cooperazione. IN PIAZZA CON LANDINI Dopo le polemiche - non sopite - con Maurizio Landini sul lancio della coalizione sociale, la Camusso ha rivendicato la sua presenza al corteo. «È scontato che il segretario sia in piazza per una manifestazione di sue categorie». Anche se al momento non ha ancora fatto sapere se interverrà o meno. Quindi ha lanciato il suo guanto di sfida contro Poletti. Come ha spiegato in un’intervista sull’ultimo numero di Famiglia Cristiana, la leader della Cgil vuole riaprire la battaglia sull’articolo 18. Al riguardo ha annunciato «una campagna per l’introduzione di un nuovo Statuto dei Lavoratori”. La Camusso, forse sperando in una vittoria futura di una sinistra più vicina a Tsipras che a Renzi, guarda a un modello di normativa che porti ai precari e agli autonomi tutte le garanzie che un tempo il sistema aveva ideato soltanto per gli insider. Quindi diritti alle ferie come al reintegro nei casi di licenziamento illegittimo. UN NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI Secondo la segretaria della Cgil le norme del Jobs act «sono ingiuste, sbagliate e punitive. Ingiuste perché rendono più debole il lavoratore. Sbagliate perché togliendo i diritti non si crea un solo posto di lavoro. Punitive perché abolendo l'articolo 18, cioè rendendo i nuovi assunti licenziabili, li si rende ricattabili». A rendere tutto ancora più grave, il fatto che il pacchetto lavoro è stato approvato da «un governo di una sinistra pentita. Dato il contesto Renzi che voleva eliminare la precarietà, alla fine ha solo abolito il lavoro a tempo indeterminato dividendo ulteriormente i lavoratori». POLETTI RILANCIA SULLA POVERTÀ Non giocherà di rimessa il ministro Poletti. Il quale, da un lato, sta portando avanti un duro braccio di ferro con la Ragioneria per velocizzare la presentazione in Parlamento dei nuovi decreti attuativi sul Jobs Act. Dall’altro sfida la Cgil sul terreno della lotta al disagio. «Entro giugno», ha spiegato a Famiglia Cristiana, «partirà un piano nazionale del governo per l'inclusione sociale contro la povertà. Molte di queste situazioni sono figlie di una mancanza di lavoro. Ecco perché è necessario far agire diversi soggetti impiegati nelle politiche sociali, statali e non statali: i servizi per l'impiego, i centri di volontariato, le Caritas, il Terzo settore». Respinta la proposta rilanciata da Grillo sul reddito di cittadinanza, ma soltanto perché «ha un costo di molti miliardi», mentre aspetta da Bruxelles risorse per un miliardo (ma spalmate su sei anni) per la lotta alla povertà. IL JOBS ACR FAVORISCE GLI EDITORIALI Sempre sul versante va segnalata una ricerca del centro studi di Mediobanca, che ha calcolato quali tra le quotate quali aziende beneficeranno più del Job Act. Il risultato? In testa alla classifica Rcs, con un incremento atteso dell'utile per azione del 19,7 per cento in tre anni, seguita dall'Espresso (+17,8 per cento) e Mondadori (+13,5) tra tlc, media e tecnologici. Dietro Finmeccanica (+7,7) e Italcementi (+5,5) tra i ciclici, Banco Popolare (+6,5) e Bpm (+%) tra le banche e Hera (+9) tra le utility. Scrivono al riguardo gli analisti di piazzetta Cuccia: «La composizione del mercato del lavoro italiano mostra una forte presenza di dipendenti sopra i 50 anni (oltre il 20 per cento nella maggior parte dei settori), e le utility e le tmt (telecomunicazioni, media e tecnologici, ndr) sono i settori con le percentuali più alte». Quindi «l’impatto una tantum dei prepensionamenti potrebbe erodere del 20 per cento gli utili nel primo anno, con un impatto maggiore (45 per cento) per il comparto tmt». Semplice la conclusione: «Sostituendo dipendenti anziani con nuovi assunti questo potrebbe sostenere l'utile per azione delle società in media del 4 per cento».

Correlati

Potresti esserti perso