Economia 22 Maggio Mag 2015 1111 22 maggio 2015

Usa, Obama mette il turbo al commercio

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Barak Obama Le discussioni dell’ultimo minuto sono state serrate, l’attività di lobby è stata frenetica, lo sforzo diplomatico di Barack Obama e dei suoi più fidati collaboratori è stato enorme. Ma alla fine, per la seconda volta in due settimane (la prima era stata in occasione di un voto procedurale), la legge che porta il nome di Trade Promotion Authority (Tpa) ha ricevuto un cruciale via libera al Senato americano. Il provvedimeno consente al presidente di velocizzare l’approvazione di alcuni trattatati commerciali: potrà sottoporre direttamente all’attenzione del Congresso accordi dettagliati, ma senza emendamenti, affinché siano approvati o respinti, in tempi brevissimi. Obama avrà dunque una “fast track”, corsia preferenziale, per fare procedere accordi cruciali per la sua agenda politica. Ecco cosa bisogna sapere. LA LEGGE PASSA ORA ALLA CAMERA La legge ha superato, con 62 voti favorevoli e 38 contrari, un fondamentale voto procedurale al Senato, a cui deve ora seguire il voto finale (è atteso nel corso del fine settimana, ma appare ormai una formalità, salvo eclatanti colpi di scena). Al testo potranno essere ancora apportate piccolissime modifiche, per esempio aggiungendo un emendamento che ha sostegno bipartisan contro la manipolazione delle valute. Poi il testo dovrà passare al vaglio della Camera, dove potrebbe andare incontro a nuovi ostacoli, ma che secondo gli esperti non dovrebbero fare saltare il tavolo. “È stato fatto un grande passo avanti, la legge è in linea con i più alti standard ambientali, sindacali e di mercato e offre un’ottima opportunità per il commercio”, ha detto Obama, spiegando che si tratta di un’intesa “buona per le aziende ma, cosa più importante, anche buona per i lavoratori americani”. DEMOCRATICI IN DISACCORDO CON IL PRESIDENTE Per l’approvazione del Tpa al Senato, Obama ha avuto l’appoggio di numerosi repubblicani, ma ha fatto fatica a trovare il consenso del suo partito. Alcuni democratici hanno per esempio cercato, senza successo, di legare la legge a un testo a sostegno della Export-Import Bank (l’istituto è in forte difficoltà e per alcuni dovrebbe essere chiuso, ma quella battaglia sarà ora combattuta separatamente). Per il presidente è cruciale riuscire a varare la legge, che è uno dei capisaldi della sua agenda economica e commerciale per il secondo mandato alla Casa Bianca. Obama, che non potrà ricandidarsi alle presidenziali del 2016, vuole comunque lasciare in eredità al democratico che cercherà di prendere il suo posto (verosimilmente, sarà Hillary Clinton a contendere allo sfidante repubblicano la presidenza americana) una serie di promesse mantenute e provvedimenti in grado di sostenere l’economia americana. SULLA CORSIA PREFERENZIALE IL TPP E IL TTIP Un effetto immediato dell’approvazione del Tpa sarà la velocizzazione di una serie di accordi commerciali attualmente in discussione al Congresso e bloccati dal muro contro muro tra democratici e repubblicani. Un esempio è quello stretto da Obama con dodici nazioni del Pacifico (il cosiddetto Trans-Pacific Partnership, Tpp) e quello con l’Unione europea (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Ttip). Un emendamento chiesto dalla democratica Elizabeth Warren dovrebbe eliminare da alcuni accordi, per esempio il Tpp, la possibilità delle multinazionali di contestare le leggi interne dei Paesi che possono danneggiare i loro investimenti. Accordi commerciali di questo tipo possono essere cruciali per la congiuntura americana: proprio il trade, infatti, in un contesto di dollaro forte, sta penalizzando l’economia. GLI ACCORDI NON PIACCIONO A TUTTI I contrasti al Congresso americano sul testo non devono stupire più di tanto: negli Stati Uniti e nel mondo il dibattito sui nuovi accordi commerciali è serrato e non a tutti piacciono. L’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, per esempio, in un recente editoriale sul britannico Guardian aveva espresso le proprie perplessità. “Questi trattati sono definiti accordi di libero scambio, ma in realtà sono accordi su un mercato controllato, costruiti sugli interessi delle aziende, soprattutto americane e europee. Non si tratta di una collaborazione alla pari, gli Stati Uniti di fatto detteranno i termini”, ha scritto, sottolineando che comunque nel corso degli anni i partner di Washington sono diventati sempre più decisi e attivi. E non è difficile capire perché. “Questi accordi vanno ben oltre il commercio, gli investimenti dei governi e le proprietà intellettuali, imponendo cambiamenti fondamentali alle strutture legali, giudiziarie e regolatorie dei Paesi”, ha detto.

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