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FACCIAMOCI SENTIRE 22 Giugno Giu 2015 1159 22 giugno 2015

Basta egoismi, non è così che usciremo dalla palude

In un mondo tanto volatile serve speranza. Oltre a una presa di coscienza collettiva. La classe dirigente metta il Paese in cima alle priorità.

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Il terzo millennio è iniziato sotto il segno della volatilità.
Tutto cambia molto più rapidamente rispetto al secolo precedente e questo sia in senso positivo che negativo. Si potrebbe dire che storicamente è sempre stato così, ma il contributo della tecnologia e della diffusione dei media sembra aver dato ai cambiamenti, a giudicare da quanto sta avvenendo in questi primi 15 anni del 21esimo secolo, una fortissima accelerazione.
Credo sia possibile percepirlo nella nostra vita di tutti i giorni. Le borse salgono e scendono rapidamente senza apparenti motivi validi o comunque eventi che giustifichino oscillazioni nelle quotazioni spesso importanti.
QUANTE PAROLE SULLA CRISI. Molti economisti (alcuni dei quali fanno fatica ad azzeccarne una giusta) ci fanno entrare e uscire dalla crisi quasi settimanalmente per l’interpretazione che danno a variazioni, spesso infinitesimali, di quelli che vengono ritenuti indicatori chiave (Pil, tasso di disoccupazione, costo del petrolio, rapporti di cambio tra diverse monete, eccetera).
I dati diffusi dall’Istat alcune settimane fa lasciavano sperare che la recessione stesse finendo. Tutto vero? Oppure si tratta ancora una volta di una tendenza che potrebbe essere corretta in fretta?
Tutti convinti che la svalutazione dell’euro, il calo del prezzo del greggio e la massiccia dose di liquidità decisa dalla Bce siano sufficienti a rimettere tutte le cose a posto nel nostro Paese? Occorre ricordare che tali positivi parametri riguardano tutti i Paesi nostri concorrenti.
I MALI ENDEMICI DELL'ITALIA. A fronte quindi di un contesto più favorevole per tutti l’Italia dovrà continuare a fare i conti con i suoi mali endemici che altri non hanno o che hanno in misura inferiore alla nostra: il tasso di disoccupazione, il debito pubblico, il funzionamento della pubblica amministrazione, quello del sistema giudiziario, l’elevato livello di pressione fiscale (per chi le tasse le paga realmente), senza trascurare (come purtroppo spesso avviene) l’inadeguatezza del nostro sistema infrastrutturale fatto di aeroporti, autostrade, porti, banda larga, eccetera.
Tutti elementi che contribuiscono a fare (e in alcuni casi allargare) la differenza con i nostri diretti concorrenti internazionali.

Per uscire dalla palude serve una presa di coscienza collettiva

L’attuale sforzo necessario per la gestione dell’emergenza legata ai flussi migratori susseguente ai drammatici problemi di molti Paesi del cosiddetto Terzo Mondo certamente complica una situazione per se stessa già molto difficile.
Per affrontare tutti questi temi, che naturalmente ci trasciniamo da anni, occorrerebbe non solo un sistema politico stabile e adeguato ma anche una presa di coscienza collettiva dove ognuno faccia la sua parte a tutti i livelli.
La volatilità, invece, in Italia riguarda in modo particolare il quadro politico di riferimento. Siamo passati in pochi mesi da una eccitazione collettiva coincisa con l’arrivo di Renzi al governo a una depressione collettiva dopo il risultato delle recenti elezioni amministrative in sette regioni italiane e qualche decina di comuni considerando almeno quelli di un certo peso.
OCCORRE UN SISTEMA COMPETITIVO. E siamo di nuovo al «tutto sbagliato, tutto da rifare».
Così il tempo passa e i problemi si trascinano, aggravandosi. Comunque la si pensi sono le imprese che creano lavoro. Ma non ci può essere impresa senza investimenti, ricerca, innovazione di prodotto e di processo.
Gli investitori mettono però i loro soldi in sistemi che ritengono possano essere competitivi. E noi garantiamo cosi la competitività del nostro Paese? È così che pensiamo di garantire il futuro delle nuove generazioni e acquisire (conservandolo) quello spazio economico, sociale e culturale che dovrebbe competere al nostro Paese?
LA CLASSE DIRIGENTE SIA RESPONSABILE. Non possiamo mollare adesso. Come dobbiamo mettere da parte facili entusiasmi che per definizione hanno vita breve, dobbiamo abbandonare sfiducia, pessimismo cronico e litigiosità politica da cortile.
La competizione deve essere orientata a chi fa meglio le cose, non a chi va a raccontarle meglio in televisione magari senza alcuna credibilità. Ciascun rappresentante della classe dirigente di questo Paese deve avere la consapevolezza della propria responsabilità e del proprio ruolo di influenzatore della comunità in cui opera, e quindi deve assumere come priorità i superiori interessi del Paese, all’interno dei quali è legittimo che curi al meglio i suoi. Ma esattamente in questo ordine.
RITROVIAMO LA VOGLIA DI FUTURO. La persona deve ritrovare la sua centralità, ma anche a livello individuale ognuno si assuma le proprie responsabilità. Dobbiamo anche rispettarci tra di noi se vogliamo essere rispettati dal “potere”. Chi lavora a contatto con il pubblico (poco importa se in una organizzazione statale o privata) ha la possibilità quotidianamente di dare il proprio contributo al miglioramento della qualità della vita di ognuno di noi.
Agendo con cortesia, professionalità sfidando se stesso sulla propria bravura a soddisfare “il cliente”.
Dobbiamo crederci tutti insieme. Non è detto che ce la faremo, ma se abbiamo ancora una possibilità potremo giocarcela solo se speranza e voglia di futuro non vengono meno.

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