Economia 21 Aprile Apr 2015 1545 21 aprile 2015

Turkish stream, i russi aggirano l'ostacolo

  • ...

Le risorse sono, a essere generosi, incerte. Manca ancora un partner tecnologico in grado di realizzare l’infrastruttura. I prezzi delle materie prime, poi, impediscono una pianificazione dei costi e dei ritorni dell’operazione. Forse il Turkish Stream, il futuro gasdotto che porterà il gas russo verso il Vecchio Continente bypassando l’Ucraina, non vedrà la luce nel 2016 come promesso dal Cremlino. Eppure Vladimir Putin, annunciando il sostituto di South Stream, ha già ottenuto gli scopi che si era prefissato da tempo: mettere in crisi la Ue e spingerla sempre più dalla sua parte contro il tentativo americano di imporle nuove sanzioni; ribadire il suo ruolo di fornitore principale energetico; frenare la concorrenza nel Caucaso; interferire -  soprattutto - nella “politica interna” di Bruxelles. DOPPIO FAVORE ALLA GRECIA. Questo disegno è stato chiaro nelle ultime ore ad Atene, quando il numero uno di Gazprom, Alexey Miller, ha incontrato il primo ministro Alexis Tsipras. Le parti, dopo un "incontro cordiale", hanno messo le basi per un memorandum per prolungare la pipeline dalla Turchia alla Grecia, che potrebbe valere appalti per due miliardi. Il ministro dell'Energia ellenico, Panagiotis Lafazanis, ha detto che "il progetto è di grande interesse per la Grecia ed è tra le sue priorità".  E tanto è bastato ai russi per dare un doppio schiaffo all’Unione europea: portare l’hub di sbocco della pipeline in territorio comunitario nonostante non sia stato ancora firmato il patto energetico con la Ue; aiutare un Paese prossimo al fallimento come quello ellenico, al quale Bruxelles prova a imporre nuove riforme di rigore per tenerla nel club della moneta unica..

Il premier russo Vladimir Putin TURKISH STREAM DEBUTTERA' NEL 2016. Lo scorso dicembre Gazprom e la compagnia turca Botas hanno annunciato il lancio di Turkish stream. Lungo duecentocinquanta chilometri e operativo dal dicembre 2016, questo gasdotto è la risposta russa a Europa e America, le quali, complici la crisi in Ucraina, erano riuscite lo scorso anno a spingere la Bulgaria a ritirare l’autorizzazione per il passaggio di   South Stream sul suo territorio. Come quella anche questa pipeline attraverserà il Mar Nero per bypassare l’Ucraina, ma invece di spuntare nel porto di Varna, arriverà nella Tracia, nel pieno della Turchia europea, proprio al confine con la Grecia. FYORM, SERBIA E UNGHERIA SORRIDONO ALLA RUSSIA. Alexei Miller ha già fatto sapere che «sarà compito dei Paesi europei attrezzarsi per venire a   prendere il gas russo» da questo hub, che dal 2019 non passerà più per Kiev. Così Mosca riduce i costi di collegamento verso il Vecchio Continente (anche per questo il budget per   South stream aveva raggiunto l’insostenibile cifra di 16 miliardi) e porta sempre verso la propria sfera d’interesse i Paesi dell’area balcanica. La ex Repubblica jugoslava di Macedonia Fyrom, Serbia e l’Ungheria si sono già dette interessate a prolungare il tragitto del gasdotto dalla Grecia verso l’Austria. Tutti Paesi questi, che non hanno mai nascosto una certa ritrosia verso i diktat dell’Europa a trazione franco tedesca sul bilancio comunitario, la politica estera e le norme ambientali.

Il tratto del gasdotto South Stream realizzato in Bulgaria MOSCA E ANKARA SI LEGANO A DOPPIO FILO. Nel contempo, e sull’altro quadrante, Mosca si lega a doppio filo ad Ankara. L’allontana dal suo partner storico (gli Stati Uniti) e riscrive pesi e contrappesi nel ruolo di hub energetico verso l’Europa, che in questi anni ha visto l’interesse di tutti i Paesi del Caucaso. La Russia è il primo fornitore energetico della Turchia, da qui passa già il Bluestream, pipeline diretta in Italia. L’arrivo del Turkish stream potrebbe anche spingere il governo a rallentare le partnership priviligiate con Georgia e Azerbaijan per collegare attraverso il Mar Nero l’Europa e i   giacimenti del Caucaso e dell’Asia Centrale, che hanno portato alla nascita di progetti come il Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), il Baku-Erzurum-Ceyhan (BTE) o del gasdotto Trans Anatolico Tanap, che deve trasportare dieci miliardi di metri cubi di gas azero al Vecchio Continente e sei miliardi alla Turchia stessa. E che, nelle intenzioni dei suoi creatori, punta a pescare gas anche in Iran, Iraq e Turkmenistan. IL GASDOTTO UN CAVALLO DI TROIA PER I GIACIMENTIO DEL MEDITERRANEO. Soprattutto l’asse russo-turco, a maggior ragione dopo l’accordo con la Grecia, potrebbe fare di Mosca il principale pretendente ai ricchissimi giacimenti che sono stati scoperti davanti all’isola di Cipro così come nel mar Egeo. Lo stesso metano che fa gola alle compagnie europee. A ben guardare Turkish stream, nonostante non sia stata ancora posata la prima pietra, è già il Cavallo di Troia con il quale Putin entra da trionfatore in Europa. Eppure di concreto c’è poco. Infatti sono diffusi i dubbi sulla sostenibilità dell’investimento.

Gazprom LE SANZIONI A GAZPROM HANNO TAGLIATO I FONDI AL PROGETTO. Dopo l’introduzione delle sanzioni Gazprom non ha la liquidità sufficiente per concludere un’opera di questa portata e in tempi così brevi. E se i partner in South stream erano soci colossi come l’Eni e la francese Gdf, adesso c’è in quest’operazione soltanto la turca Botas. Senza contare che manca ancora un partner tecnico in grado di realizzare un progetto tanto ambizioso. In quest’ottica torna in gioco l’italiana Saipem, che, ha un ancora in essere un contratto da 2,4 miliardi di euro per la realizzazione di una delle linee di Southstream e per l’assistenza alla costruzione della seconda linea, affidata invece alla svizzera Allseas Group. Al momento il progetto, come il contratto, è congelato anche se Gazprom continua a pagare per lo stanziamento delle navi posatubi, che la controllata dell’Eni aveva inviato nel porto bulgaro di Burgas. SAIPEM POTREBBE ENTRARE NELLA CORDATA DEI COSTRUTTORI. Negli ultimi giorni non sono mancati rumors secondo i quali Saipem sarebbe in testa per la costruzione della parte sottomarina del Turkish Stream. In quest’ottica Gazprom potrebbe   evitare di pagare a una forte penale agli italiani per il mancato avvio di Southstream e ottenere tecnologie petrolifere, che le sarebbero vietate per via delle sanzioni, sfruttando un contratto   precedente alla crisi ucraina. C’è chi ha malignato che la controllata dell’Eni, non credendo al progetto, guardi a un risarcimento. In realtà l’ultima visita di Matteo Renzi a Mosca fa pensare il contrario.

Correlati

Potresti esserti perso