Economia 8 Aprile Apr 2015 1652 08 aprile 2015

La povertà spacca l'Italia in due

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I poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Dopo sette anni di crisi l’Italia vede aumentare le sperequazioni tra classi sociali, segnando la quasi cancellazione del ceto medio e un forte arricchimento tra tutte le categorie produttrici (o erogatori di servizio) che possono fare il prezzo. SALARI PIÙ MISERI. L’aumento della tassazione mescolato con la bassa produttività del Paese che ha congelato la dinamica salariale, ha finito per mortificare i consumi, abbattendo la domanda interna. Lo dimostra l’ultima rilevazione fatta dal centro studi Promotor su dati Eurostat, secondo la quale, lo scorso anno, il Pil pro capite italiano è sceso dell'1,9 per cento al di sotto del prodotto interno lordo pro capite dell'Unione Europea: 25.300 euro contro i 25.800 della media Ue. IL PESO DELL’EURO. Ma l’Italia ha iniziato a impoverirsi ben prima della crisi. Nel 2001, anno precedente all’entrata nell'euro del nostro Paese, il Pil pro capite italiano superava quello medio della Ue del 19,3 per cento: infatti, tra il 2001 e il 2014, il Pil pro capite dei Ventotto è passato da 23.300 euro a 25.800 euro con un incremento del 10,7 per cento, quello è sceso passando da 27.800 a 25.300 euro con un calo del 9 per cento. Questi numeri dimostrano che l’Italia non ha saputo approfittare dei benefici portati dall’euro (bassi tassi d’interesse, apertura del mercato finanziario), finendo per non saper gestire una moneta forte, che ha decuplicato le spese per il costo del lavoro e per il rifornimento di materie prime e beni intermedi. Non a caso peggio dell’Italia hanno fatto soltanto la Grecia e Cipro, paesi andati in default, mentre il Pil è cresciuto nell’ex area del marco (Germania e Austria), in Gran Bretagna che ha mantenuto la sterlina, o nell’ex blocco sovietico, che dopo la fine dell’Urss si è ritrovato con un mercato interno dalle potenzialità immense. LA DISTANZA TRA RICCHI E POVERI. L’Ocse ha calcolato che l’Italia sia tra i Paesi Ocse quello con maggiori disparità di reddito. L’organismo di Parigi ha segnalato che il Belpaese è andato in controtendenza: nazioni all’avanguardia per l’eguaglianza sociale - Svezia, Danimarca e Finlandia - hanno visto diminuire le sperequazioni, quelli con maggiori diseguaglianze hanno visto un riequilibrio. Secondo l’Ocse, e con un indice dello 0,31, l’Italia è al decimo posto nella classifica dei Paesi Ocse dove ci sono più ampie differenza tra ricchi e poveri. C’ERA UNA VOLTA IL CETO MEDIO. I ricercatori dell’organismo guidato da Angel Gurria si sono resi conto che in Italia i redditi sono cresciuti (anche se di poco) nella fascia più povera della popolazione e sono aumentati in maniera considera nella parte arte della piramide economica. È facile così pensare che il conto maggiore l’abbia pagato il ceto medio, quello che quasi sempre è a salario fisso (quindi soggetto all’erosione legata all’inflazione e all’aumento delle tasse) e che in questi anni ha dovuto prendersi carico di quegli italiani (soprattutto i giovani precari o neet) fuori dal sistema del welfare. Una situazione che potrebbe peggiorare nei prossimi anni, visto che il Jobs Act - garantendo l’articolo 18 soltanto ai vecchi assunti - ha di fatto creato all’interno di una stessa azienda lavoratori di serie A e serie B.

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