Economia 14 Aprile Apr 2015 1156 14 aprile 2015

Usa, chi ci guadagna se vince Hillary Clinton

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Hillary Clinton Domenica Hillary Clinton ha rotto gli indugi, ufficializzando quelli che molti sapevano, o speravano, da tempo: correrà per prendere il posto di Barack Obama alla Casa Bianca. L’ex first lady ed ex segretario di Stato dunque ci riprova, dopo avere dovuto cedere, nel 2008, la nomination democratica proprio a Obama, che ha poi sconfitto il repubblicano John McCain diventando il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti. Per vincere la nomination democratica prima e la Casa Bianca poi, Hillary Clinton punterà sulla classe media, promettendo un futuro economico migliore. Il tutto strizzando l’occhio a Wall Street. Ecco cosa bisogna sapere. LA STORIA NON LA AIUTA La statistica non è dalla parte dell’ex first lady: in America nessuna donna è mai stata eletta alla Casa Bianca, tutti i 44 presidenti tranne uno erano più giovani di lei al momento dell’elezione (il più vecchio è stato Ronald Reagan, che aveva 69 anni, quanti ne avrà Clinton) e nella storia moderna solo in una manciata di casi lo stesso partito è riuscito a mantenere la presidenza per tre mandati consecutivi: l’ultimo democratico a farcela è stato Franklin Delano Roosevelt nel 1940, l’ultimo repubblicano George H.W. Bush, eletto nel 1988 dopo i due mandati di Reagan. Più spesso, il tentativo di ottenere un terzo mandato per il partito è fallito, come successo alle elezioni del 1960 al   repubblicano Richard Nixon, dopo gli otto anni alla Casa Bianca di Dwight Eisenhower, al democratico Hubert Humphrey nel 1968, dopo John Fitzgerald Kennedy e Lyndon Johnson, e ancora a Gerald Ford (repubblicano, 1976), Al Gore (democratico, 2000) e John McCain (repubblicano, 2008).

discoccupati americani PUNTERÀ SUL PICCOLO E SULLA CLASSE MEDIA Messa da parte la campagna elettorale in pompa magna del 2008, questa volta Hillary punterà sull’empatia, sulla gente comune e sulla base del Paese. In una parola,   scommetterà sui piccoli. «La gente comune (gli everyday americans, come li ha definiti lei) hanno bisogno di un rappresentante e io voglio essere quel rappresentante”, ha   detto, affinando il suo messaggio a un post su Twitter e a un video. Niente maxi eventi, niente grandi celebrazioni. Il suo messaggio è rivolto agli “americani che hanno lottato per uscire da tempi difficili da un punto di vista economico”, ma che si vedono ancora   superare “da quelli che stanno al vertice della piramide”. L’obiettivo è chiaro: mettere al centro della campagna elettorale le persone, che dovranno votarla, e non se stessa, cosa per cui era stata molto criticata nel 2008.

Wall Street I LIBERAL TEMONO IL RAPPORTO CON WALL STREET In passato Clinton era considerata una voce liberal capace di portare il partito a sinistra, ma ora una parte dei democratici la considera non abbastanza progressista. Quello che preoccupa una parte del partito è il suo rapporto con Wall Street e non piace la sua capacità di compromesso. Un atteggiamento, dicono i critici, che non rispecchia la battaglia contro gli interessi della finanza, che trova la propria paladina nella senatrice democratica Elizabeth Warren (ha più volte dichiarato, con grande disappunto dei suoi   sostenitori, che non si candiderà alla Casa Bianca). Proprio Warren, in un libro del 2003, aveva puntato l’indice contro Hillary, scrivendo che “le grandi banche fanno ora parte dell’elettorato della senatrice Clinton. Lei vuole il loro sostegno, e loro vogliono il suo”.

IL PROBLEMA DEI SOLDI ESTERI ALLA FONDAZIONE Ora che Clinton è ufficialmente candidata, uno dei punti su cui sarà attaccata sono i milioni di dollari in donazioni da diversi governi stranieri che la Fondazione Clinton   ha accettato, anche mentre Hillary era il segretario di Stato. Vero è che subito dopo la discesa in campo l’ex first lady si è dimessa dal Board della fondazione, ma il nodo dei fondi ricevuti in passato è destinato a ripresentarsi più volte nel corso della campagna elettorale: l’amministrazione Obama aveva fissato un codice etico proprio per assicurare   trasparenza quando Hillary era a capo della diplomazia americana. L’accordo, raggiunto prima della nomina di Clinton, prevedeva però una clausola che consentiva ai governi che avevano già versato delle donazioni alla fondazione di continuare a farlo, con   contributi simili ai precedenti. In un caso, però, la fondazione non avrebbe informato l’amministrazione, come richiesto dall’accordo: nel 2010 accettò una donazione di 500.000 dollari dal governo algerino per fornire assistenza ai terremotati di Haiti. GLI AMERICANI VOGLIONO CAMBIAMENTO In vista delle elezioni presidenziali del 2016, sei americani su dieci chiedono “un cambiamento”, un candidato che porti delle novità alle attuali linee politiche, come emerso da un recente sondaggio Nbc News/Wall Street Journal. Il desiderio espresso dal 59% degli intervistati, quattro punti percentuali in più rispetto al luglio 2008, prima della sfida tra Barack Obama e John McCain, è potenzialmente un ostacolo per due dei maggiori candidati alla Casa Bianca: Hillary Clinton, già first lady, senatrice, segretario di Stato e candidata presidenziale, e il repubblicano Jeb Bush, ex governatore della Florida, figlio e fratello dei due Bush presidenti.

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