Economia 14 Maggio Mag 2015 1535 14 maggio 2015

Acciaio, il mercato italiano è fuso

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Il settore dell'acciaio ha chiuso i primi tre mesi del 2015 in calo dell'10,2% a fronte di un calo mondiale del 1,8%. Sembra passato un secolo, invece neppure due anni fa l’Italia era il secondo produttore di acciaio in Europa. E soprattutto poteva vantare sul suo territorio sia il più grande stabilimento nel Vecchio Continente (l’Ilva di Taranto) sia, soprattutto, la produzione di materiali più resistenti e pezzi più flessibili, in grado di rispondere alle diverse esigenze dell’edilizia o nella meccanica di precisione. Poi, prima il nostro sistema ha finito per pagare la concorrenza del Maghreb sulla lavorazione dei rottami, quindi la produzione a basso costo cinese o turca ha messo fuori gioco il Belpaese.

Antonio Gozzi C’ERA UNA VOLTA IL MADE IN ITALY Il settore ha chiuso il primo trimestre 2015 con una caduta del 10,2 per cento della produzione, a fronte di un calo dell'1,8% a livello mondiale. A cantare il de profundis del settore è stato, nelle scorse, ore il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi. Il quale, a margine della presenza della fiera della siderurgia Made in Steel (dal 20 al 22 maggio a FieraMilano-Rho) ha ammesso: «L'Italia non è più da tempo tra i big del mondo nella produzione di acciaio ed è destinata a ridurre ulteriormente il suo peso. Saremo al di sotto dell'1 per cento». Gozzi non ha paura di fare bilanci con il recente passato. «Negli anni Novanta l'Italia rappresentava il 7-8 per cento della produzione mondiale di acciaio, era seduta al tavolo dei grandi, mentre oggi il suo peso è sceso all'1-1,5 per cento, ma molto velocemente scenderemo sotto questo livello». GLI STRANIERI TROPPO COMPETITIVI Gli esperti del settore sono concordi nel dire che l’Italia è fuori mercato in questa fase. Non può fare concorrenza sul prezzo vuoi perché la capacità produttiva di acciaio a livello mondiale è eccessiva e vuoi perché la crisi economica ha ridefinito (al ribasso) i volumi dei consumi nelle economie avanzate. Senza contare che un sistema come il nostro (dove il costo del lavoro e quello dell’energia sono alti) fa fatica a contenere le spese rispetto a realtà più flessibili come la Turchia, dove vigono vincoli ambientali più permessivi e i governi puntano in maniera massiccia sulla politica industriale. Per questo Gozzi ha chiesto al governo di aiutare l’acciaio italiano «a ridefinire proprio la mission, perché l'Italia rimarrà un importante paese industriale anche nei prossimi venti anni, per cui bisogna capire quale sono gli spazi e le nicchie su cui concentrare le risorse».

Ilva DIRE ADDIO ALL’ALTOFORNO Il settore chiede al governo di guidare il «processo di riconversione» in atto. Un modo per criticare il piano studiato da Palazzo Chigi per salvare l’Ilva, che - a detta delle imprese italiane - finisce soltanto per aprire alle imprese straniere. Anche perché l’unica strada possibile da seguire - sostituire la produzione di acciaio da altoforno a ciclo integrale con forni ad arco elettrico alimentati con preridotto - comporta un dispendioso impegno energetico. UN FUTURO SENZA ILVA? Non a caso Gozzi ha anche fatto notare: «Continuo ad essere preoccupato per la situazione dell'Ilva di Taranto. La nostra produzione, in termini di volumi, dipende molto da quello che succede a Taranto perché loro rappresentano un terzo della produzione italiana. Se l'Ilva fosse a livelli normali, quest’anno saremmo intorno ai 29 milioni di tonnellate prodotte, anziche' 24 milioni. E in questa caduta della produzione, i 4-5 milioni di tonnellate che mancano all'appello dell'Ilva contano molto.

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