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ANALISI 30 Giugno Giu 2015 0600 30 giugno 2015

Grecia, le responsabilità della crisi

Atene vicina al crac, Draghi si chiama fuori. Fmi schizofrenico. E i tentennamenti di Roma e Parigi lasciano campo libero ai falchi.

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Un giorno, probabilmente, si capirà meglio di chi sono le responsabilità.
E come l'Unione europea è arrivata fino a questo punto, a rischiare non solo una nuova crisi economica, ma soprattutto la sua fine politica.
Intanto Francesco Saraceno, economista dell'Istituto SciencePo di Parigi, spiega che «guardare le ultime proposte di accordo presentate dalle due parti - il Brussels group e il governo di Atene (qui la bozza di Tsipras corretta dalle istituzioni e qui la proposta dei creditori, ndr) - è chiaro che chi ha fatto più concessioni è il governo di Atene».
DA TSIPRAS MOLTE APERTURE. Nonostante la maggioranza della stampa italiana ed europea, Financial Times in testa, abbiano in questi mesi criticato l'esecutivo di Atene in termini di competenza e di atteggiamento e lo abbiano dipinto come un gruppo di 'no men', i documenti danno almeno atto a Tsipras & Co. di aver fatto alla fine molti passi verso le richieste dei creditori, come le stesse fonti greche avevano ribadito a Lettera43.it.
MA LE COLPE SONO DI ALTRI. Ora però ad Atene è iniziata la campagna elettorale sul referendum. E è arrivato, secondo l'economista, anche il cedimento al populismo.
Quello su cui Tsipras si sbaglia, osserva Saraceno, è sulle accuse alla Bce, mentre in questa fase, che è prettamente politica, le maggiori responsabilità sono di altri.

Il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi.

1. Draghi congela il livello di aiuti

La statua dell'euro a Francoforte.

Nel momento in cui il governo greco ha detto 'no' al piano del Brussels group - Fmi, Bce e Commissione europea - e l'Eurogruppo ha deciso di stoppare l'estensione degli aiuti ad Atene, la palla era passata nelle mani di Francoforte e di Mario Draghi.
LA BCE HA VERSATO 300 MILIARDI. La Banca centrale europea, infatti, da gennaio è stata il salvagente delle banche greche: tramite l'Ela, il sistema di liquidità di emergenza, ha girato alla banca centrale greca e agli altri istituti di credito oltre 300 miliardi di euro.
Ogni due settimane il board della Bce era chiamato a decidere se innalzare il tetto degli aiuti e finora aveva sempre innalzato il limite.
ORA NON SI POTEVA FARE DI PIÙ. A questo punto delle trattative però l'Eurotower ha deciso di mantenere lo stesso livello di aiuti.
Non ha chiuso i rubinetti, ma non li ha nemmeno aperti ulteriormente.
«Draghi», dice Saraceno, «ha in questi anni ha fatto molti strappi sulla politica economica europea, con un board che spesso non seguiva le sue posizioni. In questo momento se avesse aumentato ancora la liquidità sarebbe in qualche modo andato contro se stesso, visto che la Bce è parte dei creditori. Congelare il livello di aiuti era la sola cosa che poteva fare per tirarsi fuori».
Discorso diverso, invece su Fondo monetario e soprattutto sull'Eurogruppo: l'istituzione ha un vero mandato politico sul dossier greco.

2. Il Fmi ha preteso ricette liberiste senza cancellare il debito

Christine Lagarde, numero uno del Fondo monetario internazionale, con Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco.

Il Fondo monetario sulla Grecia è stato quasi schizofrenico.
La politica dell'istituzione di Washington, finanziata al 40% dal governo americano, si è sempre fondata su due pilastri: cancellazione dei debiti in cambio di accettazione di ricette liberiste.
La Grecia in questo senso è stata un'eccezione, perché la necessità di trovare un compromesso tra il Fondo monetario e le istituzioni europee ha fatto sì che il primo pilastro venisse accantonato e restasse il secondo.
MEDICINE SÌ, VANTAGGI NO. «Atene ha preso le medicine del Fondo monetario senza ottenerne i vantaggi», sintetizza Saraceno.
Dal 2013, come più volte ricordato su questo quotidiano, le ricerche del Fmi hanno pubblicamente smentito l'efficacia dell'austerity europea criticandone gli effetti sul debito e sulla crescita e schierandosi per un taglio netto dell'indebitamento greco. Tuttavia i ricercatori del Fmi non sono anche i suoi policy makers. E la teoria non è stata tradotta in pratica.

3. L'assenza di Francia e Italia e le colpe dei leader europei

Matteo Renzi, Alexis Tsipras e François Hollande.

Jean Claude Juncker ha dichiarato che questo accordo (qui il testo integrale del suo discorso) non è «stupida austerità»: abbassa gli obiettivi di bilancio, dà più tempo ai greci per raggiungerli. E non prevede tagli sulle pensioni.
Tuttavia nel documento pubblicato dallo stesso presidente Ue (qui i punti più salienti) restano quelle che Saraceno definisce «richieste simboliche», su cui l'Eurogruppo, cioè i leader della zona euro e in particolare i falchi del Nord, non hanno voluto cedere.
Se è vero come dice Juncker che non vengono chiesti tagli diretti agli assegni, è scritto che la Grecia deve ottenere risparmi dal sistema pensionistico pari a 0,25-0,5% di Pil per il 2015. E ottenere risparmi strutturali dal 2016 in poi.
NODO DELLE RIFORME SUL LAVORO. Ma soprattutto restano le richieste di revisione del sistema della contrattazione collettiva, compresa la riscrittura dei massimali degli stipendi.
La proposta dei creditori, frutto soprattutto della mediazione dello stesso Juncker, prevede un processo di consultazione pubblica.
E per la prima volta coinvolge l'Ilo, l'organizzazione internazionale del lavoro che negli anni scorsi ha lanciato molti allarmi sulla progressiva cancellazione del diritto del lavoro in Grecia.
Ma ribadisce anche che le riforme sulla contrattazione collettiva e sulla libertà di impresa devono essere prese in accordo con Bce, Fmi e Unione europea.
IL SILENZIO DI PARIGI E ROMA. Per Tsipras, sicuramente diffidente sul dossier, una proposta inaccettabile.
Di certo all'interno dell'Eurogruppo la durezza dei falchi dell'Eurozona non è stata compensata da prese di posizione chiare dei Paesi a guida socialista e social democratica.
«Francia e Italia», dice Saraceno, «hanno brillato per assenza». Il 28 giugno il premier Matteo Renzi ha cinguettato: «Il punto è: il referendum greco non sarà un derby tra Commissione Ue contro Tsipras, ma euro contro dracma. Questa è la scelta». Tsipras in serata ha specificato che «l'Italia è un Paese amico» e che con Roma «è aperto un canale di comunicazione». Ma la comunicazione tra le due capitali non si è tradotta in prese di posizione pubbliche. E a voler essere maliziosi si potrebbe dare ragione all'ex ministro delle Finanze greco Petros Doukas che a Lettera43.it ha dichiarato: «Renzi non difende Tsipras perché non vuole essere allineato con i deboli». In ogni caso, ora c'è poco da intraprendere mosse riparatorie. Ad Atene è iniziata la campagna elettorale e Roma e Parigi sembrano ormai fuori tempo massimo.

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