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BASSA MAREA 14 Aprile Apr 2015 1642 14 aprile 2015

L'eredità di Obama? Niente boom e guai esteri

Ha risollevato solo il mercato delle auto. Iran e Cuba restano ancora due rebus.

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Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Gli ultimi due anni alla Casa Bianca sono in genere dedicati da un presidente degli Stati Uniti a preparare la propria eredità storica, se le circostanze lo consentono.
E Barack Obama - che si presenta come l’uomo che ha risollevato l’industria dell’auto (vero), che ha risanato Wall Street (falso), che ha rilanciato l’economia (mezzo vero) e che ha riformato la sanità (un terzo di vero) - sta pensando soprattutto alla politica estera, fin dall’inizio il tallone d’Achille della sua presidenza. Per almeno due motivi.
L'AMBIGUITÀ DI BUSH. Il predecessore George W. Bush gli ha lasciato una situazione internazionale particolarmente confusa perché aveva compiuto il passo più lungo della gamba, e coinvolto il Paese in conflitti - quello iracheno soprattutto, mentre l’Afghanistan era meno incomprensibile - troppo costosi, ambigui negli obiettivi e sempre meno popolari con gli elettori.
Il secondo motivo del disagio di Obama con la politica estera sta in lui stesso. Obama era essenzialmente un social organizer della comunità nera di Chicago prima di fare politica a livello nazionale. È stato una rapidissima meteora senza precedenti nell'ultimo secolo: senatore di prima nomina nel 2004 e presidente nel 2008.
CAOS MEDIORIENTALE. Il suo obiettivo presidenziale era in termini di giustizia sociale. Hope and Change. Il Change in politica estera era la fine dei conflitti.
L’altra meteora, John F. Kennedy, era stato al Congresso per 13 anni prima di arrivare alla Casa Bianca.
Iran e Cuba sono ora le due carte che Obama gioca.
La difficoltà del caso iraniano è duplice. Innanzitutto l’Iran in sé, Paese dalle grandi ambizioni: non a caso il mare che lo bagna è il Golfo Persico, che i sauditi e tutti i sunniti chiamano Golfo Arabico.
E poi la regione mediorientale, complicata, divisa, dove l’alleato che si ha alla propria destra può essere l’avversario che si ha alla propria sinistra.

L'accordo nucleare con Teheran rompe 70 anni di alleanze nella regione

Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

La difficoltà di gran lunga principale di Obama, un rompicapo, è che se fa un vero accordo con l’Iran (per ora siamo ai preliminari) sulla limitazione delle ambizioni nucleari di quel Paese, rompe inevitabilmente prima di tutto 70 anni di alleanze americane nella regione, basate sull’Arabia Saudita dal 1944 e su Israele dal 1948.
Peggiora i rapporti già mediocri dopo l’appoggio obamiano alla defunta Primavera araba e alle sue conseguenze, con l’Egitto, tornato saldamente (nonostante i giri di valzer americani) all’esercito, la cosa (forse e per ora), meno peggio per tutti.
Magari la Libia fosse controllata oggi da un altro, un po’ più presentabile magari, colonnello Gheddafi!
BOMBA ATOMICA SCONGIURATA? E infine, se l’accordo tra i 5 del Consiglio di sicurezza più Germania e Ue si farà (ma tutti sanno che è essenzialmente un affare Washington-Teheran), che garanzie ci sono che Teheran non arrivi comunque alla bomba atomica?
Ben poche. L’Iran sciita inoltre è impegnato in Medio Oriente, dal Mediterraneo al Golfo di Aden, su vari fronti di lotta contro la maggioranza islamica sunnita, guidata da Arabia ed Egitto.
Gli ex segretari di Stato Henry Kissinger e George P. Shultz, piuttosto scettici, hanno scritto sul Wall Street Journal: «A meno che una moderazione politica non sia concordata e strettamente connessa a una moderazione nucleare, un accordo che liberi l’Iran dalle sanzioni rischia di potenziare gli sforzi egemonici iraniani».
TROPPE ILLUSIONI «STORICHE». Comunque l’intesa andava cercata, se non altro per dire che la si era perseguita. Ma senza illusioni «storiche», aggettivo abusato dai politici incerti, che invece Obama sembra nutrire.
Lo stesso dicasi per Cuba, dove la situazione è più incancrenita ancora, semisecolare ormai, ma più semplice.
Relazioni quasi normali andavano cercate.
Resterà comunque sempre difficile convivere con un Paese che neppure ha una parvenza di libere elezioni politiche, e dove tutto è nelle mani del partito, cioè dei Castro.
Anche qui l’accordo «storico» può essere pericoloso. Accordo, e basta.

Le megabanche possono fare ciò che vogliono

Negli Usa il Pil dal 2009 cresce di circa il 2% ogni anno.

Sul fronte interno si è già accennato all’inizio. Il salvataggio dell’auto avviato nel 2008-2009 è un successo. Applausi, nonostante critiche e qualche ombra.
La nuova Wall Street sta sorgendo grazie al dimagrimento del settore finanziario, sua sponte, ma con megabanche sempre più tentacolari e ingestibili in caso di crisi e con uno strapotere lobbistico a Washington che consente loro di fare ciò che vogliono.
Chi ne dubita si veda tre cose. L’annullamento a dicembre 2014 della cosiddetta norma swaps push-out rule, che obbligava nella legge di riforma Dodd-Frank a mettere operazioni rischiose con i derivati fuori dalla casa-madre e quindi dalla protezione bancaria federale.
GARANTISCE IL CONTRIBUENTE. E quindi ci sono e ci saranno scommesse alla grande garantite dal contribuente, come fu nel 2008.
Il rinvio di due anni sempre a dicembre del cosiddetto Volcker Rule, che con gli stessi obiettivi dello swaps push-out rule impediva alle banche, proprio perché garantite dallo Stato, molte speculazioni in proprio.
E la realtà contabile delle banche americane, ricapitolata in una recentissima inchiesta Reuters, che grazie alle norme contabili Fasb diverse da quelle internazionali adottate anche in Europa consentono di tenere fuori bilancio grossi investimenti, ad alto rischio in genere.
SANITÀ, BILANCIO PARZIALE. E la riforma sanitaria? Aiuta qualche decina di milioni di cittadini, ne penalizza con costi più alti e opzioni più basse almeno altrettanti milioni e probabilmente assai più. È presto per fare un bilancio definitivo.
La crescita: buona (oltre +2% di media annua dal 2010) in confronto all’Europa in termini di Pil, meno buona in termini di redditi reali delle famiglie (sempre inferiori a 10 anni fa), di investimenti, di dinamicità del sistema imprese, (incapace se non nel 2014 di mettere insieme due trimestri di fila di ritmo eccellente), fatta di balzi e cadute, e oggi impantanata in deflazione dei prezzi al consumo.
Molti dicono che la deflazione non c’è e se c’è durerà pochissimo. Ma i prezzi al consumo sono da tre mesi ad aumento zero. Non c’è nessun boom, per ora, in America.
Questa al momento, a volo d’uccello, l’eredità di Obama.

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