Economia 7 Aprile Apr 2015 1728 07 aprile 2015

Def, le tre sfide sul tavolo di Renzi

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Matteo Renzi e a destra Pier Carlo Padoan Una crescita dello 0,7 in più nell’anno in corso farà sorridere se si paragona al +1,8 previsto per la Germania e stride rispetto al proverbiale ottimismo di Matteo Renzi. Eppure nel Documento economico finanziario il governo ha ipotizzato - rivedendolo al rialzo - un aumento del Pil abbastanza risicato, per un Paese che ha perso sette punti di prodotto interno lordo dall’inizio della crisi. Da Palazzo Chigi c’è chi spiega tanta prudenza non soltanto con una ripresa molto bassa dell’attività economica e i dati contrastanti sulla disoccupazione: prevedere un +0,7 per cento di crescita tranquillizza i mercati che il Belpaese è uscito dalla recessione e, nel contempo, rafforza le richieste italiane a Bruxelles per ottenere maggiore flessibilità sugli obiettivi di bilancio in modo da ottenere più risorse per una manovra di bilancio, che Renzi e Pier Carlo Padoan vogliono «espansiva». Ecco le sfide di finanza pubblico, che attendono il nostro governo.

Jean Claude Juncker CERCANSI SCONTI IN EUROPA Il fiscal compact prevede che in circostanze straniere un Paese possa derogare al rispetto del 3 per cento e avere maggiore spazi di manovra per rimettere in sesto l’economia. Quando l’Italia ha chiesto di poter applicare questa clausola, Bruxelles ha rifiutato, spiegando che i problemi di Roma sono strutturali e indipendenti della crisi. Detto questo ha accettato - come del resto è stato concesso alla Francia - di rallentare il raggiungimento del pareggio di bilancio. In estrema sintesi, ci sono in ballo tra i 7 e gli 8 miliardi di euro, quasi mezzo punto di Pil, che il governo può strappare se dimostra di fare riforme invasive. In quest’ottica sarà decisivo il Piano nazionale delle Riforme, da varare entro la fine della settimana in Consiglio dei ministri e poi da mandare a Jean Claude Junker a Bruxelles. Dovrebbe essere composto da 12 grandi interventi, tra i quali una ridefinizione degli incentivi fiscali; una riorganizzazione del sistema dell’assistenza oggi diviso tra Inps, Comuni e Asl; una diversa applicazione dei costi standard soprattutto in termini di spesa sanitaria; la fine dei privilegi pensionistici, per non parlare dell’approvazione degli ultimi decreti attuativi del Jobs Act e della riforma degli enti locali.

Piero Fassino I COMUNI SONO GIÀ SUL PIEDE DI GUERRA Della spending review se ne erano perse le tracce dopo il “licenziamento” del commissario straordinario Carlo Cottarelli, tornato a Washington al Fondo monetario. Ora il suo successore, Yoram Gutgeld ha deciso di riaprire questo dossier e si è posto obiettivi molto ambiziosi: recuperare almeno 10 miliardi di euro, tagliando la spesa improduttiva. Nel mirino dell’ex senior Mckinsey tagli agli enti locali, alle municipalizzate, ai ministeri, alle agevolazioni fiscali e ai sussidi alle imprese. Come al solito si proverà a iniziare dalle oltre 300 centrali di acquisti esistenti nel Paese e che da almeno un decennio si provano a tagliaeretre governi fanno sono dure dall’essere eliminate. Ma in molti - e tra questi ci sono i sindaci dell’Anci - che il conto più salato sarà presentato agli enti locali. Soltanto i primi cittadini si sono visti ridurre i trasferimenti di 2,2 miliardi di euro. Al riguardo il presidente Piero Fassino ha chiesto un vertice straordinario, spiegando:«Si debbano attentamente riconsiderare i tagli, perché in 6 anni ci sono stati chiesti più di 17 miliardi di euro come contributo al risanamento dei conti pubblici. Si chiede alle città metropolitane un onere eccessivo». Finora il governo è stato abbastanza sibillino su questo versante, ma è facile ipotizzare che metterà sul tavolo delle trattative la promessa di allentare il rigido patto di stabilità interno.

Mario Draghi CONGELARE L’IVA E IL CUNEO FISCALE Dieci miliardi dalla Spending review, altri quattro dall’aumento del gettito fiscale legato alla crescita (e non a nuove tasse), due (ma potrebbero essere quattro) risparmiati  sul cosiddetto servizio al debito. Infatti, complice gli interventi di politica monetaria di Mario Draghi con il Quantitative easing, il Tesoro dovrebbe riconoscere interessi minori ai suoi sottoscrittori. Ma sono in molti a temere che tutto questo non basti per soddisfare le poste di spesa che il governo ha già messo in bilancio. Innanzitutto c’è da fare i conti con il fondo destinato a finanziare le assunzioni con il nuovo contratto a tutele crescenti. Il governo ha stanziato nell’ultima manovra due miliardi, ma a quanto pare ne serviranno altrettanti. C’è poi da rendere strutturale il taglio dell’Irap sul costo del lavoro. E che necessita di altri dieci miliardi di euro. I più ottimisti poi calcolano in almeno due miliardi i fondi aggiuntivi per i nuovi ammortizzatori universali come la Naspi e la DisColl per i collaboratori. Infondo poca cosa rispetto alla spada di Damocle che minaccia il governo. Se nel 2015 il Belpaese non terrà i suoi conti nel percorso per raggiungere il pareggio di bilancio, scatterà dal primo gennaio 2016 una clausola di salvaguardia, che prevederà un aumento automatico dell’Iva pari a 16 miliardi di euro.

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