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BASSA MAREA 8 Aprile Apr 2015 1114 08 aprile 2015

La ripresa americana? Vera soltanto in parte

Obama resta ottimista, gli indicatori meno. Le colpe non sono solo della debole Europa.

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Il presidente americano Barack Obama.

Il giudizio preciso sulla situazione economica degli Stati Uniti lo ha dato venerdì 27 marzo Janet Yellen.
«Se le condizioni di fondo fossero davvero tornate normali, per l’economia dovrebbe essere boom», ha dichiarato il presidente della Federal reserve (Fed).
Ora, poiché boom non è, crescita sì, ma a strappi e contraddittoria. Vuol dire che le condizioni non sono ancora normali. E questo accade nonostante politiche monetarie mai così a lungo accomondanti, carburante del boom mancato.
Sono 80 anni che l’economia degli Stati Uniti non conosceva una situazione analoga. Riflettere un attimo su questo è forse utile perché aiuta a capire le nostre, ben maggiori, difficoltà.
SOLO 126 MILA POSTI IN PIÙ. Che «le condizioni di fondo non sono ancora tornate normali» lo confermano i dati di marzo del mercato del lavoro, con 126 mila nuove assunzioni.
L’attesa fra gli economisti era di circa 240 mila posti creati, più in linea con gli ottimi dati degli ultimi mesi.
Insieme è venuta anche la revisione, 69 mila posizioni in meno, dei dati occupazionali di gennaio e febbraio, che sono scesi quindi sotto il traguardo psicologico del mezzo milione bimensile.
Non ha grande importanza. Bruschi cali ci sono stati anche in passato, per un mese o due, e non è questo che conta.
OGNI INDICATORE AL RIBASSO. Conta il fatto che quasi tutti gli indicatori - dal risparmio al reddito familiare alla propensione alla spesa, dagli investimenti fissi delle imprese alla natalità delle imprese (il saldo nascite/chiusure), dalla produzione industriale alle aspettative degli imprenditori, dal livello dei prezzi ormai quasi in deflazione alla velocità della moneta sempre in calo - sono al ribasso o poco brillanti, e solo il mercato del lavoro ha offerto negli ultimi tre-quattro mesi supporto all’ottimismo.
PIL, PREVISIONI PESSIMISTICHE. La non ancora raggiunta normalità, per restare con la Yellen, si rileva anche nelle pessimistiche previsioni sul Pil del primo trimestre 2015, dopo due trimestri 2014 a passo di carica (il secondo e il terzo) e un quarto trimestre in frenata ma sempre positivo, +2,2%.
I dati del Pil del primo trimestre 2015 devono essere resi noti in prima lettura a fine aprile, ma dopo stime ben più positive la maggior parte dei pronostici si colloca oggi tra l’1 e lo 0 e anche meno.
POTREBBE ESSERCI UN'INVERSIONE. Ora, chi ha accolto sempre con qualche scetticismo i proclami di vittoria sulla crisi economico-finanziaria, a partire da quelli del presidente Barack Obama, non attribuisce ai brutti dati occupazionali di marzo e al probabile ancor più brutto calo del Pil del primo trimestre più importanza di quanto hanno.
Come avvenuto nel 2014 può darsi benissimo che il secondo trimestre sia di segno molto migliore e che a giugno se non ad aprile le assunzioni tornino a correre.
Sarebbe forse meglio però - anche in Italia dove ogni trimestre molto positivo degli Stati Uniti finisce sui giornali in prima pagina e ogni trimestre negativo lo si ritrova a pagina 18 - fare finalmente punto fermo e valutare con più cura dove si trova l’economia americana.
UNA CRESCITA NON COSÌ VERA. È importante anche per noi per vari ordini di motivi: l’export, l’esempio e un certo conforto psicologico che può esserci o non esserci, ma deve sempre poggiare su basi serie.
Per quanto preannunciata e annunciata più volte, la ripresa americana è vera solo in parte.
Chi ha recepito il trionfale messaggio lanciato da Obama a gennaio nel discorso sullo stato dell’Unione non può ignorare quanto detto dallo stesso presidente a fine marzo a Louisville, Kentucky, tappa di un viaggio dedicato all’economia e che lo ha portato fino allo Utah.
«Stanotte voltiamo pagina», aveva detto meno di tre mesi fa.
«Ci siamo rialzati dalla recessione e siamo più liberi di scrivere il nostro futuro di qualsiasi altra nazione sulla Terra».
E poi, a Louisville: «La nostra economia è cresciuta, abbiamo la spinta, ma questa spinta può fermarsi perché l’economia europea è debole, le economie asiatiche sono deboli, il dollaro si rafforza perché molta gente vuole parcheggiare i propri soldi qui ritenendoli più al sicuro, e questo rende le nostre esportazioni più care. E alla fine non riusciamo a esprimere il nostro potenziale».
REDDITI DELLE FAMIGLIE BASSI. Tutto vero, ma prima delle cause esogene sarebbe meglio esaminare quelle endogene, anche se politicamente più delicate e dimostrazione che non siamo ancora a “missione compiuta”.
L’elenco sarebbe lungo. Ma andando al nocciolo, e tralasciando il mondo delle imprese che si sta muovendo con prudenza e investe ben al di sotto delle potenzialità, due dati non possono essere ignorati: i redditi reali delle famiglie sono ancora inferiori del 4/5% a quelli del 2007, e il buon andamento del 2014 è spiegabile in gran parte con l’aumento del debito totale delle famiglie, cresciuto dicono i dati Fed (Household debt and credit report) di oltre 300 miliardi e molla dei consumi.
In particolare il debito non immobiliare delle famiglie a fine 2008 era di 2.710 miliardi ed era a fine 2014 dopo sei anni di presunta austerità e rientro dal debito di 3.150 miliardi.
I RISPARMI? NON NEI CONSUMI. Per forza, come documenta una recente ricerca della Fed di New York, le aspettative di spesa delle famiglie per il resto del 2015 sono in netto calo, e non è sorprendente che i risparmi sui costi del carburante vadano all’abbattimento del debito e non nei consumi.
Mark Zandi di Moody’s Analytics, sempre piuttosto ottimista, prevede ora per il primo trimestre un Pil a +0,6%. E davvero la Fed aumenterà i tassi quest’anno? E se l’aumento di un quarto di punto del costo del denaro, da 0 a 0,25 di fatto, è così problematico, quali sono davvero le condizioni dell’economia?

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