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LO SPORTELLO 3 Aprile Apr 2015 0600 03 aprile 2015

Un Lehman Brothers bis è possibile, anche in Italia

Le banche sono intoccabili. E le difficoltà odierne le spingono ad adottare pratiche poco ortodosse. Che potrebbero ripercuotersi sui risparmiatori ignari.

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Questa settimana vorrei raccontarvi quanto ho vissuto a proposito delle conseguenze pagate dai sottoscrittori di titoli bancari agganciati a obbligazioni Lehman Brothers a seguito del fallimento del grande colosso americano.
Un racconto che deve essere da monito per capire gli atteggiamenti ex post del management bancario che alla stregua di Ponzio Pilato “se ne lava le mani”, ma soprattutto per comprendere che oggi in Italia ci sono diverse banche in grosse difficoltà gestionali che continuano a emettere obbligazioni che sono “forzatamente” vendute ai clienti (soprattutto se affidati).
LA MADRE DI TUTTI GLI INGANNI. In questa rubrica abbiamo già parlato di come la manipolazione del “profilo di rischio” rappresenti la madre di tutti i successivi inganni.
Ma, come si dice, cliente avvisato mezzo salvato.

Tutti conoscevamo i danni, ma tranquillizzavamo i correntisti

New York: l'esterno della Lehman Brothers.

Io so e ho le prove che il fallimento della Lehman Brothers avrebbe danneggiato migliaia di correntisti, sebbene, già dal giorno successivo al crac della banca d’affari americana, le direzioni generali degli istituti di credito italiani sostenessero il contrario.
Il fine settimana lo avevamo trascorso attaccati al nostro Blackberry facendo scommesse via sms, email e bbm. La domanda era sempre la stessa: «Fallisce?». La maggior parte di noi rispondeva ostinatamente di «no». Tutti pensavamo – forse anche per scongiurare l’ipotesi che un giorno potesse capitare anche a noi – che la Federal Reserve sarebbe intervenuta. Invece, quando alle 8 di lunedì 15 settembre 2008, appena arrivati in ufficio, accendemmo i nostri computer le agenzie di stampa battevano la notizia: Lehman Brothers, la terza banca per dimensioni negli Stati Uniti, aveva portato i libri in tribunale ed entrava ufficialmente sotto tutela fallimentare (il Chapter 11 della legislazione statunitense). La scommessa era stata persa. In tutti sensi.
IL CROLLO DEL DOW JONES. Gli indici di Borsa iniziarono a collassare. Il Dow Jones quella giornata perse 504 punti, il crollo più significativo dopo quello del 17 settembre 2001: il primo giorno di apertura dei mercati dopo l’attentato alle Torri gemelle.
Nei nostri uffici i telefoni squillavano all’impazzata, i clienti, già scottati da ciò che era avvenuto proprio all’indomani dell’inferno di Ground zero, volevano spiegazioni, erano preoccupati, ansiosi, impauriti di perdere i propri risparmi.
In quello stato di agitazione generale, chiedemmo subito aiuto al top management per avere delle direttive da seguire con i correntisti. Il tenore delle prime mail che ci arrivarono dall’alto suonava più o meno così. «Tranquilli, state sereni. La vicenda Lehman Brothers è un fatto esclusivamente americano».
IL COINVOLGIMENTO DELLE BANCHE ITALIANE. Secondo i “capi supremi”, quello dei mutui subprime – concessi a chi non aveva neppure un dollaro ma aveva il diritto di comprare una casa – era un fenomeno che riguardava solo gli americani, che si erano lanciati nel business della “finanza creativa” costruendo migliaia di contratti derivati sul pacchetto, appunto, dei mutui subprime. In sostanza, dovevamo rassicurare i clienti come se il fatto non ci riguardasse.
Ma non era così. Lo sapevamo tutti che le banche nostrane, esattamente tra il 2003 e il 2004, avevano acquistato contratti derivati e obbligazioni della Lehman Brothers (oggi privi di valore) e, soprattutto, si erano buttate a capofitto nell’affare, assai remunerativo, delle «polizze assicurative a capitale garantito». Una bufala, naturalmente. Perché la “garanzia” era costituita da obbligazioni bancarie e non dalla compagnia assicurativa. Cioè, il “sottostante”, come viene definito nel gergo bancario, era rappresentato dalle obbligazioni Lehman; pertanto una volta saltata la stessa, il cliente rimaneva con il cerino in mano.

Le rassicurazioni poggiavano sulla teoria del 'fallimento inatteso'

La Federal reserve, la banca centrale americana.

Le rassicurazioni che piovevano dall’alto poggiavano anche sulla teoria del “fallimento inatteso”, classico atteggiamento del management bancario che di fronte alle proprie responsabilità sa rispondere solo in un modo: la colpa va sempre ricercata altrove. E in questo caso doveva ricadere tutta sulle agenzie di rating. Ai clienti dovevamo far passare questo concetto.
Altra bufala, altra menzogna. Perché se è vero che Lehman Brothers aveva un rating elevato fino al giorno prima del crac, è altrettanto vero che da mesi era nell’occhio del ciclone. E se è vero che le sue obbligazioni erano presenti nella sezione delle «obbligazioni a basso rischio e rendimento» dell’accordo interbancario PattiChiari, è altrettanto vero che, ai sensi del regolamento, quelle stesse obbligazioni non dovevano più essere collocate in quella sezione mentre lo sono state fino al giorno del fallimento. Assurdo ma è così.
TITOLI SELEZIONATI IN BASE A DUE PARAMETRI. E infatti, poco dopo il collasso, a confermare quanto dico, l’associazione bancaria ha sospeso l’elenco dei titoli “sicuri” per evitare ulteriori conseguenze giudiziali. Anche questo è assurdo ma è così.
Per capire meglio questo concetto, soffermiamoci un istante sul passaggio dell’accordo PattiChiari in cui si affronta la sezione «Obbligazioni a basso rischio e basso rendimento». I titoli inseriti nell’elenco sono selezionati in base a due parametri: il rischio di mancato rimborso, misurato con il rating – in cui entrano in gioco le agenzie tipo Moody’s o Standard and Poor’s – che può variare da un massimo di «AAA» (società per le quali non è assolutamente ipotizzabile un’insolvenza) a un minimo di «D» (obbligazioni già soggette a procedure fallimentari, che non pagano più le cedole e rischiano di corrispondere solo una parte del valore o addirittura nulla).
L'OSCILLAZIONE DETERMINA IL RISCHIO. Il secondo parametro è: il rischio di una perdita del valore del titolo sul mercato finanziario, nel caso il risparmiatore vendesse il titolo stesso prima della scadenza, chiamato «Valore a Rischio». Questo indice misura la percentuale di oscillazione delle quotazioni sul mercato: più è elevato, più l’obbligazione è rischiosa.
L’elenco comprende i titoli di Stato e le obbligazioni che rispettano tutti questi requisiti: essere emessi e rimborsati in euro, in modo da eliminare il rischio di cambio; essere emessi da Stati o società di Paesi sviluppati e quotati nei mercati ufficiali dei Paesi stessi, in modo da ridurre il rischio connesso a restrizioni finanziarie per difficoltà economiche dei Paesi medesimi; avere una bassa variabilità del prezzo di mercato, in modo da ridurre il rischio di perdite sulla quotazione; avere un rating pari ad «A»; essere titoli semplici in cui non sono previsti sistemi di cedole o di rimborso complicati, come i cosiddetti titoli «strutturati».
GLI ISTITUTI SCRIVONO AI RISPARMIATORI. Il rischio può variare nel tempo e quindi l’elenco viene aggiornato quotidianamente per verificare se un titolo abbia perso anche uno solo dei requisiti fondamentali.
Ma nel caso Lehman Brothers tali “revisioni” dei titoli sembrano non aver funzionato visto che, già diversi mesi prima del crack, le oscillazioni delle quotazioni segnavano un rischio elevato.
O forse si è preferito il silenzio e far finta di nulla? Fatto sta che i risparmiatori che hanno visto sfumare i loro risparmi (il paradosso è che si trattava per lo più di polizze assicurative) si sono visti recapitare, subito dopo il crac, una lettera dalla maggior parte delle banche del tipo: prima di sottoscrivere la polizza, lei ha ricevuto la nostra nota informativa, che indica espressamente che il rischio relativo all’insolvenza di Lehman è a carico dei sottoscrittori e che il rimborso non è garantito.

La convocazione dei direttori: istruzioni per la gestione dell'emergenza

Richard Fuld è stato amministratore delegato di Lehman Brothers.

Nel febbraio 2009 a tutti noi direttori di filiale arriva una convocazione per una riunione molto riservata in cui ci viene consegnato un documento con l’ordine di non divulgarlo ai nostri collaboratori.
In sintesi si diceva che la banca avrebbe avviato un’azione di customer care per tutelare in modo «paritario e indiscriminato» tutti i sottoscrittori di polizze assicurative con sottostante obbligazioni Lehman Brothers.
Poiché la banca d’affari era fallita, e quindi le probabilità di recupero erano molto basse se non nulle, a tutti i sottoscrittori facemmo una duplice proposta: incassare subito la metà del capitale investito (quindi perdere immediatamente il 50% del capitale) facendo mantenere però al correntista la titolarità della polizza.
DUE OPZIONI PER IL SOTTOSCRITTORE. In altri termini, per l’altra metà, il cliente doveva sperare di recuperare qualcosa direttamente da Lehman attraverso le procedure concorsuali.
Oppure, seconda proposta, la trasformazione della polizza in un’altra nuova di zecca. Del tipo: carissimo cliente con questa nostra offerta potete recuperare quasi il 100% del capitale investito ma con tempi più lunghi.
In pratica, chi accettava doveva sottoscrivere una nuova assicurazione (quindi altre commissioni e spese di apertura a carico del cliente) che annullava quella precedente.
Questa seconda alternativa garantiva di recuperare, entro tre anni e mezzo circa, il capitale investito, decurtato delle cedole lorde incassate fino a quel momento. Insomma, la perdita si limitava alle tasse totali pagate sulla “vecchia” polizza. La contropartita era che fino all’agosto del 2012 il correntista non avrebbe potuto incassare altre cedole.
PENALI DI USCITA ESORBITANTI. E se voleva rescinderla prima del tempo? Intanto, per chiedere il riscatto doveva passare almeno un anno. Poi, dal febbraio 2010, era possibile ma con penali di uscita esorbitanti.
Ma il problema non era tanto la qualità della proposta quanto piuttosto la modalità in cui doveva essere illustrata al cliente. Molti passaggi, infatti, era meglio ometterli.
Nel documento si specificavano le indicazioni comportamentali che i manager avrebbero dovuto tenere. Ovvero: «Non esprimere alcun parere sull’ordinanza emessa dal Tribunale di Milano»; «Limitarsi a fare presente ai clienti che il Tribunale di Milano ha imposto l’obbligo di inviare una lettera a tutti i sottoscrittori di polizze con sottostante obbligazioni Lehman Brothers solo per colmare carenze informative e comunicative ma non ha sancito alcun diritto dei singoli di ottenere la restituzione del premio versato»; «Evitare tassativamente di esprimersi in ordine alle transazioni concluse limitandosi a precisare che il Tribunale non ha affrontato le posizioni dei singoli».
TERREMOTO IN TRIBUNALE. Cosa significa? Andiamo con ordine. Il 29 settembre del 2009 il Tribunale di Milano aveva accolto il ricorso presentato dall’Associazione Movimento dei Consumatori ritenendo non corretto il comportamento di una certa banca (o della sua compagnia di assicurazione) che aveva venduto polizze senza garantire al cliente il giusto e costante livello di informazione così come riportava il prospetto informativo e condannava in virtù di tale principio, la banca (o la sua compagnia di assicurazione) a inviare una lettera ai titolari delle polizze per informarli a riguardo.
Con questa missiva, praticamente, il tribunale metteva in guardia i sottoscrittori di polizze che i clienti avrebbero potuto richiedere in ogni momento la restituzione dell’intero importo tramite una class action o attraverso azioni individuali. Cioè, non dovevano precludersi il diritto di poter richiedere quanto a loro spettante. E nel frattempo i tribunali iniziavano a emettere sentenze che sancivano la restituzione dell'intero importo versato da parte della banca (o della sua compagnia di assicurazione) al cliente.
OBIETTIVO? DISTRARRE IL CLIENTE. Insomma, il nostro compito era “distrarre” il cliente, non fargli fare troppi ragionamenti su eventuali richieste di risarcimento per le polizze precedenti ma anzi spingerlo a sottoscriverne una nuova che con Lehman Brothers non c’entrava nulla. E se il correntista insisteva per capirci qualcosa in più, bisognava limitarsi a raccontare che il Tribunale di Milano alludeva “semplicemente” a colmare carenze informative e comunicative. Guai a parlare di cause vinte da correntisti.
Ci invitavano – e ho le prove – a non parlare ai clienti delle transazioni concluse con altri correntisti: non svegliare, cioè, il cane che dorme attraverso il passaparola.
Per i clienti più ostili, conflittuali, poco concilianti, arrabbiati, occorreva invece stabilire degli incontri riservati, quasi carbonari, facendo terrorismo psicologico: caro cliente, nell’incertezza di un giudizio pendente, che non sappiamo come vada a finire, prenditi quello che ti stiamo offrendo perché alla fine potresti non ottenere nulla.

La batosta a Bank of America: multa record di 16,65 miliardi di dollari

Una filiale della Bank of America a New York.

Quando stavo ultimando la stesura del mio libro libro lessi una notizia che mi diede un po’ di sollievo.
Bank of America, la seconda banca d’affari statunitense, aveva raggiunto un accordo con le autorità federali e statali degli Usa in base al quale avrebbe pagato una multa record di 16,65 miliardi di dollari in relazione alla crisi dei mutui subprime.
Il colosso decise di patteggiare e archiviare definitivamente le accuse relative a prodotti finanziari tossici legati ai mutui venduti nel periodo precedente lo scoppio della crisi.
INDICAZIONI FUORVIANTI SUI TITOLI. Questi 16,65 miliardi di dollari verranno così ripartiti: 9,65 miliardi in contante (5,02 per multe civili e 4,63 di versamenti compensatori) e circa 7 miliardi di rimborsi ai clienti. L’accordo, si legge sui principali quotidiani, riguarda cartolarizzazioni, emissione e vendita di titoli garantiti da mutui residenziali e Cdo (collateralized debt obligation, “pacchetti” di strumenti derivati che usano i prestiti come collaterale).
In base all'accordo, l'istituto di credito dovrà riconoscere di avere fornito indicazioni fuorvianti sulla qualità dei titoli emessi sia dalla stessa Bank of America sia da Countrywide Financial e Merrill Lynch, acquisiti da BoA nel 2008 e responsabili della maggior parte dei prestiti a rischio.
Come ormai è noto, le banche rifilarono agli investitori una enorme quantità di titoli legati a mutui, concessi a soggetti che molto difficilmente li avrebbero ripagati. Inoltre, gli stessi titoli vennero presentati come investimenti sicuri.
L'INIZIO DELLA GRANDE CRISI. La cattiva qualità dei prestiti portò sia a grandi perdite per gli investitori sia a una valanga di pignoramenti, dando il via alla recessione che cominciò alla fine del 2007. Bank of America all’inizio sosteneva di non essere responsabile per i mutui subprime emessi da Countrywide e Merrill Lynch.
Stando ai registri pubblici, dal 2004 al 2008 tutti e tre gli istituti hanno emesso complessivamente 965 miliardi di dollari dei cosiddetti mortgage-backed securities. Circa il 75% proveniva da Countrywide. Non solo ma il ministro della giustizia Usa Eric Holder ha anche affermato che «nessuno può sfuggire alla giustizia pensando di essere troppo grande o troppo forte», facendo intendere che la vendetta dell'amministrazione Obama contro i veri responsabili della crisi del 2008 non è ancora terminata.
Succederà mai in Italia, Paese in cui si va affermando un liberismo sui generis e dove vige l’intoccabilità delle banche?

* Per scrivere a Vincenzo Imperatore: lettere@lettera43.it oppure la sezione contatti del sito www.inmindconsulting.eu.

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