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BASSA MAREA 21 Aprile Apr 2015 1737 21 aprile 2015

Renzi, questi Stati Uniti non sono il modello migliore

Il premier prende a esempio l'economia americana. Che però vive un momento di difficoltà. Tra lavoratori insoddisfatti e indebitamento sopra la media. E fatica a riprendersi.

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Quando Matteo Renzi ha incontrato alla Casa Bianca il presidente Usa Barack Obama è riscoccata una scintilla di simpatia e il premier ha detto che noi stiamo cercando di fare in economia come l’America. Siamo tutti americani ormai, a sinistra come a destra.
Tuttavia, visto che da noi di Stati Uniti parlano praticamente tutti (in America fanno, in America è così, in America sì che hanno risolto, a New York ho visto, fortunati loro che hanno Obama si diceva anche tempo fa, eccetera eccetera), ma non tutti hanno sufficienti informazioni, voglia e tempo per procurarsele, vediamo di proporre molto schematicamente una griglia interpretativa.
L'ITALIA VALE LA CALIFORNIA. Senza pretese di essere nel vero. Solo nel verosimile. Senza mai dimenticare dimensioni ruolo e storia: l’America non è l’Italia, e il peso economico dell’Italia equivale a quello della sola California, rispetto alla quale abbiamo qualcosa in più e parecchie cose in meno, a partire dall’alta tecnologia.
L’andamento dell’economia americana non è oggi, negli ultimi tre mesi, esaltante. Gli elogi di Renzi sarebbero stati tempisti a novembre, dopo due trimestri di crescita ottima, non ora. Anche l’occupazione, punta di diamante (ma a salari spesso bassi, attenzione) sembra più incerta, sicuramente riprenderà, dicono quasi tutti gli economisti, che però non sono più affidabili e fidati come prima del 2008.
Questa crescita altalenante è tipica dopo le grandi crisi finanziarie, quando si deve smaltire troppo debito e c’è prudenza nella spesa e negli investimenti. È così anche adesso.
I LAVORATORI NON VEDONO RISULTATI. Gli Stati Uniti quanto a crescita hanno fatto molto meglio delle altre economie industriali, confermando l’elasticità del loro sistema. Ma la velocità di decollo e il decoupling dall’asfissia altrui che sembravano raggiunte nell’autunno 2014 si sono rivelate incerte, con la crescita tornata al momento attorno al +2%. Un sogno, per noi.
Ma non ha portato risultati tangibili per il lavoratore americano, che guadagna (reddito familiare) meno in termini reali di 10 anni fa e si chiede: che ripresa?
Chi vuole un’analisi tempista può leggersi l’Economist, per definizione tutt’altro che pessimista visto che ambisce a essere la Bibbia dei mercati e forse lo è, e l’articolo «Careful now - Unless wages grow, America’s economic blip could become a trend», e cioè «Attenzione - Se i salari non crescono, il su e giù dell’economia americana potrebbe diventare una costante».

Salari di poco superiori a quelli di 35 anni fa

Un ufficio di collocamento negli Stati Uniti.

L’articolo dice che delle quattro componenti del Pil - spesa pubblica, esportazioni, investimenti e spesa dei consumatori - solo la prima sta tornando favorevole, dopo anni di austerità federale e degli Stati.
Il dollaro alto frena l’export, le imprese fanno meno utili e investono meno, e gli stipendi reali non crescono. Oltre la metà dei nuovi posti inoltre sono in lavori che pagano poco.
Uno studio del Center for Labor Research and Education dell’Università della California a Berkeley (The High Public Cost of Low Wages) dice che il salario mediano (a metà della scala) del lavoratore americano era in termini reali nel 2013 superiore solo del 5% a quello del 1979 (oltre 35 anni prima). Mentre è esplosa la spesa sociale per aiuti ai salari bassi, con quasi 300 mila detentori di una laurea specialistica che ricevono aiuti alimentari pubblici.
INDEBITAMENTO ECCESSIVO. I consumi privati sono il 70% circa del Pil e quindi un aumento dei salari avrebbe risultati massicciamente positivi. L’Economist lo vede possibile. Sarebbe in effetti, se consistente e diffuso, la prova che gli Stati Uniti stanno davvero trovando un equilibrio alteratosi assai prima della crisi del 2008, e da questa accentuato. La rarefazioni di posti di lavoro “buoni” e la diminuzione dei salari reali sono un fenomeno quasi trentennale al quale le politiche fiscali e monetarie hanno cercato di rispondere incentivando il debito, pubblico e privato, interno ed estero, fino a quando l’eccesso di debito non ha innescato la crisi del 2008.
L’ex ministro del Tesoro Lawrence Summers sostiene ora la necessità di grandi opere pubbliche per rilanciare i redditi. Ma è nuovo debito, mentre l’indebitamento complessivo del sistema è sempre altissimo rispetto agli standard storici.
LA SVOLTA TARDA AD ARRIVARE. E tutto questo mentre la Federal reserve esita assai a uscire, dopo oltre sei anni, da una linea di denaro a costo zero. Che significa economia sotto la protezione di una politica monetaria eccezionale e mai vista.
È così anche in Europa, ma da meno tempo. I polmoni americani si sono dimostrati più robusti, come prevedibile, e la crescita del Pil è nettamente superiore (non bisogna dimenticare varie differenze, ad esempio il contributo pensionistico pagato dall’impresa che negli Stati Uniti è meno della metà di quello medio europeo e quasi un quarto di quello italiano).
Ma anche l’economia americana rimane, per ora, nella tenda a ossigeno. Il resto del 2015 dirà se ne sono usciti. Ma non bisogna dimenticare che già il 2013, e poi il 2014, doveva essere l’anno della vera svolta. Speriamo.

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