Economia 14 Aprile Apr 2015 1628 14 aprile 2015

Bolle finanziarie, i rischi all'orizzonte

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crisi-economica-borsa Pur di uscire dalla crisi, i governi di tutto il mondo hanno messo in circolazione liquidità a buon mercato per miliardi. Ma non tutti questi soldi sono stati utilizzati dall’economia reale e trasferiti alla produzione, oppure alla ricerca ai prestiti per famiglie e imprese. E così il mondo deve fare i conti con molti focolai di bolle finanziarie, che - come dimostra l’esperienza precedente al 2008 - sono scoppiate non appena le banche centrali hanno abbandonato una politica monetaria accondiscendente. Cosa che sta per fare le Fed. Ecco la mappa dei rischi con i quali conviviamo.

Euro contro dollaro L’ESPLOSIONE DEL DOLLARO FORTE La parità tra dollaro ed euro è cosa fatta. Tanto che gli investitori si accontentano dell’ultimo rally sul biglietto verde. Eppure l’apprezzamento della divisa americana potrebbe non mettere a rischio soltanto il made in Usa. Più della metà dei debiti sovrani del mondo è emessa è agganciata al dollaro. C’è chi ha calcolato che fuori dai confini della prima economia al mondo sia sul mercato bond e prestiti obbligazionari che valgono 9000 miliardi di dollari USA, molti dei quali dovranno essere ripagati in un futuro prossimo, come ha confermato anche la Banca dei regolamenti internazionali. Questi Paesi (sudamericani, asiatici o africani) in questi anni hanno provato a ridurre la loro esposizione e ad aumentare le riserve valutarie per godere di una maggiore autonomia finanziaria. Ma potrebbe non bastare. Infatti l’aumento del dollaro, e con esso quello dell’inflazione portata dal rafforzamento del biglietto verde, potrebbe rendere più complicato risarcire i prestiti e portare queste nazioni verso il default. Anche perché adesso, come dimostra il caso dell’Argentina, le coorti giudiziarie si sentono in diritto di imporre un piena restituzione, bypassando gli accordi di ristrutturazione e di hair cut, come quelli che nel 2005 strinsero Buenos Aires e buona parte dei loro creditori.

A rischio bolla immobiliare in Cina IL CROLLO DELL’IMMOBILIARE CINESE Sull’altro versante del mondo, quello cinese, operatori e investitori s’interrogano su quando scoppierà la più grande bolla immobiliare che la storia ricordi. Anche perché, ma non ci sono fonti ufficiali, si stima che il rapporto tra credito (inteso come prestiti) e il Pil è al 282 per cento. E le cose sono destinate a peggiore, visto che la crescita del Paese è sempre più debole: nel World Economic Outlook (Weo) il Fmi ha stimato che il Pil cinese del 2015 sarà in crescita del 6,8 per cento, 0,3 in meno rispetto a quanto ipotizzato a ottobre. Intanto frenano le esportazioni: a marzo il surplus commerciale si è ridotto del 62,6 per cento a 18,16 miliardi di yuan. E non crescono neppure le importazioni. Complice il fatto che nell’ultimo decennio 18 milioni di contadini si sono trasferiti dalle campagne alle città, il sistema Paese ha investito nell’immobiliare il 13 per cento del Pil. Ma dopo anni di crescita, i prezzi stanno crollando. In quest’ottica il Paese registra due fenomeni entrambi pericolosi. In primo luogo, gli investitori locali stanno via via trasferendo le loro riserve sull’azionariato - con i listini ai massimi che sono cresciuti in media oltre il 50 per cento in un anno - tanto che la Consob locale (la China Securities Regulatory Commission) ha aumentato da 300 a 500mila yuan la cifra che i clienti delle società finanziarie devono mettere a disposizione per operare. Aumentano le sofferenze bancarie legate ai prestiti immobiliari e destinate ai costruttori quanto alle famiglie. Se il governo continuerà a contenere l’inflazione, sarà più facile lo scoppio di una bolla.

Mario Draghi EUROPA OPPRESSA DA BAD LOANS Da tempo le banche di tutto il mondo lamentano di dover ridurre gli impieghi a famiglie e imprese, perché costrette a sostenere il debito sovrano dei rispettivi Paesi o perché affogate da miliardi di crediti non esigibili. In quest’ottica Mario Draghi, con il suo quantitative easing, si sta via via sostituendo agli istituti (comprando titoli di Stato e cartolarizzazioni di bad loan) nella speranza di riattivare la dinamica dei prestiti. Ma basterà? In questa direzione ha creato non poco scompiglio il Fondo monetario, che ha calcolato che nell’Eurozona, e bilancio delle banche, ci siano «prestiti incagliati per 900 miliardi di euro, che stanno bloccando i canali del credito nell’Eurozona». Gli effetti, se non ripartisse l’economia, sarebbero duplici e tremendi. In primo luogo pagherebbero, secondo la Lagarde, «le piccole e medie aziende, che rappresentano quasi il 100% dei 20 milioni di aziende non finanziarie e quasi due terzi dell’occupazione, e che detengono una quota dei prestiti inesigibili che in media è il 50 per cento più alta di quella di grandi aziende». In secondo luogo salterebbe il sistema bancario di quei Paesi, dove la capitalizzazione e la trasparenza sono basse. Un trend che accomuna  la ricca Germania, la zoppicante Italia e la povera Grecia. Da qui il contagio al resto del mondo sarebbe rapidissimo. Sfruttando i bassi tassi d’interesse europei, le grandi corporation americane hanno via via scaricato il proprio debito comprando obbligazioni, private e pubbliche, emesse nel Vecchio Continente. Risultato. Il mercato dei bond varrebbe oltre 100.000 miliardi di dollari. Se saltasse la meccanica di rifinanziamento, la situazione sarebbe peggiore di quanto avvenuto nel 2008 con i subprime.

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