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AGRICOLTURA 31 Marzo Mar 2015 0625 31 marzo 2015

Quote latte, addio al regime europeo dal primo aprile 2015

Stop dopo 31 anni. I limiti alla produzione sono superati. Fine delle odiate multe. Dal 1984 proroghe, contenziosi e lotte politiche. Storia di un sistema contestato.

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da Bruxelles

Era il 31 marzo 1984 quando l'allora Comunità economica europea introdusse per la prima volta le quote latte.
E cioè un prelievo finanziario imposto agli allevatori europei per ogni chilogrammo di latte prodotto oltre un limite stabilito.
Sono passati 31 anni di discussioni, riforme, rimborsi, multe e ricorsi, ma soprattutto battaglie da parte di chi si è sempre ribellato a questa logica, ritenendola dannosa, e chi invece l'ha difesa.
NUOVA SFIDA PER IL MERCATO. Ora l'Unione europea ha deciso di abolire lo strumento che ha condizionato l'economia agricola comunitaria.
«Un vero cambiamento», l'ha definito il commissario europeo all'Agricoltura, Phil Hogan, che ha spiegato perché è arrivato il momento di lasciarsi le quote alle spalle e accettare una nuova «sfida», quella del mercato globale.
Adesso «siamo capaci di esportare l'11% del nostro latte senza nessun tipo di sussidi», ha detto Hogan.
La domanda mondiale «aumenta del 2,1% l'anno».
NIENTE RISCHI PER L'EUROPA. Insomma non c'è più il rischio di sovrapproduzione che danneggiava un tempo il mercato europeo, ha aggiunto citando l'esempio dei prodotti caseari: «Fra 2010 e 2013 l'export dell'Ue verso la Corea è più che raddoppiato».
Nessun pericolo nemmeno di volatilità del prezzo del latte in Europa, visto che «oggi abbiamo la stessa media di prezzo di due anni fa, continuiamo ad avere una politica dettata dal mercato, che si riflette in una stabilizzazione a circa 32 centesimi al litro».
DECISIONE PRESA NEL 2003. La fine del regime delle quote, il primo aprile 2015, è quindi vista come una buona notizia, decisa ormai un decennio fa, nel 2003, e ora diventata realtà.
Ma quali sono state le tappe principali di questa maratona agricola fatta di politche, riforme, manifestazioni e lotte che hanno visto sempre in prima fila gli allevatori italiani? Eccole.

1. Perché sono state introdotte: limitare la sovrapproduzione

Le quote latte sono state introdotte per affrontare l'eccesso di offerta sul mercato Ue.
Alla fine degli Anni 70 si parlava «laghi di latte» e «montagne di burro» che rimanevano invenduti nei negozi.
Ai produttori di latte di mucca europei era infatti stato garantito un prezzo per il loro latte di gran lunga superiore rispetto a quello dei mercati mondiali.
Il che non faceva altro che incentivare la produzione anche in assenza di domanda.
CIBO ACCESSIBILE A TUTTI. Questo perché negli Anni 60-70 le prime riforme agrarie comunitarie, le Pac, erano orientate alla cosiddetta food security: assicurare cibo a prezzo accessibile ai cittadini europei e un reddito dignitoso ai contadini.
Così nonostante i diversi sforzi per rallentare la produzione Ue di latte, questa continuò a crescere molto più velocemente della domanda interna: negli Anni 70 si contarono più di un milione di tonnellate di burro e di latte.
FINE DEL SISTEMA DI INCENTIVI. Uno squilibrio che portò l'Ue a prendere una decisione per limitare i danni e i costi di questa sovrapproduzione: inserendo il regime delle quote latte, ma anche i diritti di impianto dei vigneti e le quote zucchero, si sancì la fine del sistema di incentivo alla produzione, e si iniziò a lavorare a una politica agricola diversificata.

2. Come funzionavano: multa oltre il tetto massimo produttivo

Secondo il sistema ogni contadino poteva produrre una quantità fissa di latte e se superava la sua quota doveva pagare una multa.
In seguito fu stabilito dovessero pagare solo se lo Stato membro superava anche la sua quota nazionale.
In pratica il regime delle quote fissava dei tetti massimi alla produzione annuale dei singoli Paesi, e chi li superava mettendo in commercio una quantità di latte in eccedenza a quella consentita, subiva un 'prelievo' non di molto inferiore al valore commerciale del latte stesso.
ANNO DI RIFERIMENTO 1984. Il tetto massimo produttivo per gli allevatori di ciascun Paese era basato sulle quantità commercializzate in un determinato periodo di riferimento, che per l'Italia fu l'anno 1984.
In questo modo, il reddito degli allevatori veniva garantito dalla stessa Comunità europea che si impegnava a ritirare dal mercato il latte in eccesso trasformandolo in burro e in latte in polvere.
CINQUE ANNI, POI LA PROROGA. Le quote latte erano state originariamente introdotte per 5 anni, ma la data di scadenza è stata rinviata più volte.
La data finale, 2015, è stata decisa nel quadro della riforma della Pac del 2003 e riconfermata nel 2008.

3. La lunga lotta: all'Italia assegnate quote troppo basse

Fin dalla lunga maratona agricola che nella notte tre il 30 e il 31 marzo 1984 portò alla sua nascita, il sistema delle quote fu criticato da numerosi Paesi.
A non piacere fu soprattutto il metodo di assegnazione dei tetti di produzione.
A Stati come Olanda, Irlanda e Germania erano infatti state assegnate quote superiori al loro fabbisogno mentre ad altri Paesi come l'Italia fu assegnata una quota pari a circa la metà dei loro consumi interni.
GOVERNO DISINTERESSATO. «L' Europa non riesce a uscire dai suoi steccati lattiero-caseari», disse Bettino Craxi al Consiglio europeo che decise le quote latte sottovalutando gravemente la politica agricola e quella decisione che l'Italia pagò per decenni.
Quella politica fece sì che le quote latte fossero approvate nel disinteresse del premier Craxi, dell'allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti e dell'Agricoltura Pandolfi.
E non fu un caso che l'Italia fu una delle più penalizzate.
Disinteresse politico, ma anche incapacità di capire la misura: in Italia allora il settore lattiero caseario non aveva la possibilità di contarsi, come invece in Germania o in Olanda.
IL GUAIO DEL MERCATO NERO. A ciò si aggiunse il fatto che il calcolo Istat fu fatto male anche perché allora i contadini non dichiaravano tutto quello che producevano per tenersi una parte da vendere in nero e non pagare le tasse.
L' Italia ebbe 9 milioni di tonnellate assegnate, grosso modo quel che produceva all'epoca, almeno così dichiarò l'Istat.
L'ILLUSIONE DELL'ESENZIONE. Le organizzazioni agricole italiane salirono subito sul piede di guerra: a Pandolfi fecero notare che l'Italia con quei dati forniti dall'Istat avrebbe ricevuto poche quote, che ci sarebbe stato un problema di sovraproduzione e che quindi l'Ue avrebbe fatto pagare multe salate.
Ma il ministro fece credere loro di aver ottenuto una 'esenzione generale', come a dire: gli allevatori italiani non erano tenuti a rispettare le quote: «Non pagheremo mai, state tranquilli».
Le ripetute infrazioni da parte degli allevatori italiani costarono all'Italia diverse condanne della Corte di giustizia europea.
CONTENZIOSO DA 6 MILA MILIARDI. La Comunità contestò più volte i dati produttivi comunicati dall'amministrazione italiana (che negli anni cercò di fare aumentare il tetto delle quote), e avviò un contenzioso per richiedere il pagamento di un prelievo complessivamente stimato in circa 6 mila miliardi di vecchie lire.
Dal 1994 al 2008 l'Italia ha sempre sforato le quote, e diversi ministri dell'Agricoltura hanno dovuto affrontare il caso: Paolo De Castro, governo D'Alema, nel 1999-2000 riuscì a ottenere quote regalate.
ZAIA E IL PAGAMENTO IN ANTICIPO. Poi Luca Zaia fece una legge che faceva anticipare i soldi dallo Stato italiano, pagando le multe degli allevatori: questi dovevano però poi restituire allo Stato.
Sebbene il suo partito, la Lega Nord, sostenesse che gli allevatori non dovevano pagare, fu il primo leghista a mettere nero su bianco il pagamento.
Ma ancora oggi alle casse nazionali mancano 1,3 miliardi. E l'Italia è stata deferita alla Corte di Giustizia europea.

4. Perché non servono più: nessun eccesso di produzione

Secondo la Commissione europea ormai non c'è più il rischio dello stesso tipo di eccedenze strutturali come in passato.
Il prezzo garantito per il burro e il latte scremato in polvere ora serve solo come una rete di sicurezza - come accadde per esempio durante la crisi del 2009 del settore caseario, rassicura l'esecutivo comunitario.
I PRODUTTORI GUARDANO AL MERCATO. Ciò significa che oggi i produttori guardano più al mercato quando decidono quanto produrre.
E soprattutto hanno sviluppato una maggiore attenzione sui prodotti a valore aggiunto come formaggio e yogurt e sugli ingredienti per alimentari, sport e prodotti dietetici, che hanno un forte potenziale in termini di crescita e di occupazione per l'Ue.

5. L'evoluzione del settore: meno produttori, più efficienza

Negli ultimi 30 anni c'è stata una graduale diminuzione del numero di produttori di latte in tutta l'Ue (- 6% l'anno).
Le dimensioni medie delle mandrie tendono ad aumentare, il miglioramento della genetica e l'efficienza di alimentazione hanno contribuito a far crescere la resa per vacca.
LIVELLO DI PRODUZIONE STABILE. Il livello complessivo della produzione è rimasto relativamente stabile, limitato dal regime delle quote.
Il maggiore orientamento al mercato ha visto uno spostamento verso altri prodotti a valore aggiunto, in particolare per le esportazioni.
Per esempio, la produzione di formaggio Ue dal 2003 al 2013 è aumentata del 26%, mentre il volume delle esportazioni è aumentato del 69%. L'Ue resta il produttore di latte più importante del mondo.

6. Dal 2012 il pacchetto latte: contratti e produzioni programmate

Nel 2012 la Pac (politica agricola comune) ha adottato il 'pacchetto latte', che mira a rafforzare la posizione dei produttori lattiero-caseari nella filiera lattiero-casearia in modo che possano essere più orientati verso il mercato.
Come funziona? Gli Stati membri hanno la possibilità di rendere obbligatori i contratti scritti tra le aziende di produzione e le aziende di trasformazione del latte.
NEGOZIAZIONI COLLETTIVE. Gli allevatori possono negoziare collettivamente le condizioni contrattuali, compreso il prezzo del latte crudo, attraverso le organizzazioni di produttori.
Alcune norme specifiche dell’Ue sulle organizzazioni interprofessionali consentono agli attori della filiera lattiero-casearia di dialogare e svolgere una serie di attività, e gli Stati membri sono autorizzati, a determinate condizioni, ad applicare norme per regolamentare la fornitura di formaggi Dop e Igp.
STOP AL CONTROLLO DIRETTO. Con il pacchetto latte, la Pac ha sancito la fine degli strumenti di controllo diretto del mercato (prezzi garantiti, quote) e il passaggio a nuovi strumenti (contratti, organizzazioni dei produttori Op, organizzazioni interprofessionali Oi, programmazione delle produzioni).
Le nuove misure dovrebbero rimanere in vigore fino al 2020 e sono state ideate per dare ai produttori lattieri il tempo necessario per prepararsi all’abolizione delle quote e migliorare la loro organizzazione secondo una logica più orientata al mercato.

Twitter: @antodem

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