Economia 10 Giugno Giu 2015 0908 10 giugno 2015

Boeri: no alla staffetta generazionale

  • ...

Tito Boeri Torna in auge l'ipotesi di staffetta generazionale il dibattito sulla riforma delle pensioni che il Governo dovrebbe mettere in campo con la prossima legge di stabilità. Il presidente Inps, Tito Boeri ha bocciato l'ipotesi (avanzata anche dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti nei giorni scorsi) spiegando che un provvedimento di questo tipo a livello nazionale sarebbe troppo costoso e provocherebbe 'distorsioni'. Incontrando però la secca risposta del segretario della Cgil, Susanna Camusso: "è utile smettere di fare, da parte di molti, gli inventori quotidiani di proposte che diventano un modo di non discutere nella sostanza del sistema pensionistico che, così com'è, non regge", aggiungendo di apprezzare "molto che il presidente dell'Inps continui ad avere tante buone idee e spesso anche pessime". La 'staffetta', ovvero la possibilità per un lavoratore anziano di passare a part time a fronte dell'assunzione di un giovane al momento esiste in provincia di Trento (secondo quanto si legge sul sito dell'Agenzia del lavoro di Trento) con un contributo da parte della provincia di un massimo di 7.000 euro annui (con un limite di 36 mesi) per il pagamento dei contributi per le ore di lavoro in meno che il lavoratore in part time fa (in modo che non si riduca la pensione futura). Un sistema che se applicato a livello nazionale, quindi, potrebbe costare a spanne un massimo di 2,1 miliardi in caso di 100.000 adesioni al progetto. «Non ho nulla in contrario - ha detto Boeri - al principio della staffetta se gestito a livello di contratto aziendale o di settore e se ben studiato e congegnato. Se fatta per legge può essere molto costosa e distorsiva. Non facciamola mai a livello nazionale per legge». Infatti, ha spiegato, «lascerebbe una eredità molto pesante» per i costi che genererebbe. Le ipotesi di riforma della legge Fornero per rendere più flessibile l'uscita dal lavoro restano tutte sul campo anche se sarà difficile trovare una strada che non sia troppo costosa per lo Stato o in alternativa talmente penalizzante sul fronte dell'assegno per le persone che vogliono andare in pensione da essere inutilizzata. Qualsiasi ipotesi comunque immagina soglie non inferiori ai 62 anni. Ecco in sintesi le principali:  ESTENDERE OPZIONE DONNA CON CALCOLO CONTRIBUTIVO A TUTTI INNALZANDO L'ETA' MINIMA: fino alla fine del 2015 le donne che hanno 57 anni di età e 35 di contributi possono scegliere di andare in pensione calcolando pero' il proprio assegno sui contributi versati e non sulle ultime retribuzioni come prevede il metodo retributivo (al requisito aumentato di tre mesi per la speranza di vita si aggiunge anche un anno di finestra mobile). E' realistico che si preveda un'opzione sulla base di un'età minima di accesso più alta. Quando partì l'opzione donna a 57 anni, infatti, le donne andavano a riposo per vecchiaia a 60 anni. La nuova opzione potrebbe partire dai 62 anni dato che dall'anno prossimo le donne andranno in pensione di vecchiaia a 65 anni e 7 mesi. L'opzione si risolveva in una riduzione dell'importo dell'assegno del 25-30% e quindi ha avuto un numero limitato di adesioni (circa 25.000 dal 2009). Il percorso è particolarmente penalizzante anche perché le aliquote contributive prima del 1995 (che sarebbero utilizzate per il ricalcolo) erano molto più basse dell'attuale. PROPOSTA LEGGE DAMIANO-BARETTA, PENALIZZAZIONE PER USCITA ANTICIPATA 2% ANNO: Con questa proposta, molto costosa e quindi difficilmente attuabile, si dovrebbe poter uscire dal lavoro tra i 62 e i 70 anni anche per chi ha il calcolo retributivo con penalizzazioni del 2% l'anno tra i 62 e i 66. Sono necessari 35 anni di contributi ed aver maturato un trattamento pari ad almeno 1,5 volte la pensione minima (al momento quindi circa 750 euro). L'ipotesi potrebbe essere percorribile se le penalizzazioni ora indicate divenissero progressive (2% per un anno di anticipo, 5% per due anni, 9% per tre anni, 13%-15% per 4 anni). PRESTITO PREVIDENZIALE: la cosiddetta proposta Giovannini prevede per le persone che perdono o rischiano di perdere il lavoro una sorta di prestito erogato per un massimo di 2-3 anni fino al raggiungimento dell'età anagrafica necessaria alla pensione di vecchiaia da restituire al momento dell'arrivo della pensione con piccoli importi. Questa ipotesi potrebbe essere considerata in aggiunta a una sulle penalizzazioni sull'assegno. QUOTA 100: anche il recupero delle vecchie quote (in questo caso più alte di quelle previste nella riforma Damiano del 2007 e abrogate dalla Fornero) sembra di difficile attuazione perché molto costosa. Prevedrebbe l'uscita anticipata rispetto all'età di vecchiaia a partire dai 62 anni di età anagrafica (con 38 di contributi) o con 35 anni di contributi e almeno 65 di età. Poiché dal 2016 saranno necessari 42 anni e 10 mesi per uscire prima dell'età di vecchiaia i requisiti attuali sono molto più stringenti delle quote.

Correlati

Potresti esserti perso