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LO SPORTELLO 8 Maggio Mag 2015 0733 08 maggio 2015

Bail in, quello che le banche non dicono

I correntisti-creditori sono chiamati, oltre una certa soglia, a salvarle in caso di default. La norma risale a due anni fa. Ma il primo a parlarne in Italia è stato Visco, settimana scorsa.

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File di gente agli sportelli delle banche cipriote.

La settimana scorsa abbiamo affrontato il tema della trasparenza nei rapporti bancari ricordando soprattutto che la sua assenza si manifesta attraverso tre modalità: carenza di informazione (si tace riguardo alcuni aspetti riguardanti contratti, accordi, caratteristiche di prodotti, eccetera), utilizzo di 'banchese' (linguaggio criptico e complesso per non far capire), comunicazione fuorviante (si affrontano solo taluni aspetti dei prodotti bancari inducendo in inganno il cliente).
E ci siamo posti il quesito: si eviterà questo per il bail in? Saranno date tutte le informazioni al cittadino? In quali tempi?
Come riportato dal Sole 24 ore per bail in, in linea generale, s'intende il salvataggio di un Paese o del suo sistema bancario dall'interno. L'espressione si contrappone al bail out, cioè il salvataggio dall'esterno.
CREDITORI CHIAMATI A SALVARE LE BANCHE. Nella crisi ormai pluriennale che attanaglia l'area euro i primi interventi sono stati all'insegna del bail out, con la Ue corsa al capezzale della Grecia. Con l'aggravarsi della crisi di Atene però alcuni Paesi hanno iniziato a ventilare l'idea di coinvolgere i cittadini nei salvataggi per non far ricadere l'intero costo sulle spalle dei contribuenti dei Paesi creditori (in primis la Germania).
In Grecia, per esempio, è stato operato un pesante taglio al valore dei titoli di Stato mentre con la tassa sui depositi a Cipro è stato compiuto un salto di qualità nella strategia del bail in.
In altri e più semplici termini, in caso di crisi sono gli stessi investitori a dover sopportare i costi del salvataggio della banca, e investitori, sia pure in misura diversa, sono non soltanto i soci, ma anche i creditori (cioè i clienti che depositano i loro risparmi in banca), che si vedranno sostituiti ai soci.
LA RIFORMA RESTA SOTTO SILENZIO. Ma i cittadini italiani hanno il diritto di conoscere quali sono le decisioni prese in sede europea? Soprattutto quelle decisioni che rischiano di costare loro parecchi soldi?
Il fatto più rilevante in termini di comunicazione è che la notizia risale ormai a oltre due anni fa, quando venne varata la norma dopo il salvataggio di Cipro. Ma fino a pochi giorni fa, in Italia nessuno ne ha parlato.
A sollevare la polvere nascosta ci ha pensato Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. La norma stabilita da Bruxelles prevede che, in caso di fallimento di una banca, siano in prima battuta i clienti della stessa a pagare per salvarla. Lo Stato entrerà in gioco solo in un secondo momento.
Il che vuol dire una cosa sola: i nostri conti correnti non sono più garantiti, o almeno non lo sono sopra una certa soglia. E quale sarebbe questa soglia? Lo vogliamo dire ai clienti?

Visco parla di un «sacrificio significativo»

Ignazio Visco.

Lo stesso numero uno di Bankitalia ha detto che chiunque decide di versare i propri soldi in banca ha il diritto di conoscere come stanno le cose. Le parole di Ignazio Visco sono chiarissime: «Le banche dovranno adottare un approccio nei confronti della clientela coerente con il cambiamento fondamentale apportato dalle nuove regole, che non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori».
«Sacrificio significativo» significa soldi, molti soldi a cui rinunciare per salvare un istituto bancario dal default.
A confermare la notizia, anche un tweet pubblicato dall’ufficio stampa della Banca d’Italia: «I clienti andranno pienamente informati del fatto che potrebbero dover contribuire al risanamento di una banca». E le ulteriori parole del governatore che al Senato ha affermato: «Sarebbe stato essenziale che il recepimento delle direttive fosse stato effettuato per tempo. Purtroppo i tempi lunghi ostacolano l’impegno e la partecipazione attiva del nostro Paese al processo di integrazione finanziaria».
SOGLIA FISSATA A 100 MILA EURO. Insomma dobbiamo recepire la direttiva sul bail in e dobbiamo farlo pure in fretta. Ma in cosa consiste questo meccanismo e cosa comporta per i clienti delle banche? In sostanza, il deficit di patrimonio rispetto a quello necessario perché la banca possa continuare ad operare (la cosiddetta soglia minima di patrimonio) viene “trovato” non all’esterno, ma presso gli stessi finanziatori, che vedono i loro crediti convertiti (secondo una sequenza prestabilita, e con esclusione dei depositanti garantiti e pochi altri creditori) in capitale, fino al livello necessario a ristabilire la soglia minima. Per effetto della conversione, i “vecchi” soci sono diluiti o esclusi dalla società. Contemporaneamente, la banca viene ristrutturata dal punto di vista operativo ed è capace di reperire liquidità grazie all’avvenuto rafforzamento patrimoniale.
Scendendo nel dettaglio, se una banca rischia il default, i primi a dover sborsare il proprio denaro saranno gli azionisti, seguiti dagli obbligazionisti meno assicurati (le obbligazioni subordinate verranno coinvolte nel pagamento) e dai depositi bancari superiori ai 100 mila euro. La direttiva, dunque, garantisce solo i depositi inferiori a tale soglia.
PRIMI BAIL IN ALL'ORIZZONTE? Non dovranno invece partecipare al bail in i possessori di obbligazioni garantite (le ordinarie sono escluse), pensioni e salari dei dipendenti. Ogni Stato membro avrà infine la facoltà di decidere l’esclusione di altre categorie.
Parlando di percentuali: nel caso in cui una banca rischi il fallimento, lo Stato interverrà per salvarla solo dopo che azionisti e creditori avranno pagato l’8% delle passività totali dell’istituto. Lo scopo della norma, è quello di evitare che a pagare siano tutti i contribuenti. In realtà, però, a rimetterci sarà chi deposita i propri soldi.
Questo è il bail in, questo è quello che è stato deciso senza che nessuno ai vertici delle banche si preoccupasse di informare i cittadini italiani. Ma soprattutto mentre, sempre negli ultimi due anni, si è continuato a sostenere qualche aumento di capitale (fatto sottoscrivere a cittadini ignari) di banche italiane che forse saranno le prime a far ricorso al bail in.

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