Tito Boeri Presidente 150520173752
PREVIDENZA 21 Maggio Mag 2015 0800 21 maggio 2015

Pensioni, sul tavolo di Boeri il piano di tagli

Il presidente Inps lavora al ricalcolo degli assegni in essere. Possibili risparmi strutturali per 4,2 miliardi di euro. Nel mirino c'è il metodo retributivo.

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Tito Boeri, presidente dell'Inps.

«Non toccheremo i diritti acquisiti», promette appena può, Giuliano Poletti, ministro del Lavoro escluso dalla trattativa sulla mancata indicizzazione e al quale in maniera un po’ irrispettosa è stato intitolato il bonus di risarcimenti da 500 euro. Lo stesso Poletti, nelle ultime ore, ha ammesso che un'ipotesi del genere potrebbe essere applicata a chi anticipa l'uscita dal mondo del lavoro.
Il Partito democratico, non soltanto la minoranza, annuncia sfaceli se si toccheranno gli assegni in essere. Finora Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan hanno parlato soltanto di una maggiore flessibilità nell’età di ritiro e di una perequazione intorno all’inflazione che in futuro riguarderà soltanto i più poveri.
Eppure la grande tentazione - per risparmiare, per spalmare al meglio la spesa tra le voci del welfare, per non appesantire la condizione dei più giovani - è quella di tagliare le pensioni erogate ogni mese, ricalcolarle con il sistema contributivo, che a differenza del retributivo non computa gli assegni sull’ultimo stipendio ma li quantifica in base ai contributi effettivamente versati, come avviene in Italia dalla Dini in poi.
BOERI STUDIA LA CORREZIONE. Sta studiando una proposta - anche se il suo ruolo non è quello di fare la politica previdenziale - il presidente dell’Inps, Tito Boeri. L’ipotesi è stata lanciata in tempi non sospetti dall’ex commissario alla Spending review, Carlo Cottarelli, prima di essere rottamato dai renziani. Il suo successore - e grande consigliere di Renzi per le cose economiche - Yoram Gutgeld ha guardato con interesse alla cosa: i vecchi trattamenti erano «iniqui», ha detto prima di autosmentirsi.
A essere onesti, l’ultima sentenza della Corte Costituzionale che ha cassato la mancata indicizzazione per le pensioni basse, porterebbe in direzione opposta. Cioè a non toccare i diritti acquisti dei 10 milioni di pensionati.
L'UE CHIEDE ULTERIORI SFORZI. Ma a Bruxelles, dove la riforma Fornero con l’abolizione delle pensioni di anzianità resta un faro, temono che un Paese con scarsa crescita e “vecchio” come l’Italia finisca per non poter garantire a tutte le fasce d’età il welfare.
Anche perché la spesa per pensioni in Italia (nel 2014 a 254 miliardi di euro) è pari al 16,5% del Pil ed è cresciuta di 50 miliardi soltanto negli ultimi 10 anni.
Da qui la richiesta della Commissione di valutare una nuova correzione. Cosa che i partiti - di sinistra, di centro e di destra - si guarderebbero dal fare, se non fosse che l’Italia ha bisogno di un ulteriore sconto sull’allentamento del pareggio di bilancio (tra i 6 e i 7 miliardi) per rimettere in moto l’economia e finanziare le sue riforme.

Taglio delle pensioni in essere in nome della «equità generazionale»

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Così, nel segreto delle stanze, si discute su quello che fino a qualche settimana fa era impronunciabile: tagliare le pensioni in essere.
E poco importa che si farà in nome dell’equità generazionale.
Gioco forza il punto di partenza sarà la proposta che nel 2014 Boeri lanciò in un articolo scritto per la Voce.info con Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca: ricalcolare tutte le pensioni retributive in essere, evidenziare lo squilibrio di ciascuna rispetto al calcolo contributivo, e colpire gli assegni più alti.
RISPARMIO STRUTTURALE DI 4,2 MLD. Gli economisti avevano indicato un taglio del 20% dello “squilibrio” per le pensioni da 2 mila a 3 mila euro lordi al mese; del 30% per quelle tra 3 mila e 5 mila; del 50% per quelle sopra i 5 mila. Risultato? Un risparmio strutturale (altro che una tantum) da 4,2 miliardi di euro.
Al confronto, e su questo versante, Cottarelli si era mostrato meno spinto. L’attuale direttore esecutivo del Fondo monetario aveva calcolato che si potevano risparmiare 1,7 miliardi all’anno. Nel suo rapporto aveva indicato come strade possibili il taglio degli assegni di accompagnamento, la lotta agli abusi delle invalidità, l’aumento dell'età contributiva delle donne (passando da 41 a 42 anni senza vincolo di età anagrafica), un ulteriore blocco dell'indicizzazione degli assegni previdenziali e persino una stretta sulle pensioni di guerra e su quelle di reversibilità.
IL FARDELLO PUBBLICO. Una volta arrivato alla presidenza dell’Inps, Boeri ha iniziato l’operazione. Non manca giorno senza che dall’ente di via Ciro il Grande arrivino dati per dimostrare che razza di privilegiati sono i pensionati italiani.
I peggiori, poi, sono i dipendenti pubblici. In un continuo di lista di prescrizione l’ente ha fatto sapere che «il 96% dei ferrovieri prende più di quello che ha versato». Mentre lo Stato spende per gli assegni del pubblico impiego 65 miliardi, con il travet che incassa in media 1.772 euro al mese, circa il 72% in più rispetto all’assegno dei dipendenti privati. Dei poveracci al confronto con 1.026 euro.
La prossima mossa di Boeri sarà di presentare una proposta organica, che spazi dall’assegno sociale per gli esodandi, la maggiore flessibilità nell’età di ritiro e il ricalcolo con il sistema contributivo degli assegni in essere. Un pacchetto di proposte che Poletti ha già fatto capire di non gradire, visto che - eccezione fatta per la modifica dei diritti acquisiti - sta perseguendo gli stessi obiettivi.
«LA SFIDA? CONTRASTARE LA POVERTÀ». In quest’ottica il presidente dell’Inps ha plaudito al governo che ha lesinato le risorse destinate al rimborso dei pensionati per la mancata indicizzazione. Anche perché, ha spiegato in un’intervista alla Stampa, «la sfida principale per il Paese è quella di contrastare la povertà, che ci ritroviamo come eredità negativa della recessione, una povertà che è aumentata soprattutto nella fascia di età 55-65 anni, gente che il più delle volte non è ancora in pensione e che non ha più lavoro».
Di conseguenza, ha concluso Boeri, «se il governo avesse destinato 18 miliardi per restituire integralmente gli arretrati delle pensioni dopo la sentenza della Corte Costituzionale, sarebbe stato molto più difficile fare qualcosa contro la povertà».

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