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SCENARI 22 Giugno Giu 2015 1740 22 giugno 2015

Grecia, il rischio emulazione del debito ristrutturato

Tsipras salvo? Pure Roma può bussare all'Ue. E ridurre il buco di 2 mila miliardi. Un effetto a catena che coinvolge Portogallo, Irlanda e Cipro. Ma Bruxelles frena.

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Dopo la Grecia c’è l’Italia.
Se Atene sprofonda nel fallimento ed esce dalla moneta unica, la speculazione può iniziare a interessarsi di Roma.
Se gli ellenici dovessere ottenere una riduzione del loro debito - circa 330 miliardi di euro quasi interamente detenuti da Banca centrale europea (Bce) e Fondo monetario internazionale (Fmi) -, pure il nostro Paese potrebbe chiedere di ristrutturare il suo debito pubblico monstre (2.194 miliardi).
Ed è anche per questo che a Bruxelles, a Berlino o a Washington (lato del Fondo monetario) trattano la questione ellenica con molta circospezione.
Mentre Borse, istituzioni e rumor del 22 giugno spingono tutti nella stessa direzione: quella di un accordo possibile.
IN TANTI PRO-GREXIT. Sono due i 'non detto' nella questione greca. All’interno della Commissione europea così come in Germania si amplia il fronte di chi auspica un’uscita della Grecia dall’euro.
Anche nella speranza che l’ondata di turbolenze seguita a un default ellenico spinga a miti consigli i fautori del laissez faire e tolga argomenti agli euroscettici.
Intanto i banchieri di tutto il Vecchio Continente lavorano nella stessa direzione di Yanis Varoufakis e - anche se non lo dicono - studiano una maxi ristrutturazione del debito europeo.
SALVATAGGIO PER TUTTI. Se si salva la Grecia - inutile dirlo - si va verso quella direzione.
E il primo a saperlo è proprio Alexis Tsipras, che ha capito come fare pressioni sugli alleati.
«Il problema del nostro debito», ripeteva il premier greco da Mosca, «non è solo un problema della Grecia, ma è un problema di tutta l'Europa. Per questo la Ue deve tornare ai suoi principi originari di solidarietà e giustizia sociale».
Tra i quali ce ne sono a sufficienza per giustificare quell’unificazione del debito che la Germania ha sempre respinto.
UN INTERVENTO SOFT? Prima che saltasse il tavolo delle trattative al Brussels group, il fronte dei creditori aveva proposto ad Atene un intervento soft, che per bocca di Varoufakis aveva chiesto un nuovo haircut come quello del 2011: un calcolo degli interessi soltanto in base alla crescita del Pil e un trasferimento dei titoli dalla Bce alla Banca europea per gli investimenti (Bei).

Il debito? Non è il problema principale dei greci

Per la cronaca, tra il crollo del gettito e un’economia troppo schiacciata sul turismo, i noli e il cemento, non è certamente il debito il principale problema dei greci.
Il grosso delle scadenze non può essere rimborsato prima del 2020. Ad Atene poi le istituzioni europee hanno concesso nel novembre del 2014 di pagare interessi risibili (del’1,35%) nonostante stiamo parlando di un Paese sull’orlo del fallimento.
LA 'TRIPLA A' DICE NO. Partendo da tutto questo gli sherpa europei hanno proposto alla controparte di limare anche di più le cedole e di allungare i termini per la restituzione dei prestiti.
Ma l’ipotesi è caduta proprio per il 'no' arrivato da quello che rimane il club della tripla A: i virtuosi Germania, Olanda, Finlandia, Estonia.
PRESSIONI SU DRAGHI. Contemporaneamente i governi di tutta Europa stanno emettendo titoli con scadenze a più anni: 15, 30, 50 anni... E hanno fatto non poche pressioni perché, con il suo Quantitative easing (Qe), Mario Draghi si rivolgesse soprattutto al mercato dei cosiddetti Matuzalem bond.
Non molto, quindi. Ma i banchieri hanno progetti più ambiziosi e guardano al modello argentino.
Anche perché l’euro è schiacciato da un mare di debito.
DEBITO UE AL 92,6% DEL PIL. Il continuo ricorso a fondi pubblici per rimettere in sesto l’economia ha portato il debito dell’Eurozona - come ha calcolato Eurostar - al 92,6% del Pil, in crescita di due punti all’anno nell’era della crisi.
E subito dopo la Grecia con il suo 175% nel rapporto debito/Pil c’è l’Italia, saldamente seconda con il 132,6%.
Non vanno meglio le cose in Portogallo (129%), Irlanda (123,7%), Cipro (111,7%) e Belgio (101,5%).
Le spese pubbliche nella zona euro hanno rappresentato nel 2013 il 49,8% del Pil e i ricavi il 46,8%, mentre nell’Ue a 28 Paesi le quote sono rispettivamente ammontate al 49,1% e al 45,7% del Pil.
In entrambi i casi, rispetto all’anno precedente è diminuita la spesa e sono saliti i ricavi.
LA GERMANIA SOTTO L'80%. Nonostante la crescita costante e le rendite dei suoi titoli negativi, la Germania vede il suo debito pubblico di poco sotto l’80%.
In teoria si potrebbe tornare a crescere, investire sull’innovazione o accelerare l’inflazione per alleggerire il peso dei rendimenti sulle finanze pubbliche.
BERLINO ANTI-EUROBOND. Ma siccome la recessione è ancora un ricordo troppo vicino, la soluzione più semplice per frenare la pressione dei mercati e la spesa per interessi (che toglie soldi al welfare e all’innovazione) sarebbe quella di portare tutte le emissioni sotto un unico cappello.
Berlino - che vuole continuare a rifinanziarsi a zero - impedisce la nascita degli eurobond.

Lo scenario: maxi sconto come quello del 1953 alla Germania

La banca centrale delle banche centrali, la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) di Basilea, nei mesi scorsi ha calcolato che nei Paesi del G20 lo stock di debito supera i 40 trilioni di dollari.
E per tamponarlo preme sui governo per frenare le politiche fiscali restrittive e quelle di leverage e ha inserito tra gli scenari quello di una maxi Conferenza come quello del 1953 di Londra, che cancellò la metà del debito della Germania uscita distrutta dalla Guerra, riscadenzò a 30 anni il resto con un abbuono di 5 anni sul pagamento delle quote capitale.
IDEA ALLEGGERIMENTO. Kenneth Rogoff, quando era capo economista del Fondo monetario internazionale, parlò apertamente di «riscadenzamento» nella restituzione dei prestiti, l’introduzione di tassazione della ricchezza e aprì a un possibile «alleggerimento del debito accumulato» per i Paesi più deboli dell’Eurozona.
Anche per questo ha dovuto lasciare il suo incarico.
«L'ACCORDO SIA POLITICO». Ma nelle ultime settimane i funzionari dell’organismo di Washington al Brussels group hanno abbandonato il tavolo delle trattative chiedendo ai loro colleghi della Ue e della Bce di guardare in faccia alla realtà e risolvere la crisi greca nell’unico modo possibile: con un accordo politico e accollandosi il peso della ristrutturazione ellenica.
Secondo il Fondo monetario l’alto debito pubblico congela gli effetti dei processi di ristrutturazione.
Nella stessa ottica la Banca centrale canadese e quella Banca d’Inghilterra, in uno studio congiunto, proposero l’introduzione delle cosiddette obbligazioni ”Coco” che permettono all’emittente di sospendere momentaneamente i pagamenti in caso di crisi finanziaria.
IN ITALIA TEMA TOP SECRET. E in Italia? Nel Paese dove il debito pubblico è destinato a crescere fino al 2016, del tema se ne parla eccome.
Anche se lo si fa nelle segrete stanze (dei bottoni) delle banche o in riservatissimi seminari.
Proprio dal versante del credito (che controlla il 70% del nostro debito) si fanno pressioni su fronti: si preme perché buona parte di quei titoli vengano acquistati in fase di emissione dal Fondo salva-Stati (Esm) oppure si vagheggia l’emissione di titoli da soggetti controllati dal Tesoro, ma di diritto privato e fuori dal perimetro del debito pubblico.
PER IL TESORO È UN TABÙ. Il tema è - almeno ufficialmente - tabù al ministero del Tesoro.
Dove c’è la paura che un’Italia che segue tentazioni argentine perda quel po’ di credibilità riconquistata grazie a manovre di bilancio superiori ai 200 miliardi.
Ne sa qualcosa Letizia Reichlin, economista italiana con un passato in Bce.
PADOAN: «PERICOLOSO». Quando nel novembre 2014 scrisse sul Corriere della sera che l’Italia «avrebbe dovuto proporre a Bruxelles un meccanismo di risoluzione a livello federale che renda legittima la ristrutturazione», si vide recapitare - sempre a mezzo Corriere - una replica molto dura da parte del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
Il quale parlò di «proposta del tutto fuori luogo, impraticabile e soprattutto pericolosa». In perfetta linea con quello che pensano a Bruxelles. Anche a costo di far fallire la Grecia.

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