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BASSA MAREA 23 Giugno Giu 2015 1309 23 giugno 2015

Sprechi pubblici letali: l'Italia impari la lezione greca

Roma non è così diversa da Atene. Per restare a galla è necessario limitare la spesa.

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Forse la Grecia resta nell’euro e senza default, riceverà cioè dai partner nuovi prestiti per pagare i debiti in scadenza.
Si eviterebbe, per l’Europa, il salto nel buio dell’uscita da una moneta unica considerata irreversibile, il forte timore di mesi di turbolenza sui mercati, la preoccupazione di attacchi speculativi ad altri Paesi dell’Eurozona, il “fronte Sud” naturalmente, Italia in prima linea e Francia compresa.
E si preparerebbe un quadro migliore per quando, nell’ottobre 2016 sembra, la Gran Bretagna andrà al referendum sul restare o meno nella Ue.
La vittoria degli anti-Europa non è scontata ma è evidente che l’uscita dall’euro anche di una piccola nazione come la Grecia, 11 milioni di abitanti il 2% del Pil dell’Eurozona e il 3% degli euro circolanti, potrebbe dare fiato all’antico ormai ritornello britannico di un’Europa continentale “statalista” che affonda. E di un euro – metà degli inglesi lo dicono da prima del 1999 – che annega.
Quindi, se l’ottimismo (cauto) viene confermato nelle prossime ore, questi sommariamente alcuni dei vantaggi per noi.
TSIPRAS DOVRÀ AFFRONTARE MALUMORI INTERNI. Per gli amici greci è più complicato. Alexis Tsipras avrà subito, probabilmente, grossi problemi all’interno di Syriza perché il suo partito vede per almeno un quarto componenti che in Italia verrebbero considerate alla sinistra del semi defunto Sel di Nichi Vendola e hanno in Che Guevara una icona anticapitalista.
E per loro l’eventuale (non ancora certa, ricordiamolo) intesa a livello europeo sulla base dello scambio di nuovi crediti contro nuova austerità sarebbe un’ennesima resa al capitalismo affamatore. Sull’alternativa poco si soffermano, e subiscono comunque il fascino della “rottura” con la Bruxelles e la Francoforte buro-capitaliste. E poi?
Tsipras ha dovuto scegliere tra l’avere guai seri subito nel suo partito o averli, ben peggiori, quando fra sei mesi una Grecia fuori dall’euro e con la moneta nazionale rapidamente in frantumi non avrebbe avuto nemmeno i soldi per pagarsi il gasolio invernale.
IL DEBITO GRECO DIVENTA DEBITO EUROPEO. Qualcosa Putin avrebbe potuto regalare, ma non certo farsi carico di una ordinata liquidazione degli oltre 300 miliardi del debito greco, risultato di un indebitamento pari a 1,7 volte il Pil, una follia compiuta dai greci che hanno, si fa per dire, banchettato a credito per anni, e una follia per chi glieli ha prestati, a suo tempo in prima linea banche tedesche e francesi.
Ora è diventato in gran parte debito delle istituzioni europee e dei partner. Quindi, affari nostri.
I poco più di 7 miliardi che verranno scongelati se ci sarà un’intesa a ore o a giorni serviranno per pagare scadenze immediate a Fmi e Bce. Nell’insieme poi la massa del debito verrà ulteriormente diluita con interessi più bassi e pagamenti più lunghi.

L'Italia non rivedrà tutti i 50 miliardi

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

E già è stata di fatto in questo modo ampiamente ridotta negli anni scorsi; la Bce tratta su alcune voci la Grecia a tassi da Paese da Tripla A, cioè di massima affidabilità, e questo è un gran regalo.
È destino storico infatti che i debiti sovrani esteri, quando raggiungono certi livelli e se si vuole mantenere il debitore nel novero delle nazioni civili, di fatto vengano in parte condonati.
Gli svantaggi per tutti di un vero default su tutta la linea sarebbero maggiori infatti delle perdite finanziarie. Comunque, i circa 50 miliardi che l’Italia ha in gioco con Atene, fra esposizione diretta e indiretta, difficilmente rientreranno tutti. Anche se nessuno ora lo dice.
Riuscirà la Grecia a tenere fede agli impegni che sottoscriverà con i partner in cambio degli attesi 7 miliardi e di altri che verranno, visto che almeno per ora le scadenze saranno affrontabili solo con nuovi crediti? Non si può che augurarselo.
USO TROPPO DISINVOLTO DELLA SPESA PUBBLICA. Questa lunga storia greca, vecchia ormai di cinque anni da quando fu lanciato il primo allarme sul debito monstre, per l’Italia ha un insegnamento. Anche se i due Paesi sono assai più simili per clima e mare che non per economia. Basti pensare che la Grecia ha all’anno un saldo attivo con l’estero, beni e servizi, pari più o meno a quanto l’Italia fa in un mese moderatamente positivo.
L’insegnamento riguarda l’uso disinvolto della spesa pubblica, di cui il Comune di Roma ad esempio sta offrendo alle cronache giudiziarie e politiche ultimi illuminanti esempi. E non è certo l’unico Comune dove i premi in denaro, per non parlare del resto, vengono dati a tutti, stravolgendo il concetto stesso di premio.
La Grecia è crollata perché, avendo un’economia basata sui noli marittimi, il turismo e il cemento, e senza industria o quasi, si è gettata sulla spesa pubblica facendone scempio, e alla fine finanziandola con il debito estero, arrivato a vagonate. Intanto c’era l’euro e i banchieri (di Francoforte e Parigi) non avevano capito non essere questa una garanzia a prova di bomba.
NON SIAMO COSÌ DIVERSI DA ATENE. L’Italia, purtroppo, ha fatto un po’ lo stesso con il debito interno, indebolendo così alla fine la sua stessa credibilità sui mercati finanziari. Forse in un domani si potrà trovare qualche parziale soluzione a livello Ue.
Ma è certo che lo sforzo di gran lunga maggiore dovrà essere fatto in casa. Qualcuno dubita che una razionalizzazione, e una moralizzazione, della spesa pubblica sia un passaggio evitabile? Abbiamo Regioni dove il costo medio di un dipendente è circa doppio rispetto ad altre.
E tanto per non indicare sempre il solito Mezzogiorno, che pure spesso se le va a cercare, abbiamo Comuni di montagna sul confine svizzero che 30 anni fa con 300 abitanti avevano due dipendenti comunali, e oggi con 130 residenti ne hanno sei, caricando Imu a livello milanese, ai non residenti.
Il concetto di Stato, e di spesa pubblica, deve fare ancora, da noi, parecchia strada. Non proprio come in Grecia, forse, ma non siamo certo agli antipodi.

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