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FINANZA 25 Giugno Giu 2015 1857 25 giugno 2015

People's bank of China entra in Intesa: cos'è il colosso cinese

Preso il 2,005% dell'istituto, altro tassello strategico. Come funziona l'impero di Zhou.

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La sede della People's bank of China.

All'Amministrazione americana la notizia non sarà piaciuta molto.
La People's bank of China, Banca centrale cinese, ha acquistato il 2,005% di Intesa San Paolo, il principale istituto di credito italiano per capitalizzazione dopo Unicredit.
PORTAFOGLIO RICCO. Aggiungendo così un altro pezzo da novanta al portafoglio di partecipazioni strategiche - in società quotate o partecipate dal Tesoro italiano - messo insieme in tre anni: Eni, Enel, Telecom, Prysmian, Saipem, Generali, Mediobanca, Fca sono alcuni degli investimenti fatti dal dragone nel nostro Paese.
OBAMA PREOCCUPATO. Gli Usa monitorano con attenzione la politica di investimenti cinesi in Europa, preoccupati dalla possibilità che l'espansione finanziaria e industriale di Pechino metta in discussione la supremazia finora detenuta dagli investitori statunitensi nel Vecchio Continente.
QUOTE SOPRA IL 2%. In tutte le aziende del portafoglio, l'istituto centrale cinese detiene quote di poco superiori al 2%.
Dettaglio non irrilevante, visto che quella è la soglia oltre la quale scatta l'obbligo di comunicazione al mercato.
CINESI NELLA TOP 10. Il Sole 24 ore ha calcolato che con l'investimento in Intesa, costato circa un miliardo di euro, «la Banca centrale cinese è passata dall'11esima all’ottava posizione nella classifica dei principali investitori esteri in una top ten guidata dai fondi Usa Blackrock (24,5 miliardi di partecipazioni) e Vanguard (12,9 miliardi) seguiti dal fondo sovrano norvegese (8,3 miliardi)».
Ma cos'è, come funziona e chi guida scelte e strategie dell'istituto di Pechino?

L'impero di Zhou: governatore dal 2002

La targa fuori dalla sede della People's bank of China.

Fondata nel 1948, la People's Bank of China nel corso degli anni ha subito diverse trasformazioni.
Fino al 1978 ha svolto i compiti tipici delle banche centrali, decidendo la politica monetaria, ma anche quelle dei tradizionali istituti di credito, che conteneva al suo interno essendo questi stati nazionalizzati all'epoca di Mao.
Nel 1980 le funzioni commerciali sono state scorporate e affidate a quattro banche di proprietà dello Stato.
SCELTO DAL CONGRESSO. Il governatore viene nominato dal congresso nazionale popolare, l'unica camera legislativa cinese composta in larga parte da membri del partito comunista.
Anche le politiche e le scelte strategiche dell'istituto passano di fatto al vaglio del Politburo.
Alla guida del colosso finanziario c'è dal 2002 Zhou Xiaochuan, il più longevo governatore della banca centrale cinese.
FA PARTE DELL'ÉLITE. Prima di questo incarico, Xiaochuan ha rivestito diversi ruoli politici.
Suo padre, Zhou Jiannan, era un alto funzionario del partito comunista molto vicino a Jiang Zemin, l'ex leader del partito dal 1993 al 2003.
Ma l'appartenenza alla classe dirigente del Paese, una ristretta élite intorno a cui vige il più assoluto riserbo e che gode di benefici e privilegi impensabili per la popolazione, non gli ha risparmiato anche alcune durezze.
GAVETTA IN PERIFERIA. Durante la Rivoluzione di Mao, Zhou, come molti altri ragazzi della borghesia urbana, istruiti e facoltosi, fu mandato in periferia perchè facesse un lavoro faticoso. Gli toccò una fabbrica nel Nord-Est della Cina.
LA FED COME MODELLO. Sotto la sua guida, la Banca centrale cinese ha cambiato fisionomia, avvicinandosi a quella della Federal reserve (Fed) americana, come racconta molto bene Neil Irwin nel libro The Alchemists: Inside the secret world of central bankers: pur mantenendo la vecchia cultura organizzativa della burocrazia cinese, si è aperta sempre di più al pensiero economico occidentale.
L'obiettivo di Zhou, spiega Irwin, era cerare un sistema finanziario cinese liberale e orientato al mercato.

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