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ANTICIPAZIONE 31 Marzo Mar 2015 1037 31 marzo 2015

«Mi fido di te», la rivoluzione della sharing economy

Meal sharing ma non solo. L'economia della condivisione ridefinisce il tessuto sociale. Restituendogli senso e importanza. In esclusiva un estratto del libro di Gea Scancarello.

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Comprare un pasto dai vicini di casa, che preparano in abbondanza e mettono in vendita sul web quello che loro non consumeranno.
Il paradiso dei pigri si chiama meal sharing, e non è solo un modo per sconfiggere le cene in scatoletta o i surgelati al sapor di plastica. Come tutte le idee che alimentano la cosiddetta sharing economy – economia della condivisione, o economia collaborativa – anche questa aiuta a ridefinire il tessuto sociale, restituendogli senso e importanza.
SI DIMINUISCONO GLI SPRECHI. Suonare al campanello di uno sconosciuto per portarsi via un contenitore di pasta, dandogli in cambio qualche euro, aiuta a modificare le modalità dello stare insieme e i mezzi di produzione di valore, mettendo a frutto risorse già esistenti e diminuendo gli sprechi.
Cucinare per sconosciuti è solo una parte di questa rivoluzione, economica e umana, raccontata in Mi fido di te, di Gea Scancarello, in uscita il 2 aprile 2015.

Gea Scancarello (foto di Gabriele Galimberti), autrice del libro Mi fido di te.

Meal sharing: cucino anche per te

La Corea (quella vera) nel piatto

Alle otto Astrid non si era ancora messa ai fornelli e io speravo che il rumore del traffico che saliva dalla strada fosse abbastanza forte da coprire gli acuti che arrivavano dal mio stomaco: a pranzo avevo mangiato troppo poco e non avrei resistito a lungo. Ero ospite in casa sua già da tre giorni e in quel momento gironzolavo per la cucina lanciando sguardi distratti al frigo: speravo fossero persuasivi. Ma lei se ne stava al computer, nella grande sala affacciata sui tetti di Amsterdam, senza capire i miei segnali, e più le dita picchiettavano sui tasti, più perdevo il controllo della mia pancia. D’un tratto, come se avesse infine guardato l’ora, ha smesso di digitare e si è voltata verso di me: «Prendiamo qualcosa d’asporto, questa sera, okay?».
Finalmente: due buone notizie in una. La prima era che avremmo avuto un pasto in tavola a breve. La seconda era che non l’avrebbe preparato lei.
«Ottimo, cos’hai in mente?» ho chiesto. «Cibo coreano, noodles e rolls: li ho appena prenotati alla signora del terzo piano» mi ha risposto. Non avevo idea di chi fosse la vici-na, ma ho immaginato che gestisse una delle gastronomie asiatiche che avevo intravisto nel quartiere.

Quando siamo arrivate davanti all’appartamento numero 57, però, il profumo di spezie che filtrava dall’interno suggeriva pentole ancora sui fornelli. La porta si è aperta su uno spaccato di vita domestica: in sala un ragazzino apparecchiava la tavola, mentre una quarantenne – tratti del viso orientali, sorriso scolpito da una parte all’altra degli zigomi, capelli scuri raccolti in uno chignon – si asciugava frettolosamente le mani su un grembiule. La donna ci ha accompagnate in cucina e ha riempito un contenitore di plastica con il contenuto di una padella, mentre un altro recipiente già colmo, di fianco al lavandino, aspettava di essere chiuso. Mentre lei e Astrid scambiavano qualche parola, io mi guardavo intorno cercando di non essere troppo indiscreta, ma non riuscivo a inquadrare la situazione. […]
Dovevo avere un’espressione assai interrogativa, perché la signora si è premurata di passare dall’olandese all’inglese per spiegarmi la sua storia. Era coreana, ma viveva ad Amsterdam da più di vent’anni; almeno una sera a settimana cucinava un paio dei suoi piatti preferiti tenendosi larga sulle quantità: quello che lei, il marito e il figlio non avrebbero mangiato sarebbe finito in vendita su Internet. Un po’ per arrotondare, un po’ con il proposito nobile di diffondere la sua cultura d’origine. […]
L’aveva trovata su
Shareyourmeal.net, un sito web creato da un’associazione no-profit con l’obiettivo di mettere in contatto le persone, favorire la condivisione, ridurre gli sprechi alimentari e consentire agli appassionati di cucina di ricavare qualcosa dalle proprie fatiche.

Chi si iscrive a Shareyourmeal.net può segnalare quello che cucina, quante porzioni sono disponibili, a che ora passare a prenderle e quanti soldi versare. Tutti i membri della comunità possono vedere i pasti proposti e scrivere al cuoco piazzando il proprio ordine. Le regole dell’associazione stabiliscono che non si tratta propriamente di una compravendita, quanto piuttosto di condividere un pasto ricevendo in cambio un contributo spese: i cuochi dovrebbero far pagare ai loro «clienti» solo il costo degli ingredienti. In pratica tutti, o quasi, rincarano un po’ il prezzo, almeno per coprire le spese vive, e di recente è stato introdotto persino un servizio catering: i cuochi possono accettare ordini per cene intere, o magari inventarsi e pro- porre menù per feste di compleanno. Lo spirito, tuttavia, deve restare quello di una comunità che si aiuta e sostiene a vicenda, e non di un mercato da far fruttare: se qualcuno cerca di rendere Shareyourmeal.net lo strumento per una professione a tempo pieno, può essere segnalato ai gestori della piattaforma e quindi estromesso.
Finora è andata bene. In meno di due anni, soltanto in Olanda 7.000 cuochi amatoriali hanno deciso di condividere i loro pasti con 52.000 foodies, compratori; negli ultimi dodici mesi ci sono stati circa 50.000 scambi, con un valore medio di quattro euro l’uno. […]

La versione italiana del sito si chiama Cucinaecondividi.it: come impostazione di base mostra quello che bolle in pentola nel raggio di un chilometro e mezzo dall’indirizzo inserito al momento dell’iscrizione, per incentivare lo scambio tra vicini di casa. Il sito invia anche aggiornamenti via email: si scelgono le persone su cui si vuole essere informati e, ogni volta che queste pubblicano un pasto da condividere, si riceve una notifica. Il paradiso dei pigri, insomma: bisogna soltanto aspettare che il menù degli altri compaia sullo schermo del computer. […]
Sulla piattaforma i gestori (al momento, quantomeno) non suggeriscono i prezzi, non guadagnano dagli scambi e non controllano i passaggi di denaro. Una volta trovato un piatto da ordinare, si scrive direttamente al cuoco, si prendono accordi e poi ci si presenta da lui o da lei e si paga in contanti. Il sistema è pensato apposta per favorire gli incontri: non è un semplice take-away, ma ci si conosce, si chiacchiera, si scambiano esperienze, consigli e magari anche ricette. Oppure, con parecchia fortuna, si ritrovano vecchi amici. L’obiettivo è mettere in contatto persone, contribuendo a creare una comunità che si supporti e aiuti.
In Olanda, in meno di due anni, contando una media di quattro euro per porzione, i foodies hanno già redistribuito alla comunità 200.000 euro: una cifra che fa una certa impressione, specie se si pensa che senza
ShareYourMeal con ogni probabilità non sarebbe finita in un mercato alternativo, ma sarebbe andata persa. Quattro euro, infatti, non sono sufficienti a comprare un pasto in nessun locale, nemmeno di basso livello. Bastano, tuttavia, per contribuire alla spesa del vicino e aiutarlo a far tornare i conti. […]

L’ingrediente principale è la fiducia

Naturalmente bisogna fidarsi gli uni degli altri. I cuochi non hanno certificazioni sanitarie, attestati da chef o diplomi vari, come nei ristoranti o nelle gastronomie. Cucinano a casa loro, in condizioni igieniche e con ingredienti che riten-gono appropriati per sé e per la propria famiglia: e questo, per chi compra, è la garanzia migliore. Ogni iscritto al sito, inoltre, compila un profilo nel quale può aggiungere foto e magari i link ad altri social network: più numerose sono le informazioni che si è disposti a condividere, più è facile che gli altri si possano fidare.
D’altronde, anche chi si mette ai fornelli e prepara razioni extra per condividerle si assume la sua parte di rischio: tecnicamente non ha alcuna certezza che chi le ha ordinate si presenti davvero. Tuttavia, i fondatori del sito dicono di non aver mai raccolto lamentele, se non in episodi circostanziati e ben motivati: qualcuno che si è ammalato, per esempio, e che comunque ha avvertito per tempo. Le regole dettate dal buonsenso – o, se si preferisce, dall’etica – sono sufficienti a organizzare i rapporti: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. […]

Cucina e Condividi

Cos’è. Una piattaforma online che consente di segnalare che cosa si sta cucinando e condividerne alcune porzioni, per cui si riceve un rimborso spese. È possibile anche scrivere che cosa si è in grado di preparare e ricevere ordinazioni specifiche.
Cosa si può proporre? Qualsiasi cosa.
Dove si può usare. Il sito funziona in tutta Italia e in molti altri paesi del mondo: attualmente è disponibile anche in Austria, Inghilterra, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Stati Uniti. Per usare la versione internazionale e verificare i pasti in preparazione in tutto il mondo, Shareyourmeal.net.
Come ci si iscrive? Per registrarsi basta inserire nome, cognome, indirizzo, città, email e caricare un’immagine di sé.
Quanto costa? Il prezzo medio delle porzioni è quattro euro.
Come funziona? Chi sta preparando qualcosa per cena e pensa che ce ne sarà in abbondanza può condividerla con le persone intorno a sé. Basta cliccare su «Aggiungi pietanza» sul proprio profilo e scrivere il nome del piatto, il numero di porzioni disponibili e il prezzo per porzione. Gli iscritti possono ricercare tutti i piatti in preparazione nella loro zona o città. Una volta trovato qualcosa di interessante, si clicca su «Richiedi» e si apre una mascherina per scrivere direttamente al cuoco. Quando questi risponde, si riceve una notifica nella propria posta elettronica. A quel punto ci si può mettere d’accordo per il ritiro e le dosi. I cuochi possono anche inserire pietanze che non stanno cucinando in quel momento ma che sono disponibili a fare su ordinazione: si clicca sempre su «Aggiungi pietanza» e si inseriscono i dati sulla mascherina in basso.
Come si paga? In contanti, direttamente al cuoco.

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