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PREVISIONI 30 Giugno Giu 2015 1619 30 giugno 2015

Euro, la profezia di Milton Friedman: sarà la fine dell'Ue

Nel 1997 l'economista l'aveva detto. La moneta unica, senza un governo centrale con potere di spesa, aumenterà le divisioni politiche. Facendo fallire l'Unione.

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A rileggerla ora, mentre Alexis Tsipras accusa i creditori di voler rovesciare il suo governo e l'Unione europea vive la sua ora più difficile, suona come una macabra profezia.
RISCHIO FRAZIONAMENTO. Quasi 18 anni fa, correva l'anno 1997, il premio Nobel per l'economia Milton Friedman, esponente della scuola di Chicago e capofila degli economisti liberisti a livello mondiale, avvertiva che l'adozione di una moneta unica come l'euro, creata senza che ci fossero i necessari fattori di compensazione tra gli Stati dell'Unione, avrebbe portato, nel lungo periodo, al frazionamento dell'Europa.
MOTIVO DI DIVISIONI POLITICHE. Quando Friedman pubblicò la sua analisi The euro: monetary unity to political disunity, la moneta unica era ancora il progetto di un gruppo ristretto di leader politici, economisti e banchieri centrali.
Ma in quelle poche cartelle, aveva previsto il grande paradosso: l'introduzione della valuta comune europea «avrebbe esacerbato le tensioni politiche (...) e trasformato gli choc economici in questioni politiche divisive».

Milton Friedman alla Casa Bianca (GettyImages).

Ottimo strumento negli Stati Uniti, ma non in Europa

Milton Friedman in un'immagine d'archivio. L'economista riferimento di Ronald Reagan e Margareth Tatcher è morto nel 2006.

Il ragionamento di Friedman era semplice: una moneta comune è un eccellente strumento economico in certe condizioni; ma inadeguato, anzi controproducente, in altre.
La sua bontà o meno dipende dai meccanismi di aggiustamento che esistono tra gli Stati che adottano la valuta unica.
La prima situazione, quella positiva, per Friedman era rappresentata dagli Stati Uniti.
La seconda, dalla allora Comunità europea.
USA, TANTE COMPENSAZIONI. Gli Usa, infatti, presentavano all'epoca - e presentano ancor oggi - molti fattori di compensazione: «Gli americani parlano la stessa lingua, vedono gli stessi film e possono muoversi liberamente da un Paese a un altro, stipendi e prezzi sono moderatamente flessibili e il governo federale spende circa il doppio dei governi nazionali», scriveva l'economista.
E anche le differenze fiscali tra gli Stati, che pure esistono, sono poca cosa se paragonate al peso della «politica comune».
CHOC ECONOMICI ATTUTITI. Il risultato di questo quadro è che gli choc economici - e non ce ne sono stati pochi nella storia statunitense - vengono compensati dal «movimento di persone e capitali, dai trasferimenti di liquidità dall'amministrazione centrale agli Stati e dalla flessibilità di prezzi e stipendi».
L'Europa di allora, invece, non presentava nessuna di queste condizioni favorevoli: i beni e i capitali non si spostavano rapidamente, le differenze nella regolazione del mercato del lavoro e delle relazioni d'impresa erano notevoli, e la Commissione europea - allora e oggi - spende una frazione minima del budget dei governi dell'Eurozona.
UN'ANALISI IMPIETOSA. Per questo, diceva Friedman, l'andamento di prezzi e stipendi è meno flessibile.
E gli Stati membri risultano meno capaci di affrontare i traumi dell'economia.
Un'analisi impietosa, ma che risulta ancora più incisiva se si pensa che viene dall'economista divenuto celebre in tutto il mondo per aver smontato l'idea del ricorso all'inflazione come leva per la crescita.
Dallo studioso più distante da quella sinistra radicale che ha sempre invocato un'Europa più politica.

Il nucleo era la Germania: e oggi poco è cambiato

Atene, la bandiera greca accanto a quella dell'Unione europea.

Nel 1997 gli unici Paesi che presentavano condizioni adatte all'adozione di una moneta unica erano, secondo Friedman, la Germania, l'Austria e il Benelux, che tuttavia continuavano a mantenere le loro banche centrali nazionali.
Oggi cosa è cambiato? Poco. Troppo poco. L'integrazione delle economie 'tedesche', come previsto, è uno dei pochi punti fermi dell'Eurozona.
L'Ue si è dotata di un'autorità centrale in materia bancaria, ma la Bce di Mario Draghi sconta tutti i limiti della mancanza di un governo centrale con possibilità di spesa.
CRISI DEBITO NON SFRUTTATA. Il veicolo per uniformare le regole del mercato del lavoro e delle relazioni industriali è stata la crisi del debito, che ha permesso alla tecnocrazia europea di imporre ricette simili in Paesi a sovranità limitata, seppur temporanea.
Ma quelle norme, ancora più paradossalmente, sono ben distanti da quelle esistenti in Germania e Austria, dove, senza il fardello dell'austerity, gli investimenti pubblici direzionano intelligentemente la crescita e i sindacati hanno un ruolo cruciale nella definizione delle strategie delle imprese.
LA SVALUTAZIONE NON BASTA. L'Ue ha fallito anche nell'esportazione del modello considerato virtuoso.
E il caso greco dimostra che Friedman aveva ragione: la mancanza di fattori di compensazione, rende la Grecia incapace di superare la crisi facendo affidamento solo sulla flessibilità degli stipendi, la famosa svalutazione interna.

«L'euro nasce con un obiettivo politico, porterà all'effetto opposto»

Romano Prodi.

In un'intervista del novembre 2014, quando già il progetto europeo aveva subito duri colpi, Romano Prodi difendeva così l'introduzione dell'euro: «Non è, come si dice comunemente, un progetto dei banchieri».
Anzi, diceva alla rivista Limes l'ex premier italiano ed ex presidente della Commissione Ue: «È la più innovativa idea politica dopo la fondazione dell’Unione europea. La grande e irreversibile decisione di unire gli europei in una sola entità politica a partire dalla moneta».
UNA QUESTIONE TECNICA. Alla fine degli Anni 90, un salto di qualità politico per Prodi era impossibile: «Le discussioni su una politica di difesa comune si erano fermate su progetti minimalisti, bilaterali, di cooperazione. Quanto alla politica estera, le divisioni sul Medio Oriente o sull’influenza americana nel nostro continente erano evidenti».
Per questo si pensò di superare gli ostacoli sfruttando la presunta neutralità della tecnocrazia: «L’aspetto monetario», argomentava Prodi, «era affrontabile con argomenti tecnici, con i numeri, con le statistiche, che spesso tranquillizzano i politici e l’opinione pubblica».
L'integrazione che doveva seguire però si è bloccata. L'Europa della speranza, ammetteva in quella stessa intervista il padre italiano dell'euro, è stata sostituita dall'«Europa della paura».
Ma Friedman in qualche modo aveva previsto anche questo.
BARRIERA DELL'UNITÀ POLITICA. «La spinta per l'euro», spiegava l'articolo del 1997, «viene dalla politica, non dall'economia. L'obiettivo è quello di collegare Germania e Francia in maniera così stretta da rendere impossibile una nuova guerra europea e creare le basi per la federazione degli Stati Uniti d'Europa. Ma io credo che l'adozione dell'euro porterà all'effetto opposto».
La conclusione della riflessione era questa: «L'unità politica può pavimentare la strada per l'unità monetaria. L'unità monetaria imposta in condizioni sfavorevoli diventerà una barriera per l'unità politica».

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