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ECONOMIA 27 Marzo Mar 2015 1033 27 marzo 2015

Cina, il debito è una bomba a orologeria

Mercato immobiliare in crisi. Enti locali spendaccioni. Investimenti inefficienti. Pechino ha un rapporto debito-Pil del 282%. Gli analisti: «Dovrà ridurre le spese».

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La Cina ha un rapporto debito-Pil del 282%.

Il debito cinese sta crescendo rapidamente.
«Spinto dal mercato immobiliare e dal sistema bancario ombra (il sistema creditizio non ufficiale, ndr)», scrive McKinsey & Company, compagnia di consulenza americana, «è quadruplicato, crescendo da 7 trilioni di dollari nel 2007 a 28 trilioni a metà del 2014».
Il rapporto fra debito e Pil, al 282%, «anche se gestibile, è maggiore di quello degli Stati Uniti e della Germania».
L’esplosione del credito e la conseguente crescita del debito hanno le loro radici nella crisi finanziaria del 2007, quando il collasso dei mercati finanziari incombeva minaccioso anche sull'Asia.
586 MLD PER STIMOLARE L'ECONOMIA. Per Pechino il problema aveva contorni politici: da quando le riforme volute da Deng Xiaoping hanno aperto la Repubblica Popolare al resto del mondo, è stato il continuo miglioramento delle condizioni di vita della popolazione a garantire la legittimità del partito unico. Cosa sarebbe successo se, nella burrasca della crisi, l’economia cinese si fosse trovata a mal partito?
Per evitare di rispondere a questa domanda nel novembre del 2008 Pechino varò un piano di stimolo dell’economia da 586 miliardi di dollari, inondando di credito il sistema economico. La strategia ha funzionato: non ci sono ancora state crisi, nonostante la crescita sia lentamente scesa dal 14,2% del 2007 al 7,4 dell'anno scorso.
IL DEBITO PASSA DAL 176 AL 282% DEL PIL. Il successo della politica governativa ha però avuto due effetti collaterali.
Il primo è appunto la crescita del debito, passato dal 176 al 282% del Pil nei sette anni successivi al tracollo di Lehman Brothers. Proprio mentre le esportazioni diminuivano e i rischi per l'economia si facevano più significativi, le aziende cinesi si sono trovate di fronte a una montagna di denaro al quale attingere più o meno liberamente.
Non hanno saputo dire di no: stando a quanto afferma Standard & Poor's il debito delle imprese non finanziarie è salito oltre il 120% del Pil.
LA ZAVORRA DELLE AMMINISTRAZIONI LOCALI. Ma non è stato solo il settore privato a partecipare all'abbuffata. «Il principale problema è il debito accumulato dalle amministrazioni locali, che prendono denaro in prestito per finanziare i propri investimenti», spiega a Lettera43.it Guonan Ma, economista presso il think tank Bruegel.
Una fetta del debito che sembra appartenere alle aziende è in realtà pubblico, dato che, come afferma Hong Bo, esperta di economia finanziaria presso la School of Oriental and African Studies dell'Università di Londra, «in Cina alle amministrazioni locali non è consentito indebitarsi e per accedere al credito creano delle compagnie fittizie».

Il problema della sovracapacità produttiva

Il presidente cinese, Xi Jinping.

Il movente è la fame di promozioni. In Cina uno dei criteri fondamentali perché un funzionario locale possa scalare la gerarchia del partito è il successo economico dell'area che amministra. Tanto più alta è la crescita che riesce a generare, tanto maggiore è la possibilità che il dirigente venga promosso.
«Questa», afferma ancora Ma, «è una forma di azzardo morale, perché se l'indebitamento diventa eccessivo ma il funzionario in questione è stato promosso il problema viene scaricato sul suo successore».
Il credito è stato spesso impiegato per finanziare progetti eccessivamente ambiziosi e poco produttivi, soprattutto in quei settori – come l’industria pesante – che in passato hanno fatto la fortuna della Cina, ma che sono oggi cresciuti a dismisura e richiedono pesanti ristrutturazioni. È da questa situazione che nasce il secondo problema legato alle politiche del governo: la sovracapacità produttiva.
6,8 TRILIONI DI SPRECHI IN CINQUE ANNI. Basti pensare che secondo una ricerca di Xu Ce, studioso della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, e Wang Yuan dell’Accademia di Ricerca Macroeconomica, gli sprechi sono stati addirittura di 6,8 trilioni di dollari dal 2009 a oggi, mentre gli investimenti ‘inefficienti’ avrebbero toccato la metà del totale nel 2009 e 2013.
Buona parte del credito è confluito nel settore immobiliare, che secondo il Fondo monetario internazionale rappresenta il 15% del Pil cinese e riceve all'incirca il 20% dei prestiti bancari. Dopo essere stato per anni uno dei motori della crescita del Paese, il mercato immobiliare vacilla: a gennaio i prezzi delle nuove costruzioni sono scesi per il quinto mese consecutivo, mentre nelle periferie vanno aumentando i palazzi disabitati per carenza di domanda.
QUALE SCENARIO? ECONOMISTI IN DISACCORDO. Resta ora da capire cosa tutto questo significherà per il futuro della Cina, un'economia che, pur indebitata, è cresciuta di oltre il 7% nel 2014. Come di consueto non c’è accordo fra gli economisti. Secondo Phillip Booth, direttore editoriale presso l'Institute of Economic Affairs di Londra, «quello che succede alle economie che si sviluppano velocemente è che tendono ad accumulare debito e talvolta questo può portare a una crisi. Nel caso della Cina, mi stupirei se non ce ne fosse una».
Altri sono più ottimisti: «Il debito domestico ha rallentato, e non ci aspettiamo che il governo permetta una ripresa», dice Chang Liu, economista presso Capital Economics. Gli fa eco la dottoressa Hong, secondo la quale «in generale non ci dovrebbe essere una crisi finanziaria».
«CRISI POSSIBILE MA IMPROBABILE». Molto, in ogni caso, dipenderà dalle scelte di Pechino, che può decidere se mettere in atto una riforma dolorosa ma necessaria, dando maggiore spazio al settore dei servizi e ai consumi a scapito di manifatturiero ed esportazioni, oppure temporeggiare e sperare che la tempesta non si materializzi.
Secondo il dottor Ma, «una crisi è possibile ma improbabile, il governo dovrà ridurre l’indebitamento delle amministrazioni locali, e ciò comporterà una riduzione degli investimenti e perciò dell’occupazione».
Insomma, la Cina ha sacrificato la stabilità dei conti per avere più crescita. E ora potrebbe dover tornare sui suoi passi.

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