Economia 3 Luglio Lug 2015 1014 03 luglio 2015

Concorsi Pa, l'ateneo di provenienza conta

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Ai concorsi oltre al voto conta l'Ateneo Prende forma l'annunciata rivoluzione di concorsi pubblici e i riflettori si accendono sul voto di laurea: non basterà più il 'numero' ma potrà contare anche l'ateneo di provenienza e altri fattori in grado di depurare da effetti distorsivi il famigerato pezzo di carta. La novità passa come emendamento alla delega P.a, all'esame della commissione Affari Costituzionali della Camera, dove è arrivata dopo il primo via libera al Senato. Altre modifiche hanno toccato il capitolo dedicato ai dirigenti, per cui la possibilità di licenziamento scatterà, si precisa, solo a seguito di una 'bocciatura', ovvero di una valutazione negativa sull'operato svolto. Quindi non basterà più essere privi di incarico per un determinato periodo ma bisognerà avere avuto almeno una volta la possibilità di lavorare e di conseguenza di essere giudicati. Quanto a incarichi direttivi e dirigenziali, viene precisato che, anche i pensionati li possono svolgere purché a titolo gratuito e per un anno. PIU' IMPORTANZA ALLE LINGUE STRANIERE. La Pubblica Amministrazione punterà anche la lente sul tipo di ateneo e più in generale sull'ambiente di cui quel voto è il frutto. Sempre sul fronte concorsi viene sancita l'importanza dell'inglese e di altre lingue straniere, la cui conoscenza dovrà sempre essere verificata o come requisito per la partecipazione o come titolo di merito. Cambierà inoltre anche il format dei concorsi, saranno centralizzati o, quanto meno, aggregati. Anche qui l'obiettivo è arrivare a una "valutazione uniforme". ESAMI A TAPPE. Insomma la P.a. vuole evitare di imbattersi in 'furbetti' che riescono a spuntarla scovando il varco più facile. Tanto che nel pacchetto di emendamenti sui concorsi, c'è anche la previsione di un polo unico per le selezioni pubbliche, una sorta di agenzia o dipartimento ad hoc che riunisca tutte le diramazioni responsabili in materia. Una megastruttura, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, con il compito di gestire le prove. Un'altra novità infine, riguarda l'articolazione stessa degli esami: si va verso una scansione in diverse tappe, con la possibilità di acquisire titoli e superare verifiche che valgono per più concorsi. SCOPO DELLA RIFORMA. Lo scopo, sottolinea uno dei firmatari, Andrea Giorgis (Pd), "era quello di non interrompere di colpo esperienze fruttuose di vertice", vista la 'tagliola' imposta su collaborazioni e consulenze dal decreto legge sulla P.a. dell'estate scorsa. La parte del provvedimento più rivista è però quella sulle selezioni pubbliche. L'aggiustamento, firmato dal deputato Pd Marco Meloni e riformulato dal Governo, è destinato a cambiare le carte in gioco. Finora nei concorsi il voto ha il suo peso mentre, almeno nella fase delle prove basata sui punteggi, l'università che ha rilasciato il titolo accademico non fa testo. Adesso si cambia: "superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l'accesso ai concorsi e possibilità di valutarlo in rapporto a fattori inerenti all'istituzione che lo ha assegnato e al voto medio di classi omogenee di studenti". Ad esempio, spiega Meloni, "il mio voto verrà considerato a seconda del voto medio che viene dato nella mia facoltà. Vogliamo impedire che gli studenti scelgano un certo indirizzo solo perché il meccanismo di valutazione è più generoso". Ovviamente il meccanismo sarà definito nei decreti attuativi del ddl Madia, ma il concetto è chiaro: il voto preso in se stesso, slegato da tutto il resto, non sarà più un elemento chiave.

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