Economia 15 Maggio Mag 2015 1622 15 maggio 2015

Petrolio, inizia la stagione delle fusioni

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Il calo del prezzo del barile Nel settore petrolifero si naviga a vista. I prezzi del petrolio, seppure in rialzo rispetto ai minimi delle scorse settimane, sono ancora molto al di sotto dei valori della scorsa estate (il barile è scambiato a circa 60 dollari, in rialzo, ma ancora molto al di sotto degli oltre 100 dollari del 2014). L’aumento però sembra essere sufficiente per convincere gli esperti e le aziende del settore che una ripresa è possibile, anche se i prezzi non torneranno ai livelli visti a luglio-agosto scorso. I dubbi però restano. E così, mentre le società del settore shale oil si preparano ad aumentare di nuovo la produzione e i Paesi dell’Opec si dicono convinti che la loro strategia sia quella giusta, arrivano comunque le prime operazioni di consolidamento. Ecco cosa bisogna sapere. I PREZZI CERCANO IL RECUPERO Vediamo intanto a che punto sono i prezzi del greggio. Il Wti nell’ultima settimana ha oscillato attorno ai 60 dollari al barile, aggirandosi attorno ai 59 nella seduta del 15 maggio e dopo essere arrivato in precedenza oltre i 61, quando il dipartimento all’Energia ha pubblicato i dati settimanali sulle scorte di petrolio (calate a sorpresa, ma confermandosi comunque ai massimi in circa ottant’anni) e sulla scia dell’aumento della domanda di prodotti derivati dal petrolio, che per la prima volta in tre mesi ha superato i 20 milioni di barili al giorno. GRUPPI SHALE PENSANO A RIALZO PRODUZIONE Tanto è bastato a convincere i produttori di shale oil a pensare a nuovi aumenti della produzione, dopo i tagli dei mesi scorsi. Per fare degli esempi, Eog Resources ha fatto sapere che aumenterà la produzione, se i prezzi si manterranno ai livelli attuali, e Occidental Petroleum ha già ritoccato al rialzo la produzione prevista per l'intero anno. Altre società hanno fatto sapere che seguiranno la stessa via quando i prezzi arriveranno attorno ai 70 dollari al barile. «L’offerta americana potrebbe aumentare rapidamente in risposta alla recente ripresa dei prezzi», ha detto Tom Pugh, esperto di materie prime di   Capital Economics. ARRIVANO LE PRIME ACQUISIZIONI Non sono tutti di questa idea, anzi c’è chi preferisce unire le forze ipotizzando scenari futuri non semplici. È il caso di Noble Energy che ha rilevato Rosetta Resources per circa 3,9 miliardi di dollari, inclusa l’assunzione di debito. Si tratta di un’operazione   completamente in azioni valutata 2,1 miliardi di dollari, a cui si aggiunge l'assunzione di debito netto per 1,8 miliardi, con un valore implicito di 26,62 dollari per azione, il 28% in più rispetto al prezzo medio dei titoli di Rosetta negli ultimi 30 giorni di scambi. Secondo gli esperti altre acquisizioni potranno arrivare nei prossimi mesi, soprattutto se effettivamente i prezzi non si stabilizzeranno al rialzo. L’OPEC NON CAMBIA ROTTA Nel frattempo, i Paesi dell’Opec proseguono per la loro strada, convinti che la strategia adottata sia comunque quella giusta. E la produzione non solo non è stata tagliata, ma anzi è stata aumentata. È questo il caso dell’Arabia Saudita, il principale esportatore di greggio al mondo, che ha alzato la produzione a livelli record per soddisfare la domanda in arrivo dall’Asia e le esigenze delle raffinerie e delle centrali elettriche della nazione. L’Arabia Saudita ha prodotto 10,308 milioni di barili al giorno ad aprile, in rialzo dai 10,294 milioni di marzo e potrebbe arrivare a 11 milioni tra giugno e luglio. Secondo gli analisti, le esportazioni di greggio saudita resteranno alte, con il Paese impegnato a   mantenere la sua quota di mercato. AMBIENTALISTI SUL PIEDE DI GUERRA La questione petrolifera è tra l’altro legata a doppio filo con quella ambientale. In questi giorni ha suscitato scalpore il via libera condizionato dato dal Governo americano al piano di Royal Dutch Shell per trivellare il Mar Glaciale Artico nel corso della prossima estate. L’ok arrivato dal dipartimento del Territorio è vincolato alla concessione altri permessi federali, che il gruppo spera di portare a casa nelle prossime settimane. È dunque venuto meno uno degli ostacoli più grandi che il gruppo energetico doveva superare per potere avviare le attività di esplorazione di petrolio e gas nell’Artico. Per il gruppo si tratta di una vittoria, per i gruppi ambientalisti di una sconfitta, visto che un incidente potrebbe provocare danni enormi e ben più gravi di quelli causati dalla “marea nera” del 2010, quando nel Golfo del Messico esplose la piattaforma Deepwater Horizon uccidendo dei persone e inondanto il mare con milioni di barili di greggio.

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