Economia 21 Maggio Mag 2015 1135 21 maggio 2015

Fed, rinviato l'aumento dei tassi

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Janet Yellen L’economia americana cresce, ma ha subito una battuta d’arresto nei primi mesi del 2015, complice il freddo invernale. Tornerà a espandersi a passo rapido, ma per il momento non è ancora abbastanza solida da convincere la Federal Reserve ad aumentare il costo del denaro già a giugno, opzione che sul finire del 2014 raccoglieva parecchi consensi. Sono queste le indicazioni, più chiare del previsto, emerse dai verbali relativi alla riunione del Fomc, il comitato monetario della Banca centrale americana, del 28 e 29   aprile. Cosa ha spinto la Fed a una maggiore cautela? Innanzi tutto la necessità di vedere maggiori miglioramenti del mercato del lavoro, di avere più certezze sul fatto che l’inflazione tornerà progressivamente verso il target del 2% e di capire che impatto può avere il dollaro forte sull’economia. Ecco quattro cose da tenere presenti. I TASSI NON SALIRANNO A GIUGNO Durante la riunione del Fomc di aprile l’istituto guidato da Janet Yellen aveva lasciato aperta la possibilità di un rialzo dei tassi, fermi al minimo storico, in un range tra lo 0 e lo 0,25% da dicembre 2008, già a giugno. I mercati consideravano improbabile e impraticabile una tempistica di questo tipo, proprio a causa della serie di dati macroeconomici deludenti arrivati nei primi mesi dell’anno (si pensi ai numeri sul Pil, cresciuto solo dello 0,2% nel primo trimestre, e a quelli sull’industria e sulla fiducia di consumatori e aziende). Ora anche la Fed sembra allinearsi con questa visione: dai verbali emerge che solo pochi governatori si sono detti abbastanza fiduciosi da optare per una stretta nel meeting del 16-17 giugno, mentre molti hanno spiegato di non avere elementi sufficienti per sostenere un giro di vite. NO A INDICAZIONI PRECISE SULLA TEMPISTICA Se non giugno, allora quando? La Fed non sembra intenzionata a dare scadenze precise sulla tempistica. Come si legge nei verbali, i governatori hanno “discusso della possibilità di fornire indicazioni esplicite”, finendo però per optare per una frase generica che parla di “un probabile rialzo dei tassi nel breve termine”. Resta dunque valido quanto detto in passato: “la tempistica del primo rialzo sarà valutata in modo appropriato a ogni riunione e la decisione dipenderà dall’evoluzione delle condizioni economiche e dell’outlook”. Detto questo, gli analisti sono più propensi a ipotizzare delle date: un giro di vite sul costo del denaro appare probabile a settembre, ma non è del tutto da escludere il meeting di luglio. Se è vero che quest’ultimo, come da calendario, non sarà seguito da una conferenza stampa di Yellen, è altrettanto vero che il presidente della Fed potrebbe usare la sua testimonianza di metà anno al Congresso (prevista appunto a luglio) per spiegare le decisioni dell’istituto. ECONOMIA HA RALLENTATO, MA RECUPERERÀ A convincere la Fed ad andare più con i piedi di piombo è appunto l’andamento dell’economia, che “ha rallentato nei mesi invernali, in parte riflettendo fattori transitori”. Fattori passeggeri dunque, che non impediranno alla congiuntura americana di tornare a correre, ma che per il momento sono sufficienti a fare pensare che sia ancora necessaria la rete di sicurezza di una politica monetaria accomodante. Tanto più che il dollaro forte “probabilmente continuerà a essere un freno per le esportazioni nette e la crescita economica americane per un certo periodo”. Come è emerso dai verbali, alcuni governatori sembrano più preoccupati di altri per l’andamento del biglietto verde e prevedono “effetti negativi che potrebbero essere più duraturi di quanto anticipato”. PREOCCUPAZIONE PER LA REAZIONE DEI MERCATI Uno dei motivi di preoccupazione della Fed è la reazione dei mercati una volta che i tassi ricominceranno a salire. In particolare, “sono stati sottolineati i possibili rischi legati al basso livello dei rendimenti dei titoli di stato”. Quando il Fomc deciderà di iniziare a stringere le maglie della politica monetaria “esiste la possibilità che i premi possano balzare con forza, in un modo simile all’incremento osservato nella primavera ed estate del 2013”. In quell’occasione il mercato del reddito fisso è stato travolto dal panico per la possibile riduzione progressiva del piano di acquisti mensili di titoli di stato e bond ipotecari (il cosiddetto tapering è iniziato a dicembre 2013 e il programma di stimoli si è poi concluso a ottobre 2014). Il rischio è che ci sia “una volatilità nei prezzi dei bond superiore a quella vista in passato, alla luce del ruolo crescente del trading ad alta velocità (high frequency trading), del calo dei bond in mano ai broker-dealer e agli elevati asset nei fondi obbligazionari”. Timori simili erano già stati espressi dalla stessa Yellen quando, a inizio maggio, pur escludendo bolle, aveva detto che le valutazioni nell’azionario sono “abbastanza alte”.

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