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MUM AT WORK 23 Maggio Mag 2015 1338 23 maggio 2015

Mobbing e maternità, in Italia i casi aumentano

Isolate, costrette alle dimissioni o licenziate. In cinque anni casi in aumento del 30%.

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Una mamma fotografata da Sandi Ford.

«Mia madre mi dice di resistere, perché sono assunta a tempo indeterminato e perché prima o poi mio figlio sarà grande, e io resisto. Ma se prima di diventare mamma ero il punto diriferimento per il mio capo - una donna -, adesso non mi tiene più in considerazione comeprima. Gli altri colleghi ora mi isolano e non mi chiamano nemmeno per andare a prendere ilcaffé insieme».
Lucia - nome di fantasia - ha 35 anni e lavora da sei nella sede romana di una multinazionale americana.
IL BUIO DOPO LA MATERNITÀ. «Gli altri dipendenti - prima amici - da quando sono rientrata dopo la maternità, non mi passano nemmeno le consegne dei lavori, ed io che faccio ancora il part-time, non so cosa succede il pomeriggio, fino a che non leggo le email», si sfoga. E precisa: «Non l’ho mai chiamato mobbing, fino a oggi. Faccio fatica anche con me stessa a pensare che stia succedendo a me».
Ma effettivamente il “prima” e il “dopo” maternità sul lavoro sono due mondi contrapposti per Lucia. Mondi sperimentati e vissuti sulla pelle di mamme, professioniste, dipendenti e autonome. Mondi, nascosti, che stanno emergendo.
L’Osservatorio nazionale mobbing ha recentemente tirato fuori dei numeri da brivido: in cinque anni i casi avvenuti dopo una maternità in Italia sono aumentati del 30%, solo negli ultimi due sono state licenziate o costrette alle dimissioni 800 mila donne, 350 mila sono quelle discriminate per la maternità o per aver richiesto di conciliare lavoro e vita familiare, 4 su 10 le mamme costrette a dare le dimissioni per il “mobbing post partum”.
MILANO LA CITTÀ CON PIÙ CASI. Poche quelle che possono permettersi un’azione legale con un avvocato. E il “fenomeno” è omogeneo su tutto il territorio nazionale, ma si verifica più spesso nelle metropoli, Milano la prima della lista. C’è anche una campagna su Megashouts.org: #mobbingmaternita, che tutti possono firmare.
A Lettera43.it Antonio Vento, presidente dell’Osservatorio Mobbing della Sapienza di Roma, spiega che «alle aziende spesso non interessa il fattore umano e secondo alcuni al rientro al lavoro dopo una gravidanza una neo-mamma lavoratrice non renderebbe abbastanza perché troppo impegnata e credono, così, di mettere al primo posto l’azienda».
Ma questa è un errore grosso. Inserire, integrare, far lavorare le donne - anche dopo essere diventate mamme - nell’organico di un’azienda può fare la differenza tra successo e declino.
La presenza delle donne nei board e nelle posizioni decisionali migliora la redditività, la governance e diminuisce la corruzione.
Come abbiamo già raccontato in questa rubrica, il Pil italiano aumenterebbe del 3% se 1 milione di donne entrasse nel mondo del lavoro.
VALORIZZARE LE DONNE CONVIENE. E come ha evidenziato Maurizio Ferrera, il lavoro femminile, a partire dal 2000, ha contribuito alla crescita globale più dell'intera economia cinese.
Per crescere sarebbe sufficiente impiegare e valorizzare le donne. E le mamme.
Lo sottolineanto Daniela Del Boca, Letizia Mencarini e Silvia Pasqua, nel libro Valorizzare le donne conviene. Il lavoro femminile, infatti, secondo gli autori potrebbe «contribuire alla sostenibilità del sistema pensionistico, il loro lavoro farebbe crescere il reddito delle famiglie, aumenterebbe la domanda di servizi, quindi produrrebbe nuovi posti di lavoro e una nuova ricchezza diffusa, con il conseguente incremento della domanda di consumi. Un vero e proprio circolo virtuoso che porterebbe, si è calcolato, a una crescita del Prodotto interno lordo intorno al 9%, a parità delle altre condizioni».
Cosa stiamo aspettiando?

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