Economia 6 Maggio Mag 2015 0930 06 maggio 2015

Cina, le prossime sfide del Dragone

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Il dragone simbolo della Cina Romano Prodi, uno dei pochi economisti ammesso al Politburo di Pechino, vede per la Cina un futuro sempre più roseo. Tanto da consigliare l’Occidente di non «sottovalutare la Banca asiatica d'investimento per le infrastrutture e la proposta della “Via della seta”, che sono parte di un unico disegno di estremo interesse con una larghezza di mezzi enorme». L’ex presidente del Consiglio italiano si riferisce alla creazione di una banca d’investimento che faccia concorrenza alla World Bank e a un sistema infrastrutturale per permettere al gigante asiatico di controllare meglio il flusso delle materie prime a livello mondiale. Questo il progetto sul medio termine per sottrarre agli Stati Uniti la palma di economia più ricca e potente della Terra. Ma nel breve periodo Pechino è chiamata ad arginare una crisi, che potrebbe essere letale per un Paese esportatore come il nostro: la caduta inarrestabile della crescita (qui l'articolo). Ecco tutte le sfide che aspettano l’ex Impero di Mezzo.

La crescita economica è rallentata a +7,3% LA TIGRE È INGABBIATA Negli anni precedenti la crisi la Tigre cinese cresciuta stabilmente a doppia cifra. Poi, la minore domanda da Europa e America, ha fatto calare l’aumento del Pil fino al +7,3 per cento dello scorso anno. Nel primo semestre del 2015 il Pil cinese è salito del 7 per cento, mentre per il secondo il Centro di informazione statale, uno dei principali think tank statali, prevede un’ulteriore frenata (+6,8 per cento). Monica Defend, capo dell’Asset Allocation di Pioneer Investments, ha spiegato che «le condizioni sottostanti non sono così pessime come suggeriscono i numeri generali. Il rallentamento è dovuto ad adeguamenti strutturali, con la debolezza concentrata principalmente nel settore immobiliare, mentre che il settore privato si è comportato relativamente bene. Anche la crescita delle vendite al dettaglio è rimasta più o meno stabile». Per poi concludere che «la crescita del settore industriale è leggermente migliorata e affermano che il calo registrato è da attribuirsi per la maggior parte alle società d'estrazione e raffinazione del petrolio e al settore minerario come conseguenza del calo dei prezzi delle materie prime». Ma dietro questi numeri c’è soprattutto il tentativo del governo cinese di riequilibrare un Paese troppo sproporzionato negli anni verso le esportazioni, calate a marzo del 15 per cento rispetto all’anno prima. Peccato che, nell’ottica di rafforzare la domanda interna, anche le importazioni sono calate del 12,7 per cento. Da qui le pressioni internazionali perché il governo continui a sostenere i consumi. In caso contrario è facile prevedere uno scenario nel quale crescono disoccupazione (il dato ufficioso parla di un 20 per cento) e corruzione, mentre si susseguirebbero le bolle finanziarie.

Il debito è pari al 251% del pil, nel 2008 era pari al 148% UNA BOLLA DI PROPORZIONI BIBLICHE Le maggiori emergenze in Cina sono proprio di natura finanziaria. Le ultime stime dicono che nel 2014 il rapporto tra il debito totale sarebbe pari al 251 per cento del Pil, contro il 148 per cento segnato alla fine del 2008. Alla base di questi numeri il rifinanziamento sui mercati internazionali portato avanti dal governo cinese, necessario per sostenere i piani di investimento lanciati negli anni della crisi. Ma non tutti hanno portato gli effetti sperati. È difficile ipotizzare un default, visto che quasi tutto il debito è per lo più nelle mani delle istituzioni finanziarie pubbliche. Ma questo non ha impedito, da un lato, alle grandi banche pubbliche di avviare massicci programmi di ricapitalizzazione e, dall’altro, alla Banca centrale di iniettare una quota di liquidità (pare superiore agli 81 miliardi di dollari) che il mercato non riesce ad assorbire. In quest’ottica molti di questi prestiti sono andati al settore immobiliare. In un Paese dove nell’ultimo decennio seicento milioni di persone hanno lasciato le campagne, si è costruito più che nel resto del mondo: infatti centri storici sono distrutti e ricostruiti sotto forme di megalapoli, le periferie metropolitane sono sempre più vaste e i palazzi sfiorano il cielo.

Alberto Forchielli Anche per questo dal 2008 a oggi l’indebitamento privato è passato dai 9mila agli oltre 23mila miliardi di dollari. E se i crediti sul mattone (con i prezzi delle case calati del 70 per cento) sono di fatto inagibili, le grandi aziende pagano d’interessi circa mille miliardi di dollari, più del doppio del governo Usa sul debito americano. Eppoi c’è da fare i conti con lo shadow banking. Nell’ex impero celeste ammonta a miliardi di yuan, pari a 4.400 miliardi di dollari. Al riguardo Alberto Forchielli fondatore di Mandarin Capital Partners e presidente di Osservatorio Asia, ha spiegato a Repubblica: «Lo shadows banking è figlio della cosiddetta financial repression. Famiglie depredate dei propri risparmi da banche che pagano interessi bassissimi e difficilissimo accesso al credito per le imprese. Il mondo banca ombra nasce per venire incontro a queste due difficoltà. Si sono create gestioni patrimoniali in cui i risparmiatori investono in fondi che a loro volta prestano alle imprese. Il mercato si disintermedia e viene gestito da operatori terzi, a volte esterni a volte interni alle banche stesse.  Le banche tradizionali sono riuscite a non perdere clienti creando prodotti ad hoc non rappresentati in bilancio ma su cui lucrano forti commissioni». Così, anno dopo anno, «il fenomeno si è ingrandito a dismisura fino a rappresentare il 30 per cento del mercato bancario in un effetto domino».

Yuan e dollari VERSO LO SDOGANAMENTO DELLO YUAN Le grandi imprese cinesi vedono ridurre il loro giro d’affari anche per colpa di una moneta “di fatto” agganciata al dollaro. Ma la cosa potrebbe anche portare benefici allo yuan. Nei prossimi mesi il Fondo monetario dovrebbe sdoganare la divisa cinese e promuoverlo ufficialmente e definitivamente tra le monete guida dell’economia mondiale. Nel rapporto sullo stato di salute dell'economia cinese di prossima pubblicazione i tecnici di Washington dovrebbero inserire «un apprezzamento agli sforzi di apertura del governo di Pechino per equiparare la valuta ai suoi fondamentali». Il che vorrebbe dire che non è più sottovalutato come un tempo. Questa scelta potrebbe avere effetti dirompenti. In primo luogo rafforzerebbe la richiesta cinese al Fmi di introdurre lo yuan nel paniere di valute che determinano il valore degli Sdr (Special Drawing Rights), la valuta di riferimento del Fondo. In secondo luogo - e riconosciuta dalla massima organizzazione internazionale finanziaria - la Tigre asiatica avrebbe le mani libere per fare quella svalutazione chiesta dalle sue imprese per aiutare le esportazioni. Se non bastasse, il Fmi rischia di annullare il pressing portato avanti dall’amministrazione americana, secondo la quale lo «yuan è significativamente sottovalutato», tanto da chiedere al governo cinese «di fare di più per far sì che il suo valore sia determinato dal mercato». Proprio in America lo yuan trova un alleato inaspettato, Bill Gates. Il quale, pur apprezzando il dollaro, ritiene che «la valuta cinese si apprezzerà di più nel lungo termine».

Xi Jinping LA CORSA ALLA VIA DELLA SETA Ogni giorno, nell’immenso territorio cinese, si tengono rivolte spesso soffocate nel sangue. Per evitare nuove tensioni sociali in un Paese nel quale almeno mezzo miliardo di persone vive nella più nera misera, il governo cinese ha bisogno di comprare materie prime a prezzi contenuti per non aumentare l’inflazione e non continuare a sostenere il sistema con eccessive iniezioni di liquidità, che potrebbero presto sfociare in bolle. In quest’ottica è decisivo il progetto della nuova via della Cina, il corridoio infrastrutturale che - attraverso strade, binari, porti ed aeroporti - vuole ridurre le distanze tra l’ex Impero di Mezzo, l’Europa e l’Africa. Forte anche dei 51 miliardi di capitali che sono stati destinati alla nascita della nuova banca infrastrutturale Aipb, che ha già visto l’interesse di 21 Paesi dell’area. In quest’ottica ci si attende molto dalla visita - al già venerdì 8 maggio - del presidente cinese Xi Jinping (nella foto) a Mosca. Con l’omologo Vladimir Putin vuole stringere nuovi accordi nei campi dell'energia, della tecnologia aerospaziale, della finanza e degli investimenti. Ma soprattutto si parlerà del ruolo del Kazakistan, “ideale” cerniera tra Russia e Cina nel progetto della via della Seta. Per non parlare dell’accelerata ai lavori (che stanno procedendo a rilento) indispensabili per trasportare, dopo la maxi intesa da 400 miliardi di dollari del maggio scorso, i 38 miliardi di metri cubi di gas russo all'anno diretti in Cina. Subito dopo, il 14 maggio, Xi Jinping e il premier Li Keqiang faranno gli onori di casa al primo ministro indiano, Narendra Modi. Anche in questo vertice protagonista sarà il futuro della “via della Seta”. I due Paesi si disputano alcuni territori hymalaiani. New Delhi teme che Pechino possa bypassare le rotte che passano per la penisola della Malacca e chiede un maggiore ruolo nelle grandi commesse che stanno per piovere sul subcontinente indiano.

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