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SCENARIO 18 Aprile Apr 2015 1648 18 aprile 2015

Caserta, Whirlpool e le altre crisi

Non solo Indesit. La provincia sta diventando una «polveriera». Nel 2015 a rischio 3 mila posti di lavoro. E c'è chi da quattro mesi non ha più sussidi.

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Operai della Indesit dopo l'annuincio della chiusura della fabbrica ad appena due anni dalla chiusura dell'altro insediamento gemello di Teverola che era costato quasi 200 esuberi.

Il Casertano si sta spegnendo. Le industrie chiudono i battenti, cassa integrazione e mobilità sono all'ordine del giorno. Quest'anno, rischiano il posto 3 mila persone.
Secondo i dati Istat, nel 2014 il tasso di disoccupazione nella provincia è arrivato al 21,5% contro il 12,2 italiano. Quella giovanile (tra i 15 e i 24 anni) ha raggiunto quota 67,4% contro il già preoccupante 44,5% nazionale. Mentre l'industria in questa terra impiega il 18% della forza lavoro, 22.418 addetti.
GLI 890 DELLA WHIRLPOOL. Il futuro è, se possibile, ancora meno roseo. Altri 890 operai rischiano di perder eil posto. Sono quelli della Whirlpool che ha annunciato un piano industrialie lacrime e sangue: 1.350 esuberi, di cui 1.200 nelle fabbriche e 150 nei centri di ricerca. La chiusura della Indesit di Carinaro (Ce) e la cessazione dello stabilimento di Albacina, vicino ad Ancona. Dicendosi disponibile a considerare «soluzioni che evitino procedure di mobilità unilaterali fino alla fine del 2018 in linea con lo spirito del Piano Italia». Annuncio arrivato ad appena due anni dalla chiusura dell'altro insediamento gemello di Teverola che era costato quasi 200 esuberi.
LA SPOON RIVER DELL'INDUSTRIA. Ma la crisi del Casertano comincia da lontano. È lunga la Spoon River degli stabilimenti chiusi. Dalla Siltal alla Finmek, dalla Ixfin alla Costelmar.
In corso c'è la vertenza Firema, ormai unica realtà italiana a costruire treni. «Le commesse ci sono, anche importanti», spiega a Lettera43.it Massimiliano Guglielmi, segretario generale Fiom Caserta, «ma l'azienda è in gestione commissariale dal 2010. Se non si riuscirà a definire la trattativa per la cessione allora sarà un problema».
ELETTRONICA ADDIO. Anche il distretto dell'elettronica è in ginocchio. Nella terra dove avevano messo radici la Olivetti, la Texas Instruments, la Ericsson e l'Italtel ora non resta che contare gli esuberi. In tutto si tratta di 1.200, 1.300 giovani, continua Guglielmi. Il presidio alla Jabil, ex Ericsson, parla da solo: 200 operai a rischio.
In tutto, entro il 2015, nel Casertano perderanno il lavoro 2.300 persone circa. Contando poi gli ex lavoratori, quelli che il posto l'hanno già perso, si arriva a 3 mila.
«Una situazione drammatica», prosegue Guglielmi. «C'era un accordo di programma per rivitalizzare l'area ancora all'epoca del ministro Bersani. Poi è rimasto sulla carta. Lo stesso si può dire dei Pac, i Piani di azione e coesione: 50 milioni per reindustrializzare la Campania. Nulla è partito». E invece il Sud dovrebbe diventare «una priorità nazionale. E non solo in campagna elettorale».
La politica, da queste parti soprattutto, «è distratta se non inadeguata». Sia a destra sia a sinistra, è stato privilegiato «il clientelismo col territorio».
«QUESTA TERRA È UNA POLVERIERA». E così anno dopo anno, ora col caso Whirlpool più che mai, questa terra è diventata una «polveriera».
Ma di chi è la responsabilità? «Di una politica industriale inesistente. Quella che le grosse multinazionali arrivate qui negli Anni 80 chiedono».
Anche il Jobs act, partito in marzo, non sta dando i frutti sperati. Anzi. «Il Casertano, a parte le grosse realtà, è fatto di piccole, a volte piccolissime imprese. Gli imprenditori licenziano e riassumono. Non c'è nuova occupazione». Se mai ci saranno delle svolte, dice il sindacalista, saranno tra quattro o cinque anni. «E non è detto che siano in meglio».
GAP INFRASTRUTTURALE. E poi pesa il deficit infrastrutturale. Per rendersene conto basta attraversare le zone industriali di Marcianise o Aversa. «Si è già fortunati se si esce vivi», sorride amaro Guglielmi. «Regna lo squallore. Le strade sono dissestate. Senza parlare della criminalità». Insomma, tra una buca e una rapina, queste aree produttive sono diventate praticamente off limits.

Per due anni in mobilità a 600 euro al mese

Blocchi stradali di protesta da parte degli operai dell'Indesit di Caserta per dire no al piano di licenziamenti voluto dall'azienda.

Il governo Renzi si sta muovendo. Almeno su Whirlpool. Durante la sua visita a Pompei, il 18 aprile, ha incontrato una delegazione dei lavoratori assicurando che sarà aperto un tavolo istituzionale a Palazzo Chigi con l'azienda. Rassicurazioni sono arrivate anche dal presidente della Regione Campania Stefano Caldoro: «Il presidente del Consiglio ci ha garantito il suo personale impegno a non perdere nemmeno un posto di lavoro», ha dichiarato.
Gugliemi, dal canto suo, è scettico: «L'azienda ha detto che non licenzierà prima del 2018 ma chiude i poli produttivi. Che fine faranno gli operai?».
DA 4 MESI SENZA SUSSIDIO. Ma a Caserta c'è chi il lavoro non lo ha più da anni. E non riesce a trovarne un altro. Come Antonio Pascarella, 35 anni, sposato e due figli. Lavorava per un'azienda nata dallo «spezzatino» creato dalla Ericsson. Due anni di cassa integrazione, poi due anni di mobilità. Finita il primo gennaio di quest'anno. «Io riuscivo anche a campare. Avendo due figli il mio assegno arrivava a 900 euro. Ma molti miei colleghi si dovevano accontentare di 600, 650 euro al mese».
Eppure, racconta Pascarella, il governo aveva detto che c'erano le coperture. Che, puntualmente, una volta che ci si è seduti a un tavolo sono venute meno. La sua azienda occupava 110 persone. Inizialmente erano 2.500. Venivano da tutta la Campania: Avellino, Napoli. Questo per dire che la crisi non è solo dei casertani.
«COSÌ SI LAVANO LA COSCIENZA». «Almeno finché eravamo in cassa integrazione», continua, «c'era speranza. Ora non più. Il fatto è che preferiscono fare assistenza che investire in nuovi progetti». Si arrabbia Pascarella: «Tenere persone a casa in mobilità ha un costo. Ma è un modo per lavarsi la coscienza. Ci danno la possibilità di sopravvivere due, tre anni. E poi?». E poi non c'è lavoro. «Il mercato è chiuso».
Ai colleghi della Whirpool, secondo lui, non spetta un futuro molto diverso. «Li metteranno in cassa, così da scaricare i costi sullo Stato», sibila.
A CASA CON I CORSI DI FORMAZIONE. Pascarella nel frattempo si è dato da fare. Frequenta corsi di formazione. «Ho preso la patente per guidare il muletto», dice, «lo prevede la nuova normativa. Si aggiungono solo nuovi vincoli».
Ma essere costretti a casa, con una famiglia a carico, è frustrante. Distrugge. «Mancano stimoli. Si vive di sacrifici, Ci priviamo di tutto. Di vacanze nemmeno ne parliamo. Ma ogni volta che arriva una bolletta o la rata del mutuo dobbiamo capire come fare. Per fortuna i genitori ci danno una mano». E poi ci sono i bambini, di sei e un anno: «La priorità sono loro».
«IO, VECCHIO A 35 ANNI». Non vuole elemosina, Antonio. Vuole solo avere la possibilità di lavorare onestamente. E dire che secondo il Jobs Act, lui, a 35 anni, è già vecchio. Fuori dai nuovi contratti.
Da Renzi, conclude, «mi aspettavo qualcosa di più immediato e concreto. È giovane, dovrebbe capire le nostre difficoltà». A Pompei, meraviglioso sito archeologico che il mondio ci invidia, come dice il premier, Pascarella ci porterebbe volentieri i figli e gli amici pagando i biglietti. «Se solo mi si mettesse in condizione di farlo». Se solo trovasse lavoro.

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