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INCHIESTA 30 Marzo Mar 2015 1651 30 marzo 2015

Cpl Concordia, l'ombra della camorra

Secondo Iovine la coop siglò un accordo con le cosche. Manovrando i subappalti. La tariffa? «Dieci euro ogni metro di condotta». Ma da Modena smentiscono.

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Massimo D'Alema.

I politici? Si dividono in tre categorie: quelli che «al momento debito si sporcano le mani, quelli che mettono le mani nella merda e quelli che invece non le mettono».
La greve catalogazione, colta dai magistrati durante un’intercettazione, è frutto della mente affaristica di Francesco Simone, mediatore assai dinamico (e considerato vicino alla famiglia Craxi), che parla al telefono l’11 marzo 2014 con Nicola Verrini, responsabile commerciale di area della Cpl Concordia, la società cooperativa finita nella bufera in seguito agli arresti effettuati dai magistrati della procura di Napoli per le presunte tangenti pagate al comune di Ischia nell’ambito dei lavori per la metanizzazione dell’isola.
CPL, COOP ROSSA STORICA. Per il gip Amelia Primavera tale conversazione appare «di estremo rilievo» perché - secondo il magistrato - «dice tutto a proposito del modus operandi della Cpl e dei suoi uomini».
È in questa intercettazione che viene tirato in ballo anche il nome di Massimo D’Alema: le parole pronunciate dagli interlocutori dimostrerebbero, secondo la procura, «i rapporti che intercorrono tra il leader del Pd, cioè dello schieramento politico di riferimento, e la Cpl Concordia che è una tra le più antiche cosiddette cooperative rosse».
Quel che più sembra aver colpito i magistrati è la frase pronunciata da Simone relativa alla «necessità di investire negli Italiani europei (la fondazione che fa capo a D’Alema, ndr)» in quanto il leader Maximo è uno che «mette le mani nella merda come ha già fatto».
«DOBBIAMO PAGARLO, CI PORTA QUESTO...». In un passaggio successivo (e relativo a un’altra vicenda) Simone afferma anche: «In riferimento sempre alla quota associativa (della quale si omette la denominazione)... dobbiamo pagarlo perché ci porta questo e chiudiamo questo, no venti ma anche duecento...».
Insomma, mezze frasi, allusioni, riferimenti più o meno velati anche all’acquisto di bottiglie di vino e di libri firmati dall’uomo politico.
Come sempre accade di fronte a intercettazioni che scottano, infuriano le illazioni. E qualche mezza verità. Chi ha pagato tangenti a chi? E dove? E quando? E perché? Sullo sfondo, la storia centenaria della coop Cpl Concordia, nata nel lontano 1899 come azienda impegnata nell’edilizia e tra le più antiche cooperative rosse con sede a Concordia sulla Secchia in Emilia Romagna.

Quando Iovine disse: «Abbiamo trovato facilmente un accordo»

Il boss dei Casalesi, Antonio Iovine, al momento del suo arresto nel 2010.

Conta 1.800 addetti, 70 società controllate e collegate in tutto il mondo, e un fatturato consolidato (nel 2014) pari a 461 milioni. Dopo la riconversione, ormai lontana nel tempo, nel campo della metanizzazione, del fotovoltaico, dell’uso iper-tecnologico dell’energia, la Cpl è considerata a livello del meglio che operi attualmente sui mercati internazionali.
Una “multiutility”, che dal Modenese si espande a macchia d’olio e costruisce reti, relazioni, distribuzione del gas in tutto il Sud d’Italia e in molti Paesi del Mediterraneo e dell’Est europeo fino a spingersi nel più lontano Oriente.
In passato, la Cpl Concordia era comparsa in una vicenda giudiziaria: quella riguardante il policlinico di Modena. Anche lì - dopo una denuncia dei Nas - i magistrati ipotizzarono presunti appalti pilotati.
PRESUNTE TANGENTI NEL CASERTANO. Ma ancor di più, la Cpl è entrata nella storiaccia delle presunte tangenti pagate in relazione ai lavori di metanizzazione in alcuni Comuni del Casertano (Casal di Principe, San Cipriano, Frignano, Villa Briano, Villa Literno, Casapesenna).
I lavori risalgono alla fine degli Anni 90 (1997-98-99) e a parlarne ai magistrati è stato il pentito Antonio Iovine, detto ‘O Ninno, uno tra gli ex capi del clan dei Casalesi: «Abbiamo trovato terreno fertile tra le imprese che venivano da fuori e prendevano appalti», ha raccontato, «quando ci siamo presentati per trattare, abbiamo trovato facilmente un accordo nell’interesse di tutti».
La Cpl è stata molto presente nella metanizzazione del Casertano, ma ha operato - come molte altre aziende qualificate e di grandi dimensioni – anche in altre aree ad alto rischio criminalità del Sud Italia, come la Calabria e la Sicilia, tramite una sua società costituita ad hoc, la Cpl Distribuzione.
«CINQUE DITTE VICINE AI CASALESI». Iovine, nel suo racconto, ha anche aggiunto: «Se una società avesse deciso di non accettare le nostre richieste di subappalto, il clan avrebbe reagito male. Come? Bloccando i cantieri, ma ancor di più provando a condizionare i sindaci dei rispettivi Comuni».
Dal canto suo, la Cpl Concordia ha sempre negato con veemenza di aver mai coltivato contatti con Iovine o con altri esponenti del clan dei Casalesi. E ha sempre smentito anche l’affermazione del pentito secondo cui «l’accordo» per il metano sarebbe stato siglato con «tal Piccolo Antonio, uomo del boss Pasquale Zagaria» nonché il fatto - descritto da Iovine - che le cinque ditte subappaltanti facessero capo ai vari affiliati al clan dei Casalesi.

Nei Paesi controllati dal clan la rete è potenzialmente dannosa per i cittadini

La Cpl Concordia conta 1.800 addetti e 70 società controllate.

Verità, bugie, riscontri che spesso non esistono o si fa fatica a scovare. Un fatto è certo: la rete di metanizzazione realizzata nei paesi del Casertano che vivono sotto influenza Casalesi è risultata alle verifiche poco corretta tecnicamente e, secondo i periti, addirittura potenzialmente dannosa per la salute dei residenti.
Le condotte, è stato rilevato, sono state sistemate a 30 e non a 60 centimetri sotto il livello stradale. E il manto, conclusi i lavori, non è mai tornato allo stato di normalità.
Chi ricorda perfettamente come siano andate le cose per far giungere il metano nei luoghi di Sandokan è Lorenzo Diana, ex membro della commissione antimafia ed ex senatore del Pd che vive sotto scorta da anni per le sue analisi sul fenomeno dei Casalesi e per la sua battaglia infinita contro i boss: «Hanno detto maliziosamente che avrei visto di buon occhio l’arrivo della Cpl nelle mie terre? E ci credo che la vedevo di buon occhio», dice a Lettera43.it. «Erano 10 anni che aspettavamo che prendessero il via i lavori per la metanizzazione, ma la società che aveva ottenuto l’autorizzazione (secondo molti collegata alla famiglia di Nicola Cosentino, l’ex coordinatore di Forza Italia ora agli arresti), non si decideva mai a onorare l’impegno».
«COSENTINO NON VOLEVA FAR ARRIVARE IL METANO». Il motivo? «La famiglia Cosentino vendeva bombole di gas nei paesi circostanti e, secondo molti, non aveva alcun interesse a far arrivare il metano. Fu così», continua l’ex senatore, «che i Comuni dell’area si unirono per sollecitare alla prefettura l’avvio dei lavori per la metanizzazione usufruendo dei contributi statali: si trattava di cinque Comuni commissariati per infiltrazioni di camorra e di due a gestione ordinaria».
Diana continua: «Cpl nel frattempo aveva comprato la licenza dalla società che se l’era accaparrata solo per poi rivenderla e subentrò nell’operazione a pieno titolo».
I lavori per il metano «durarono due o tre anni, ma noi amministratori locali ci guardammo bene dal metterci in mezzo: approfittando del fatto che nei Comuni gestivano tutto i commissari prefettizi, lasciammo che se la vedessero loro con la nuova società».
«10 EURO PER OGNI METRO DI CONDOTTA». Nessuno, naturalmente, ha mai avuto modo di controllare che cosa sia davvero accaduto tra la Cpl e i Casalesi in termini di affidamento dei subappalti. Se cioè ci sia stato una trattativa, un ricatto o proprio nulla. Secondo il pentito Iovine, il clan chiese e ottenne 10 euro per ogni metro lineare di condotta realizzando un guadagno da 300 mila euro.
Secondo la Cpl, invece, qualsiasi pagamento di tangenti o di altro è da ritenersi un vero e proprio falso: «Noi abbiamo a che fare con gli appaltatori che scegliamo di volta in volta sul posto. Non ci occupiamo dei subappalti».
«Un fatto è certo», conclude Diana, «in quegli anni la presenza dello Stato nell’area casertana era nulla. Un’azienda, comunque siano andate le cose, si ritrovava da sola ad aver a che fare con una forma di delinquenza spesso difficilmente gestibile, che sapeva incutere allarme e paura».

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