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INCHIESTA 1 Maggio Mag 2015 1100 01 maggio 2015

Lavoro, le riforme che smentiscono la Troika

In Spagna si riducono i salari in 15 giorni. In Portogallo crolla la contrattazione. Il Fmi dice che la deregulation non funziona. Eppure continua a proporla.

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Nelle stanze di Bruxelles si discute ancora di riforme e di Grecia. E di misure per il mercato del lavoro. I sindacati europei dicono che la Troika (Fmi, Bce e Commissione europea) vorrebbe un ulteriore allentamento delle norme sui licenziamenti collettivi e modifiche alle regole dello sciopero.
Intanto, però, i due Paesi considerati modello delle ricette dell'Ue, il Portogallo, buon allievo di José Manuel Barroso, e la Spagna, decantata come esempio da Mario Draghi in riunioni riservate con imprenditori e banchieri centrali, non sono ancora riusciti a ritrovare la strada per creare un numero sufficiente di posti di lavoro.
LE RIFORME CHE NON FUNZIONANO. A marzo è cresciuta la disoccupazione in Italia. Ma nei primi tre mesi è aumentata anche in Spagna. E in Portogallo, dicono le ricerche, rimarrà sopra la soglia dell'11% almeno fino al 2019.
Nel giorno della Festa del 1 maggio, i Paesi della crisi europea si ritrovano con un mercato del lavoro disarticolato, sindacati all'angolo e ancora troppa poca crescita. Lo stesso Fondo monetario internazionale, nell'ultimo World Economic outlook, ha ammesso che non c'è nessuna evidenza di un effetto positivo della deregolamentazione del mercato del lavoro. Eppure continua a proporla.

Spagna, il Paese dei lavoratori in povertà

Mariano Rajoy.

In Spagna dal febbraio 2012 gli imprenditori possono sospendere unilateralmente la contrattazione collettiva e proporre modifiche a salari, orari di lavoro e mansioni dei dipendenti.
«Se un datore di lavoro vuole tagliare i salari», spiega a Lettera43.it Ronald Janssen, responsabile economico dell'Etuc, la confederazione europea dei sindacati, «ci sono 15 giorni di tempo per trovare un accordo. Se dopo due settimane l'intesa non c'è, vale la decisione unilaterale».
La disputa può arrivare al tribunale del lavoro e in questo caso la corte deve esprimersi entro 25 giorni.
LA BOCCIATURA DELL'ECONOMIST. La riforma tanto decantata da Draghi e approvata dal governo di centrodestra di Mariano Rajoy ha anche abbassato fino al 70% il costo dei licenziamenti per le imprese. La compensazione per un licenziamento illegittimo è stata ridotta da 45 a 33 giorni di salario per ogni anno di anzianità e da una durata di 42 mesi a 24. Ma se l'impresa registra tre mesi consecutivi di calo dei ricavi o delle entrate ordinarie, allora può licenziare per motivo economico, senza dover dimostrare la correlazione tra l'allontanamento del lavoratore e i risultati dell'azienda.
I casi in cui i licenziamenti collettivi possono essere annullati dai giudici sono stati ridotti. Le società che licenziano devono in ogni caso approntare programmi di riallocazione e formazione dei lavoratori e quelle con più di 50 addetti che lasciano a casa dipendenti con più di 50 anni o che realizzano profitti negli anni successivi ai licenziamenti devono pagare una tassa.
I DISOCCUPATI TORNANO A CRESCERE. A tre anni dal varo delle nuove norme, quali sono i risultati? Not doing the job (non sta funzionando), è il titolo del bilancio tracciato il 24 aprile dall'Economist. Sommario: «La disoccupazione è tornata a salire, molti lavoratori stanno scivolando nella povertà».
Nel 2013 il tasso di disoccupazione spagnolo era al 27%, è calato lentamente, dice il settimanale britannico, ma nel primo trimestre del 2015 ha ricominciato a crescere, arrivando al 23,8%. E le cinque regioni europee con il maggior numero di disoccupati, fa notare l'Economist, si trovano tutte in Spagna.
Secondo il partito liberale Ciudadanos, inoltre, nella penisola iberica sta aumentando il numero dei working poor, cioè i lavoratori che hanno un reddito sotto la soglia dei 9 mila euro l'anno. Anche perché, dicono gli esperti citati dal settimanale britannico, la riforma ha aumentato la flessibilità, abbassato i costi di licenziamento e i salari.
IL TREND PREOCCUPA RAJOY. E il trend era già negativo: secondo la Fondazione degli studi dell'economia applicata, tra il 2010 e il 2012 i salari spagnoli erano già diminuiti del 12%.
La Spagna, secondo i dati dell'European trade union institute aggiornati al gennaio 2015, è anche il terzultimo Paese dell'Europa occidentale per salario minimo. Peggio fanno solo Grecia e Portogallo.
Queste cifre, a meno di un anno dalle elezioni generali, iniziano a preoccupare anche Rajoy: il 26 dicembre il primo ministro spagnolo ha annunciato di voler aumentare il salario minimo mensile dello 0,5%. Mentre lo stesso Draghi, che nei cenacoli ristretti elogia la riforma spagnola, il 15 aprile ha chiesto al governo di Madrid di rimediare alla fortissima dualità del mercato del lavoro.

Portogallo, il Fondo monetario contro l'aumento del salario minimo

A gennaio del 2012, un mese prima dei cugini spagnoli, anche il Portogallo ha imboccato una svolta radicale nelle relazioni tra lavoratori e imprese.
La riforma del premier conservatore Pedro Passos Coelho ha quasi dimezzato le indennità di licenziamento, riducendole da 20 a 12 giorni per ogni anno di lavoro. E ne ha abbassato il tetto massimo da 1.257 a 1.048 euro.
UN MONTE ORE DI LAVORO GRATUITO. Ha limitato gli assegni di disoccupazione a un massimo di 18 mesi e tagliato il monte ferie annuali di tre giorni. Le nuove regole, sostenute dall'Ugt ma non dalla Cgt, il sindacato maggioritario del Portogallo, prevedono che ogni lavoratore metta a disposizione dell'azienda una sorta di monte ore di lavoro gratuito, con il solo limite di non eccedere le 50 ore alla settimana e le 150 ore l'anno (quasi un mese).
E soprattutto, dice Janssen a Lettera43.it, che un contratto nazionale di categoria sia valido «solo se vi aderisce almeno il 65% dei lavoratori del settore». «Una soglia irrealistica che ha avuto come effetto il crollo della contrattazione settoriale», commenta il sindacalista.
NEL 2019 DISOCCUPAZIONE ALL'11%. Nonostante il Portogallo sia considerato uno dei migliori allievi della Troika e Pedro Passos Coelho abbia salutato il varo della nuova legge come «una giornata storica», che «rilancia la competitività del Paese», i risultati sono controversi. E anche qui le critiche arrivano da una delle migliori pubblicazioni nel campo della ricerca economica: sulla base delle previsioni contenute nel programma di Stabilità dell'esecutivo portoghese, l'Economic journal ha calcolato che tra il 2015 e il 2019 verranno creati 192.200 nuovi posti di lavoro, pari al 40% di quelli scomparsi nei quattro anni del programma di aggiustamento dei creditori internazionali.
Secondo i ricercatori, il tasso di creazione di nuovi occupati viaggia a un ritmo inferiore all'1% l'anno. E per la fine del 2019 la percentuale di disoccupati supererà ancora l'11%.


Tuttavia i tecnici del Fondo monetario, che hanno visitato il Paese dal 5 al 17 marzo per l'ennesima missione di supervisione delle riforme, hanno altre preoccupazioni: a danneggiare la creazione di nuovi posti, hanno avvertito dall'Fmi, potrebbero essere «le nuove iniziative nel campo del lavoro» decise dall'esecutivo.
A dicembre il governo conservatore ha aumentato il salario minimo a 505 euro. La misura, hanno osservato i tecnici nelle loro raccomandazioni, «può contribuire a fermare gli abusi sul lavoro», ma «può anche avere l'effetto di ridurre ulteriormente le opportunità di impiego per i lavoratori meno qualificati».

I dati di Ocse e Fmi smentiscono le ricette europee

La liberalizzazione del mercato del lavoro è sempre stata in cima alla lista delle riforme chieste dalle istituzioni della Troika ai Paesi in crisi. Eppure finora non ci sono prove concrete che queste misure abbiano un effetto reale sulla crescita della ricchezza nazionale.
Sul podio dei Paesi Ocse più 'protezionisti' si piazzano, per esempio, Germania e Svezia, nazioni che non hanno conosciuto crisi.
La Germania, inoltre, ha introdotto il salario minimo per la prima volta a settembre: Berlino lo ha fissato al 50% del salario medio, una quota superiore a molti Paesi Ue, tra cui Grecia, Spagna, ma anche Olanda e Gran Bretagna.
«Dicevano che avrebbe portato alla perdita di 600 mila posti di lavoro», fanno notare all'Etuc, e invece il numero degli occupati tedeschi continua a crescere.



Addirittura i ricercatori del Fmi, nel World economic outlook pubblicato il 14 aprile, hanno scritto che la regolamentazione del mercato del lavoro non ha «nessun effetto statisticamente significativo» sulla crescita.
L'ESEMPIO DELLA SVEZIA. I dati mostrano, invece, un effetto positivo di altri fattori: l'utilizzo di manodopera più qualificata, gli investimenti in Information technology, la specializzazione settoriale, l'abbassamento della regolamentazione del mercato dei prodotti, la qualità delle istituzioni.
«La Svezia, per esempio, ha un mercato del lavoro rigido, ma ha una enorme capacità di fare sistema Paese», spiega Francesco Saraceno, economista a SciencesPo. «L'efficienza della sua amministrazione pubblica è tale da fare da traino anche per il settore privato».
LE LIBERALIZZAZIONI? SOLO CONTRO I MONOPOLI. «Il dipartimento di ricerca guidato da Olivier Blanchard dimostra che la deregulation del lavoro non è giustificata, e che le liberalizzazioni da realizzare sono quelle per aumentare la concorrenza e avversare i monopoli», osserva Saraceno, tra i primi ad aver puntato il dito contro la «schizofrenia» dell'organizzazione di Washington.
Ma intanto i tecnici che si occupano dei Paesi Ue la impongono come soluzione per uscire dalla crisi. Di più, la impongono come la riforma più urgente da realizzare di fronte ai mercati.

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