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L'ACCORDO 2 Luglio Lug 2015 2152 02 luglio 2015

Tagli alla Sanità, e gli altri sprechi delle Regioni

Ridotto il fondo di 2,35 mld. Ma per gli enti locali ci sono spese intoccabili.

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Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Tagli per 2,35 miliardi. A tanto ammonta la riduzione del fondo sanitario 2015. Un accordo arrivato il 2 luglio dopo mesi di tira e molla al termine della conferenza Stato-Regioni che aveva al primo punto proprio il nodo sulle risorse per la sanità. Da segnalare la contrarietà del Veneto e l'assenza di Lombardia e Liguria.
LORENZIN: «UN SUCCESSO». Per il ministro Beatrice Lorenzin è stato un successo. «L'intesa consentirà di compensare il mancato incremento sul Fondo», ha detto a caldo, «senza stravolgere l'impianto del Patto per la Salute».
Da ora in poi, ha aggiunto, «si lavorerà sulla produttività. E questo è un inizio molto importante».
Un entusiasmo il suo che però non è stato unanime.
SANITÀ, VITTIMA SACRIFICALE? Anche perché tra le voci di spesa delle Regioni da tagliare, in un'ottica di risparmio e abbattimento degli sprechi, la Sanità resta ancora la vittima sacrificale.
Lo aveva sottolineato il direttore di Quotidiano Sanità Cesare Fassari: «Quello che lascia veramente perplessi è che nessuna delle voci di ‘risparmio’ riguarda altri capitoli di spesa delle Regioni».
Il governo poteva quindi scegliere una dieta diversa. Come ridurre gli stipendi dei consiglieri, tesoretto che vale circa 1 miliardo l'anno.
Portare alla metà i compensi dei 1.100 eletti. O ridurre le consulenze esterne (800 milioni all'anno). Per non parlare dei trasferimenti alle «aziende regionalizzate, provincializzate, municipalizzate e consortili» che ogni anno succhiano la bellezza di 3,2 miliardi di euro. La lista poi può continuare: il governo avrebbe potuto ridurre anche la spesa di beni e servizi non sanitari che tocca i 6 miliardi l'anno (fonte Istat 2014).
Ma le voci contro non si fermano qui.
L'ALLARME DI ASSOBIOMEDICA. Assobiomedica, per esempio, ha lanciato l'allarme. «Le misure previste dall'intesa Stato-Regioni, che fissano un tetto di spesa per i dispositivi medici pari al 4,4%, sono irrealistiche e porteranno al collasso della Sanità», ha detto il presidente dell'associazione Luigi Boggio. «Perché senza dispositivi medici all'interno di un ospedale è impossibile erogare alcun i prestazioni sanitarie, neppure la più semplice. Per non sforare il tetto ed evitare il payback la spesa in dispositivi medici dovrebbe essere abbattuta di un ulteriore 15%, quando i prezzi sono già calati del -25%, abbassando la qualità dell'assistenza sanitaria a livelli che non possono considerarsi accettabili».
Per questo Boggio ha chiesto alle Regioni che «rivedano l'intesa e trovino soluzioni appropriate e sostenibili per la tutela della salute dei cittadini. Soluzioni che Assobiomedica ha ipotizzato in un documento, inviato nei giorni scorsi ai presidenti e assessori alla Salute di tutte le Regioni, nel quale vengono prospettati interventi che porterebbero risparmi per oltre 2 miliardi di euro entro il 2016».
CGIL: «TAGLI LINEARI». Critica anche la Cgil. «Si tratta di tagli al finanziamento, e quindi lineari, da 2,352 miliardi all'anno a partire dal 2015», ha commentato Vera Lamonica, segretaria confederale, «sommati a quelli degli ultimi anni riducono ulteriormente e drammaticamente le risorse per garantire beni e servizi ai cittadini e per rinnovare il contratto ai lavoratori».
Secondo la sindacalista «i settori di spesa sanitaria da tagliare, individuati tardivamente dall'intesa Stato-Regioni, non compensano la riduzione del finanziamento e non colpiscono di per sé gli sprechi». «Gli interventi previsti sulla spesa inappropriata valgono meno del 10% dei risparmi complessivi».
IL VENETO SULLE BARRICATE. Duro, com'era prevedibile, l'attacco del Veneto. «Con il nostro irremovibile no», ha tuonato in una nota il governatore Luca Zaia, «siamo stati coerenti, come lo siamo da mesi, a fronte di dissennate politiche della salute, con tagli lineari che penalizzano i virtuosi e premiano gli spreconi, con riduzioni delle prestazioni che ci avvicinano alla Grecia e al Portogallo dove, a differenza del Veneto, l’attesa di vita è sensibilmente più bassa, e dove – sempre a differenza del Veneto – i più ricchi sono anche i più sani».
«Eravamo, siamo e rimaniamo sulle barricate», ha aggiunto l'assessiore regionale Luca Coletto. «La posizione del Veneto non è cambiata. Eravamo, siamo, e saremo contrari ad ogni tipo di taglio alla sanità che non vada prima di tutto a colpire gli sprechi dove ci sono».
«SI RIDUCE L'ASPETTATIVA DI VITA». «La Lombardia così come il Veneto e la Liguria», gli ha fatto eco Massimo Garavaglia, coordinatore degli assessori finanziari in Conferenza Regioni, «non ha partecipato all'intesa sui tagli, alla sanità perché mettono a rischio l'aspettativa di vita della popolazione. Con questi tagli ci si avvicina alla soglia del 6,5% di incidenza della spesa sanitaria sul Pil. Sotto questo livello si riduce per l'appunto l'aspettava di vita della popolazione. Al di là quindi dei miglioramenti qualificati e che si possono fare in diverse realtà territoriali il livello del fondo sanitario è al limite, visto l'imminente manovra che Renzi ha già annunciato. L'importante è di avere chiaro questo punto a meno di non voler fare come, la Grecia che ha visto aumentare la mortalità infantile a causa dei tagli».

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