Grecia 150529175403
INTERVISTA 31 Maggio Mag 2015 0900 31 maggio 2015

Erik Jones: «Crisi in Grecia? La colpa vera è dei mercati»

Altro che Atene inefficiente. Fatale è la pressione delle Borse. E il cieco rigore. «Serve un'unione bancaria europea», dice l'economista Jones: «O l'Ue scompare».

  • ...

Una vera e funzionale unione bancaria.
E un’integrazione fiscale nel Vecchio continente.
Poi Grecia, Ucraina e immigrazione. Ne ha parlato con Lettera43.it Erik Jones, direttore di Studi europei e euroasiatici, professore di Economia politica internazionale, nonché direttore dell’Institute for Policy Research presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies (Sais) di Bologna, succursale della Sais di Washington, creata negli Anni 50.
UNIONE EUROPEA A RISCHIO. Americano, da 13 anni in Italia, Jones punta il dito contro le eccessive aspettative create storicamente dall'Unione europea. E che ora rischia la dissolvenza.

L'economista americano Erik Jones.  

DOMANDA. Cosa pensa dell’aspetto politico dell'impasse greca e di Syriza, in un contesto dominato dalla Germania?
RISPOSTA. Non mi piace la posizione tedesca. La loro influenza durante tutto il dibattito mi preoccupa.
D. Quindi è più vicino alle posizioni di Varoufakis?
R. Sì, nel senso che sono d’accordo con un pagamento dei debiti senza per questo adottare misure di austerità. Mi pare razionale come approccio. Ma Varoufakis non è tutta Syriza.
D. Quali idee dentro Syriza non la convincono?
R. Quella più radicale secondo cui la Grecia, per esprimere la propria sovranità, dovrebbe uscire dall’euro.
D. Sia Tsipras sia Varoufakis insistono nella loro volontà di rimanere nella moneta unica.
R. Ma la minoranza radicale è pronta a rinnegare quell’impegno.
D. I precedenti governi greci hanno firmato i due memorandum che hanno provocato la crisi umanitaria nel Paese. Cosa ne pensa?
R. Il vero problema non è stata la cattiva condizione fiscale. Ma la pressione internazionale dei mercati. L’Italia, che ha una politica fiscale molto più efficiente, potrebbe avere lo stesso problema.
D. Come si comportarono le Borse?
R. Per molti anni gli investitori stranieri erano più che contenti di comprare buoni del Tesoro greci, anche grazie agli ottimi tassi d’interesse, ma poi s’innervosirono.
D. Cosa accadde?
R. Con l’arrivo di Schäuble come ministro delle finanze tedesco, che non voleva garantire il debito sovrano greco, la situazione si deteriorò. Lo stesso meccanismo che portò alla caduta di Silvio Berlusconi.
D. Cioè?
R. La colpa era più della pressione internazionale che della performance del governo in sé.
D. Grecia, referendum britannico, Duda in Polonia. Come vede questo pericolo di lenta dissoluzione?
R. Il processo d’integrazione europeo è sempre stato molto complicato. La gestione delle aspettative è stato terribile. La Commissione Europea è così riuscita a farsi una pessima reputazione.
D. Per esempio?
R. Nel gennaio del 1996 Lamberto Dini (allora presidente del Consiglio italiano, ndr) si presentò al parlamento europeo dicendo: «Dobbiamo convincere la gente che occupazione e unione monetaria sono la stessa cosa».
D. Non è stato così?
R. Non ho incontrato un solo economista negli Anni 90 per il quale l’unione monetaria implicasse migliori prospettive d’impiego. E nei fatti quell’equazione si è rivelata assolutamente falsa.
D. C’è un problema di comunicazione?
R. Sì. Non dobbiamo meravigliarci poi se c’è euroscetticismo, qualsiasi sia la sua forma.
D. Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman è sempre molto critico della politica di austerità. Qual è il suo pensiero?
R. Sono d'accordo con Krugman, ma l’austerità di per sé non è la causa dei problemi. L’errore di fondo è la mancanza di integrazione fiscale.
D. Nel suo Paese se la Louisiana s’indebolisce finanziariamente a causa dell’uragano Katrina, per esempio, i cittadini del Massachusetts o dell’Alaska non si lamentano se lo Stato federale va in soccorso.
R. Purtroppo questo non è un buon esempio. In Louisiana lo stato federale è arrivato tardi e non ha gestito bene la ripresa dell’economia locale. Dov’è allora, nei fatti, la tanto decantata solidarietà nel sistema Stati Uniti?
D. Cosa non funziona?
R. Gli stati più poveri prendono di meno, perché l’aiuto si basa sul gettito fiscale. Quelli che pagano meno prendono di meno.
D. Paragoni con l’Europa?
R. In Europa ogni Paese rimane sovrano del proprio debito e si vedono le conseguenze. D’altra parte se il governo greco va in default, tutte le banche private greche andrebbero in fallimento. E questo non è accettabile.
D. Europa del Nord virtuosa ed Europa del Sud meno virtuosa?
R. Questo è un pregiudizio: Cipro, nel Sud, negli ultimi due anni è uscita dal controllo del capitale, mentre l’Islanda rimane tuttora sotto controllo.
D. Quale sarebbe un’Europa ideale nella sua visione?
R. Innanzitutto bisognerebbe introdurre degli Eurobond, degli asset senza rischio in tutto il continente. E questo è legato alla nascita di una forte unione bancaria che risolva tanti problemi.
D. Questo cambiamento strutturale dovrebbe essere accompagnato da una politica keynesiana?
R. Certamente l’insistenza in una politica anti-keynesiana non porta buoni frutti. Come l’Inghilterra: da un punto di vista macroeconomico e della crescita di produttività è un disastro. Che tipo di Paese si lascia per le generazioni a venire?
D. In Italia si parla molto del bisogno di investire di più nella ricerca e nello sviluppo.
R. Assolutamente sì: lo Stato deve intervenire pesantemente in questo. Ma attenzione: l’Italia non è la sola con questo problema.
D. Chi altro è coinvolto?
R. Anche in Germania lo Stato è recalcitrante nell’investire in questo campo. Potrebbe tranquillamente fare prestiti avendo un tasso d’interesse negativo, ma non lo fa. Lo stato delle infrastrutture è molto peggiore di quel che pensiamo. È una follia.
D. E l'Ucraina? Cosa ne pensa del tentativo da parte della Nato di spingersi in una zona geopoliticamente e tradizionalmente sotto l’influenza russa?
R. Qualsiasi progetto d’integrazione dell’Ucraina nella Nato non è realistico, anche perché dal punto di vista della sicurezza l’Ucraina di per se non ha molto da offrire.
D. Come valuta le nuove iniziative da parte dell’Ue verso il problema dell’immigrazione?
R. Il passaggio da Mare Nostrum a Triton è un classico esempio di come l'Ue invece di migliorare le cose le peggiora, se non altro dal mero punto di vista di ritorno sugli investimenti. E attaccare le barche non risolve certamente la situazione.
D. L’Occidente dovrebbe prendersi le sue responsabilità?
R. Non vedo nessuna strategia operativa per risolvere la problematica degli “Stati falliti” come Somalia e Libia: si è lasciato semplicemente che la situazione degenerasse.
D. E per l’Africa sub-sahariana?
R. Ci troviamo di fronte a un modello di sviluppo a sua volta fallito. D’altra parte bisogna tener conto che nel breve termine un maggiore sviluppo porterebbe a maggiore emigrazione.
D. Cosa serve?
R. L’Europa deve capire che il problema dell’immigrazione non può scomparire rapidamente e quindi adottare un’adeguata politica di accoglienza.
D. Gli Stati Uniti dovrebbero accettare fino in fondo il fatto che viviamo in un mondo multipolare?
R. Lo stanno già facendo, in parte, ma bisogna anche tener conto del comportamento di altre potenze in questa situazione multipolare.
D. Per esempio?
R. La Cina. In Africa adotta politiche d’investimento volte più all’acquisto di risorse per l’economia domestica che allo sviluppo dei Paesi stessi, fermo restando che il grosso delle responsabilità cade nelle mani delle potenze neo-coloniali.
D. Intanto l’Europa, come entità, non è ancora né carne né pesce.
R. Ahimè, no.

Correlati

Potresti esserti perso