Economia 26 Maggio Mag 2015 2226 26 maggio 2015

Bankitalia promuove il Governo

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Ignazio Visco Neppure un mese e mezzo fa aveva consigliato a Matteo Renzi e a Pier Carlo Padoan di non inseguire il miraggio del tesoretto. Prima che l'Unione europea costringesse il premier a "rimborsare" i pensionati, Ignazio Visco aveva ricordato al governo che i soldi risparmiati sul pareggio di bilancio dovevano andare prima al consolidamento dei conti pubblici e poi al taglio delle tasse. Ma lo scontro tra il numero uno di Bankitalia e Palazzo Chigi aveva raggiunto picchi molto alti sulla riforma delle popolari (Visco voleva la trasformazione tout court anche delle piccole in Spa) e sulla creazione di una bad bank per assorbire i quasi duecento miliardi di sofferenze che bloccano il settore bancario. Senza dimenticare alcuni parlamentari renziani pronti persino a tagliare lo stipendio del governatore di Palazzo Koch. LA RIPRESA C’È Poi, nelle considerazione finali lette davanti al gotha dell'economia della politica il 26 maggio, l'apertura al renzismo che non ti aspetti. Nei saloni di via Nazionale i presenti sono rimasti un po' sorpresi quando Visco ha scandito: «Il 2014 è stato un anno di forti cambiamenti, in Europa per le decisioni di politica economica e monetaria, in Italia per l'accelerazione dello sforzo di riforma. È stato un anno di scelte impegnative i cui primi risultati, importanti ma fragili, vanno difesi con determinazione». E ancora: «La ripresa avviata nel nostro paese nel primo trimestre di quest'anno dovrebbe consolidarsi in quello in corso e nei prossimi». I renziani gongolano. «Il quadro che emerge dall'analisi di Bankitalia conferma l’opportunità delle scelte fiscali fatte dal Governo che cominciano con gli 80 euro a dieci milioni di italiani e continuano con il taglio dell'Irap e la decontribuzione per i neo assunti», commenta a caldo il responsabile economico del Partito democratico, Filippo Taddei. Ma a ben guardare si fa fatica a parlare di endorsement.

Mario Draghi ENDORSEMENT C’È, MA PER DRAGHI Se proprio deve ringraziare qualcuno, Ignazio Visco plaude a Mario Draghi e al suo Quantitative easing. «Gli acquisti», fa notare, «sospingono l’attività economica e l’inflazione attraverso più canali: comprimono i rendimenti dei titoli pubblici, con riflessi su altri segmenti del mercato finanziario e sulle condizioni di offerta del credito a famiglie e imprese; inducono un deprezzamento del cambio che a sua volta si riflette sull’inflazione importata e sulle esportazioni; innalzano il valore delle attività finanziarie e, per questa via, la capacità di spesa del settore privato; migliorano le aspettative di inflazione e la fiducia del pubblico». E ancora: «L’euro si è deprezzato di oltre il 10 per cento nei confronti del dollaro statunitense e del 6 in termini effettivi nominali. L’impulso si è trasmesso a segmenti di mercato non direttamente interessati dagli acquisti e alle condizioni di offerta del credito. Le aspettative di inflazione hanno mostrato un primo, ancorché contenuto, recupero». A drogare l'asfittica crescita italiana è stata la Bce, garantendo - con il suo sostegno al debito sovrano - maggiore liquidità per l'economia reale, la parità dollaro/euro che accelera le esportazioni e - tenendo a freno lo spread tra Bund e Btp - ha ridotto la spesa del governo per gli interessi da pagare ai nostri sottoscrittori. Sono condizioni impensabili soltanto un anno fa, ma potrebbero essere non sufficienti. TROPPE NUBI SUL FUTURO ITALIANO E qui inizia il cahier de doleances del governatore. Eccolo ricordare a Renzi e Padoan che «la politica monetaria, da sola non può garantire una crescita duratura ed elevata». Quindi consiglia loro di non fare troppo affidamento «a un ragionevole utilizzo dei margini di flessibilità esistenti», che va comunque bilanciato con «un’autonoma capacità di finanziamento e di spesa dell’area. Per un Paese come l'Italia, nel medio termine la creazione di nuovo reddito, nuova domanda e nuove opportunità di lavoro dovrà essere sostenuta da interventi e riforme volti, fin da ora, a innalzare la produttività e il potenziale di crescita. Il progresso tecnologico comporta una forte espansione delle attività che richiedono conoscenze elevate e nuove competenze ma determina una riduzione, potenzialmente assai estesa, delle possibilità di impiego nei settori più esposti all’automazione e all’affermazione dell’economia digitale».

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. LA LISTA DELLE VERE RIFORME Visco non ha citato il Jobs Act né le riforme giuridiche o quella della scuola. Ma ha detto invece che è «necessario investire in infrastrutture, istruzione e formazione, intervenire per accrescere l’efficienza del mercato del lavoro, contenere nella fase di transizione le ricadute sui singoli lavoratori». Il lavoro non si crea per legge, ma ampliando le risorse sul versante della R&S. Perché «il ritorno a una crescita stabile, tale da offrire nuove prospettive di lavoro, richiede che prosegua lo sforzo di innovazione necessario per adeguarsi alle nuove tecnologie e alla competizione a livello globale». L’AGENDA DEL GOVERNO Se le esportazioni continuano a salire, il sistema potrebbe vedere frenata l'internazionalizzazione perché l'impresa italiana è «caratterizzata da una scarsa propensione a innovare e da strutture organizzative e gestionali più tradizionali». Ma il governo deve anche impegnarsi a invertire una tendenza che vuole «imprese che non solo nascono mediamente più piccole, ma faticano anche a espandersi; in termini di occupati, anche quando hanno successo». Si legge allora la richiesta a Palazzo di nuove politiche di spesa per trasferire i fondi dal welfare più obsoleto a strumenti indispensabili per favorire l'innovazione, di incentivi e di una riforma fiscale destinati ad accelerare la produttività, di nuovi strumenti per liberare risorse oggi bloccate dalla burocrazia. Compresi quei quasi duecento miliardi di sofferenza nella pancia delle banche. MEZZOGIORNO A RISCHIO Altrimenti, avverte il governatore, si dovrà affrontare «il rischio, particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella stessa misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli». Questo perché «la crisi si è innestata su una grande trasformazione dettata dal progresso tecnologico e dalla crescita dell’integrazione tra le economie, con grandi paesi emergenti tra i protagonisti».Con il risultato che «la domanda di lavoro da parte delle imprese più innovative potrebbe non bastare a riassorbire la disoccupazione nel breve periodo». Visco, sostanzialmente, dice al governo che piccolo non è bello. Ed è in quest'ottica che Renzi - attraverso liberalizzazioni e incentivi alla capitalizzazione - deve muoversi. Da Palazzo Koch, non a caso fanno notare, che pur abbassando i toni dello scontro, il governatore si è allineato alla posizione di Mario Draghi e ha presentato una serie di riforme che vanno tutte nella stessa direzione: avvicinare l'Italia all'Europa.

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