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OCCUPAZIONE 4 Maggio Mag 2015 1515 04 maggio 2015

Lavoro Ue: l'analisi di Openpolis sugli ultimi 7 anni

Openpolis sull'occupazione Ue. Italia col record di Neet, ragazzi che non vanno a scuola né cercano un posto. Unica nota positiva: si riduce il divario tra i sessi.

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Ricerca di lavoro presso un'agenzia interinale.

Se quello raccontato cinematograficamente nel 2007 dai fratelli Coen non era un Paese per vecchi, l’Italia si dimostra sempre di più una realtà ostile a giovani e donne.
Sono infatti le due categorie sociali che nel nostro territorio sono state maggiormente colpite dalla crisi che, a cavallo fra il 2007 e il 2008, ha contagiato l’Europa provocando, in certi casi, effetti devastanti.
A rivelarlo non ci sono solo i dati dell’Istat, che giovedì 30 aprile ha gettato una secchiata d’acqua gelata sulle tonitruanti ambizioni del governo Renzi, rivelando come a marzo il tasso di disoccupazione generale abbia raggiunto il 13% (+0,2% rispetto a febbraio) e quello giovanile addirittura il 43,1%.
ITALIA TRA LE PEGGIORI IN EUROPA. L’associazione Openpolis, in un dossier dal titolo Piove sempre sul bagnato, ha infatti analizzato la portata dei cambiamenti avvenuti nel mercato del lavoro negli ultimi 7 anni, mettendo a confronto l’Italia con gli altri Paesi europei.
Diciamolo subito: per noi i risultati non sono per nulla incoraggianti. Anzi. A cominciare dalla disoccupazione generale: +108%. E se a livello continentale il numero dei senza lavoro è aumentato del 3%, passando dal 7,2% del 2007 al 10,2% del 2014 – Germania, Malta e Polonia hanno addirittura visto diminuire tale percentuale – in Italia tutte le regioni hanno dovuto fare i conti con cifre in vistoso aumento. A pagare il prezzo più alto sono ancora una volta quelle del Sud, con la Calabria che ha fatto segnare un più 12% passando dall’11,1% del 2007 al 23,04% dello scorso anno. Male anche Campania, Puglia e Sicilia (rispettivamente più 10,05, 10,04 e 9,93%), mentre hanno limitato i danni Friuli-Venezia Giulia (più 4,96%), Veneto (più 4%) e Trentino Alto Adige (più 3%).
IL SUD DEL PAESE NON RIPARTE. Disco rosso anche quando il discorso si sposta sul fronte opposto, cioè quello dell’occupazione. Se Malta, Germania, Polonia, Lussemburgo, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca hanno fatto registrare crescite significative (+10,58% solo nel primo caso), con una sola eccezione, il Trentino Alto Adige, negli ultimi 7 anni tutte le nostre regioni hanno visto diminuire significativamente le possibilità d’impiego. Nel complessivo - 4,78%, oltre due volte superiore alle media Ue del meno 2,01%, si distinguono ancor più negativamente Puglia, Molise, Campania, Calabria e Sicilia con una riduzione di oltre il 10%. Hanno fatto peggio solo Bulgaria, Slovenia, Lettonia, Croazia, Portogallo, Irlanda, Cipro, Spagna e Grecia. Una magra consolazione.

Siamo il Paese con la più alta percentuale di Neet: il 22,2%

Il premier Matteo Renzi.

Come noto, poi, non ce la passiamo bene neanche sul versante della disoccupazione giovanile.
Nell’arco temporale preso in esame da Openpolis, la percentuale di ragazzi e ragazze senza lavoro nei 28 paesi dell’Ue è aumentata mediamente del 50%, con picchi massimi che superano il 200% come Cipro (281%) e Spagna (206%).
In Italia la disoccupazione giovanile è cresciuta del 96%, quasi il doppio del dato europeo, con il Nord-Est che ha riportato gli aumenti percentuali più rilevanti: Emilia-Romagna più 281% e Veneto più 250%. Il tutto mentre in Germania lo stesso tasso calava, addirittura, del 34,45%.
GIOVANI ITALIANI ULTIMI IN CLASSIFICA. Ma oltre a quella in cerca di lavoro, un’altra categoria di giovani è finita per diventare protagonista in negativo di questa fase storica: i Neet, acronimo che sta per “Not in Education, Employment or Training”, cioè i ragazzi fra i 15 e i 24 anni che non studiano né lavorano.
Con la crisi, l’Italia è diventata il Paese con la percentuale più alta: il 22,2%. Erano il 16,2% nel 2007. Nessuno in Europa sta peggio di noi, visto che la media degli Stati membri è ferma al 13% e Germania (meno 29%), Malta (meno 13%) e Lussemburgo (meno 12%) sono addirittura riusciti a ridurne il numero.
Anche stavolta è il Sud a stare peggio degli altri, con Sicilia, Calabria e Campania che fanno registrare percentuali doppie se messe a confronto con la media Ue. Non se la passano meglio nemmeno Abruzzo, Emilia-Romagna e Umbria, dove i Neet sono aumentati – rispettivamente – del 144, 125 e 111%.
SICUREZZA SUL LAVORO ANCORA INSUFFICIENTE. C’è poi un altro problema serio analizzato da Openpolis: quello della sicurezza sul lavoro.
Il Vecchio Continente fa segnare un miglioramento generale sia per quanto riguarda gli infortuni sia per ciò che concerne le cosiddette “morti bianche”, visto che i decessi sono diminuiti in media del 38%. Dal 2008 al 2012, inoltre, in Italia c’è stata una riduzione generale degli infortuni (meno 31,44%), con il podio di virtuosità occupato da Marche, Umbria e Friuli-Venezia Giulia.
In Europa, eccezion fatta per la Svezia (+0,53%), la situazione è analoga: il calo medio è stato dell’11,17%.
Sul fronte delle “morti bianche”, però, nel nostro Paese la questione è particolare. Seguendo il trend europeo, fino al 2012 le morti sul lavoro sono state in costante calo.
Negli ultimi due anni, invece, il numero è tornato a salire segnando un dato record nel 2014, quando 744 lavoratori sono deceduti mentre erano impegnati nella loro occupazione. Il numero più alto dal 2008 ad oggi.

Occupazione femminile: unico dato positivo

Il ritorno delle mamme sul posto del lavoro porta benefici anche ai figli.

C’è infine un altro problema annoso su cui Openpolis ha posto la propria attenzione: il cosiddetto “Gender Pay Gap”, cioè la differenza tra il salario orario medio degli uomini e delle donne. Malgrado tutto, sotto questo punto di vista durante la crisi la situazione pare essere migliorata.
ITALIANE IN CONTROTENDENZA. Nel 75% degli stati membri, infatti, il gap è diminuito. Certo, la situazione non è uguale dappertutto, visto che sette Paesi hanno fatto segnare numeri in crescita. Si tratta di Spagna, Ungheria, Lettonia, Bulgaria, Portogallo (dove la distanza fra le retribuzioni fra lavoratori e lavoratrici ha toccato addirittura il 52,94%), Croazia e Italia.
In controtendenza con il dato continentale, il nostro Paese ha visto aumentare del 43% il divario salariale fra i due sessi, anche se l’Italia si attesta comunque fra gli Stati europei con il gap minor (7,3%).
FIGLI ANCORA FATTORE DISCRIMINANTE. Il problema del lavoro femminile non è solamente nelle retribuzioni ma, soprattutto, nelle pari opportunità. La discriminante maggiore è rappresentata dai figli, visto che la percentuale di occupazione delle donne diminuisce quando si inizia a considerarne il numero. In Europa questa passa da essere del 63% con un figlio per scendere al 60% con due e toccare il 45% con tre o più. Le disparità fra i Paesi sono forti, considerando che le donne con 3 o più bambini in Danimarca lavorano più delle donne con un figlio in Italia. C’è poco da stare sereni.

Twitter: @GiorgioVelardi

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