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FACCIAMOCI SENTIRE 18 Maggio Mag 2015 1125 18 maggio 2015

Caro Renzi, il capitalismo di relazione non è morto

Ci sono segnali positivi, ma non bastano: amicizie e conoscenze contano ancora troppo.

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Il premier Matteo Renzi.

Lunedì 4 maggio ero in Borsa Italiana ad ascoltare il discorso che il nostro presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha voluto rivolgere al cosiddetto gotha finanziario, ovvero a una platea composita di manager, capi azienda e imprenditori.
Nel suo intervento il premier ha sottolineato la vitalità del sistema imprenditoriale italiano, ma anche gli «effetti negativi del capitalismo di relazione».
Di qui la raccomandazione che il mondo imprenditoriale e della finanza, ovvero il mondo economico, vada verso un grado di «apertura e trasparenza» sempre maggiore: «Il sistema imprenditoriale italiano è forte per cui va ora superato il capitalismo di relazione». «Il capitalismo di relazione ha prodotto anche effetti negativi» ma, secondo lui, quel «sistema di relazioni in cui giornali, banche, fondazioni e partiti politici hanno pensato di andare avanti tutti insieme discutendo tra loro è morto».
LE NOMINE PARLANO DA SOLE. È proprio così? E lui sta dando il buon esempio? Potremmo iniziare dalle nomine da lui effettuate nelle grandi aziende statali. Tutti i vertici sono stati nominati in coerenza «con la morte del capitalismo di relazione»? Al di là del valore dei singoli (che non spetta naturalmente a me giudicare) non direi proprio.
E che dire dei suoi 'consulenti personali' e dei più stretti collaboratori? Si potrebbe usare l’espressione “predica bene ma razzola male”? Certo, non c’è dubbio che qualcosa sia cambiato e/o stia cambiando ma dichiarare la morte del capitalismo di relazione mi sembra eccessivo.
SERVE MAGGIORE TRASPARENZA. Ho di fronte a me l’elenco dei Cda rinnovati con le ultime tornate assembleari. In molte delle aziende (anche quotate) ai vertici non è difficile trovare “Padre, Figliolo e Spirito Santo” e pur considerando che (finalmente) la presenza femminile si sta facendo più significativa, gli amici degli amici giocano ancora un ruolo importante nella composizione dei vari consigli.
Forse la novità più rappresentativa sono le liste di minoranza dei fondi che riescono cosi a essere rappresentati più concretamente rispetto a qualche tempo fa. Credo sia fuori discussione la necessità che il mondo imprenditoriale e della finanza vada verso un grado di “apertura e trasparenza” sempre maggiore.

Il capitalismo di relazione è nel codice genetico degli italiani

La sede di Mediobanca.

Le imprese per competere nell’era della globalizzazione hanno bisogno di essere meno centrate sulla specifiche esigenze della loro proprietà. Tante aziende che non hanno adeguatamente preparato il passaggio generazionale hanno avuto problemi o, nella migliore delle ipotesi, sono state cedute a grandi gruppi internazionali.
Non c’è dubbio che le grandi sfide internazionali non si possano vincere con il capitalismo relazionale di “Cucciana” memoria. Oggi anche il vecchio presidente di Mediobanca dovrebbe convincersi che le azioni si contano e non si pesano, che poi mi sembra essere quello che l’attuale dirigenza della banca milanese stia cercando di interpretare.
MERITOCRAZIA SOLO A PAROLE. Il capitalismo di relazione è però duro a morire caro signor presidente. Purtroppo fa parte del codice genetico degli italiani. La meritocrazia di cui molti parlano va bene nei convegni o per offrire una speranza (a mio avviso più virtuale che reale) alle nuove generazioni ma, come al solito, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Normalmente quando si incontra qualcuno la prima domanda è: «Conosci qualcuno a…», perché l’idea è che solo conoscendo la persona giusta al posto giusto un progetto (per quanto valido) possa andare avanti.
RESPONSABILITÀ DA CONDIVIDERE. Certo, Renzi ha ragione quando dice che l’Italia «ha un problema di classe dirigente, non solo di politica». Le responsabilità vanno quindi condivise. Sarebbe bello che tra la politica e il resto della classe dirigente potesse esistere una sana competizione basata sulla volontà di essere più credibile, di dimostrare con i fatti quello che si vorrebbe realizzare e non con parole, dichiarazioni o partecipando all’infinità di convegni che ogni giorno si svolgono in Italia senza che poi alla fine cambi niente o che, nella migliore delle ipotesi, i cambiamenti siano infinitesimali rispetto alle energie (almeno dialettiche) profuse.
È altresì chiaro che nelle generalizzazioni ci sia il rischio di penalizzare alcune nobili minoranze che, viceversa, hanno fatto del cambiamento una bandiera e oggi possono vantare una governance o più in generale un approccio in linea con i migliori standard internazionali.
PREMIATA L'APPARTENENZA ALLE 'ENCLAVI'. Se il capitalismo relazionale fosse morto sarebbe possibile leggere la storia di queste realtà sui giornali i quali dovrebbero offrirle come esempio virtuoso, ma basta acquistare i quotidiani nazionali, economici o meno, di questa mattina per verificare che non è così.
Viene ancora premiata l’appartenenza alla enclave di riferimento (anche se magari non si tratta più di un salotto unico). In definitiva, anche se si sta percependo qualche flebile segno di cambiamento, dire che il capitalismo relazionale è morto è una utopia. Forse avrà il raffreddore, ma non è neanche entrato in terapia intensiva.

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