Economia 5 Maggio Mag 2015 0939 05 maggio 2015

Pensioni, ecco chi potrebbe avere il rimborso

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Lo stato rischia di pagare 10 miliardi per le pensioni Lo Stato rischia di spendere almeno dieci miliardi, dopo averne risparmiati meno di cinque. I sindacati sono già sul piede di guerra, mentre gli avvocati studiano se è possibile fare una maxi class action contro Palazzo Chigi. Mentre l’Europa vigila e il tesoretto che Matteo Renzi ha promesso agli indigenti evapora giorno dopo giorno. La sentenza della Consulta che ha bocciato il congelamento della perequazione pensionistica rischia di mettere in ginocchio l’Italia e - soprattutto - potrebbe mettere in ginocchio anche la sostenibilità del sistema previdenziale italiano. Ecco gli effetti.

Elsa Fornero LE VITTIME DEL SALVA ITALIA DI MONTI Lo scorso 30 aprile la Corte Costituzionale ha messo fuori legge la norma del decreto Salva Italia che ha congelato la rivalutazione all’inflazione delle pensioni. Quella che ha interessato gli assegni pari ad almeno tre volte il trattamento minimo dell’Inps (cioè pari a poco più di 1.500 euro). Il provvedimento doveva valere fino a quando la nuova riforma pensionistica, innalzando l’età di ritiro, avrebbe parificato i requisiti dei trattamenti di vecchiaia e quelli di anzianità. Ma in quell’anno, con lo spread tra Btp e Bund verso i 500 punti - l’Europa chiedeva all’Italia soprattutto di fare cassa. Infatti il governo recuperò tra il 2012 e 2013 4,8 miliardi di euro, ritoccando al ribasso gli assegni a circa 6 milioni di pensionati. Gli stessi che ora li rivogliono indietro con gli interessi.

Corte Costituzionale CHE COSA HA PREVISTO LA CONSULTA L’Alta Corte, come prevede il suo mandato, non deve farsi influenzare dalle esigenze contingenti. Per questo ha sottolineato che la legge voluta dal governo Monti e dal ministro Elsa Fornero ha finito per contraddire gli effetti naturali della perequazione. Che nasce per garantire il potere di acquisto delle somme percepite, senza il quale non ci sarebbe il diritto a una «prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio». Di conseguenza ha chiesto il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione, quello che prevede una retribuzione «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa» e dell’articolo 38, che recita: «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria». La norma - come avvenuto per provvedimenti simili - non è stata considerata in contrasto all’articolo 3 della Costituzione - «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge - lasciando intendere che è legittimo un meccanismo nel quale un sacrificio viene chiesto soltanto a una categoria - in questo caso il congelamento della perequazione - e non a tutta la collettività.

Pensionati IL GIALLO DEI RIMBORSI La sentenza spinge (ma non impone) il governo a restituire ai pensionati quanto tolto. Infatti chiede all’esecutivo provvedimenti per ripristinare la mancata perequazione sugli assegni ridotti tra il 2012 e 2013. Di conseguenza, se non ci fossero misure legislative adeguate da parte del governo per risolvere il problema, ai pensionati colpiti dal Salva Italia non resterebbe che fare causa all’Inps. La quale poi si rivarrebbe sull’esecutivo. Meno complesso, per certi aspetti, calcolare la mancata perequazione. Si può ipotizzare che gli assegni dovranno essere rivalutati con le norme precedenti al Salva Italia, quando l'adeguamento all’inflazione avveniva con il meccanismo degli scaglioni. L’articolo 69 della legge 388/2000 prevedeva che «le pensioni superiori a cinque volte era adeguato in misura piena fino alla fascia di importo pari a tre volte il trattamento minimo, si scendeva invece al 90 per cento per la fascia di importo compresa tra tre e cinque volte il trattamento minimo mentre la parte eccedente veniva adeguata al 75 per cento». Ma i pensionati potrebbero anche chiedere gli interessi - anche se su questo versante la Consulta non dà ultimatum al governo - che si applicherebbero su anni nei quali l’inflazione è stata positiva e non negativa come nel 2014. Per capire qualcosa in più su questo versante, può aiutare una simulazione dell’ordine dei commercialisti di Napoli. Secondo lo studio saranno complessivamente interessati dalla rivalutazione «quasi 6 milioni di assegni di importo medio oscillante tra i 19 e i 30 mila euro annui. I rimborsi saranno contenuti per coloro che si fermano a 20mila euro annui i quali si vedranno restituire oltre 1.134 euro lordi. Riceverà di più, logicamente, chi ha pensioni più alte. Oltre 4.650 euro al lordo delle tasse per coloro che possono beneficiare di un reddito pensionistico annuo di 100.000 euro».

Lo stato potrebbe arrivare a sborsare fino a 13 miliardi VERSO UN BUCO DA 13 MILIARDI Nelle ore successive alla sentenza della Consulta, qualcuno è andato a recuperare la relazione tecnica che accompagnava la contestata norma del Salva Italia. Si leggeva che il blocco della rivalutazione delle pensioni avrebbe portato «risparmi netti sulle uscite dello Stato tra i 3,1 e i 3 miliardi ogni anno, fino al 2018». Il quotidiano La Repubblica ha citato stime non ufficiali della Commissione bilancio della Camera, secondo la quale lo Stato potrebbe sborsare fino a 13 miliardi, dei quali neppure un quinto sarebbero recuperati sotto forma gettito Irpef. Ai 6 miliardi per gli anni  2012 e 2013 se ne aggiungerebbero altrettanti per il biennio successivo, oltre agli interessi. Senza contare che con questo buco il governo potrebbe perdere i benefici garantiti dall’Europa all’Italia per il suo piano di riforme: il tesoretto da 1,6 miliardi legato al rallentamento nel percorso di pareggio di bilancio, il mezzo punto di Pil (e pari a circa 7 miliardi) che Pier Carlo Padoan pensa di strappare grazie agli interventi studiati per ridurre la spesa pubblica. Al riguardo, da Bruxelles, nelle ultime ore è arrivato un messaggio chiaro all’Italia: «Aspettiamo di vedere come il governo applicherà la sentenza" della Consulta, ma qualsiasi cosa cambi gli obiettivi di bilancio del Documento di programmazione finanziaria" dell'Italia deve essere compensato». Quel che è certo è che il nostro welfare, dopo la sentenza della Consulta, resterà anche ora più schiacciato sull’erogazione delle pensioni, dando meno risorse alle politiche attive per l’outplacement e all’assistenza ai più bisognosi.

Tito Boeri UN MONITO PER BOERI Questi gli effetti giuridici ed economici della sentenza. Ma non meno dirompenti sono quelli politici. La Consulta, lo scorso 30 aprile, ha ribadito per i pensionati il principio dell’adeguatezza salariale. Di conseguenza c’è la possibilità (o il rischio) che anche un’altra categoria colpita sui salari come gli statali possa rivalersi contro il governo. Dall’ultimo governo Berlusconi in poi ogni esecutivo - con l’avallo dei sindacati - ha congelato il rinnovo dei contratti. È stato calcolato che in media ogni travet ha perso finora 2.879 euro all’anno a regime, che potrebbero salire a 4.003 se lo stop agli aumenti salariali venisse confermato fino al 2016, come ha fatto intendere anche questo esecutivo. Se su questo versante stiamo nel campo delle ipotesi, è invece certo che questa  sentenza finirà per diventare un precedente importante verso chi vuole rimettere in gioco i diritti acquisiti dei pensionati. Come l’attuale presidente dell’Inps, Tito Boeri, che non perde occasione per dimostrare la forte sperequazione - tutta ai danni dei giovani lavoratori - delle pensioni calcolate con il sistema retributivo rispetto a quelle computate con il contributivo.

Corte di Strasburgo LE SOLUZIONI (TAMPONE) DEL GOVERNO Dopo aver saputo della sentenza della Consulta, Matteo Renzi avrebbe chiesto ai suoi ministri di non lasciarsi andare a commenti avventati e di tranquillizzare i cittadini e i maggiori osservatori internazionali. Infatti il messaggio è stato: pagheremo il dovuto, anche tenendo conto dell’imminente tornata amministrativa. In quest’ottica il ministro competente - quello al Lavoro, Giuliano Poletti - ha smentito l’idea di un contributo straordinario per recuperare i fondi necessari. «È ancora presto per fare valutazioni sugli effetti della sentenza della Consulta», ha detto, «anche se sicuramente non faremo una patrimoniale, perché il nostro governo vuole ridurre le tasse e non aumentarle». Nelle ultime ore sono state ventilate le ipotesi più disperate. C’è anche chi ha parlato di un ricorso alla Corte di Strasburgo contro la decisione della Consulta da parte del governo, facendo valere il principio che il contenimento della spesa pensionistica uno dei principali strumenti per il contenimento dei conti previsto nel Fiscal compact. Altri dicono che si starebbero valutando rateizzazioni o rimborsi attraverso l’erogazione di titoli di Stato. Ma è molto più probabile è che il governo - infondo la Consulta si è limitata a difendere  “l’adeguatezza” delle pensioni - alzi l’asticella e inizi a congelare la rivoluzione per gli assegni superiori sei volte al minimo, nel tentativo di restituire il maltolto negli anni 2012 e 2013 soltanto ai pensionati più poveri. Il che comporterebbe un risparmio alle casse dello Stato, ma scatenerebbe un numero altissimo di ricorsi e cause civili.

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