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SALVATAGGIO 7 Luglio Lug 2015 1900 07 luglio 2015

Grecia, è il taglio del debito la chiave dell'accordo

L'intesa Atene-Ue passa dalla ristrutturazione o dall'allungamento. Il buco vale 340 miliardi. Tsipras punta a ridurlo del 30%. Germania restia: se ci prova l'Italia?

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Angela Merkel e Alexis Tsipras.

Romano Prodi ha accolto con favore il 'no' al referendum greco, perché adesso «siamo fortunatamente condannati a riaprire le trattative. Su tutto, anche sulla ristrutturazione del debito».
Con l'estrema semplicità che contraddistingue gli americani, il New York Times sintentizzava così la vicenda ellenica: «O si caccia la Grecia dall'Eurozona oppure si offre un cammino alternativo per l'economia greca, a cominciare dalla remissione del suo enorme e impagabile debito pubblico».
TEMA NON PIÙ TABÙ. Perché più passano le ore e più le parti iniziano a trattare un tema fino a qualche settimana fa tabù.
E che non riguarda soltanto la Grecia: il presidente americano Barack Obama ha chiesto al suo collega francese, François Hollande, di «rendere il debito sostenibile all'interno di tutta l'Eurozona».
'SOLO' 340 MILIARDI. Tornando al corpo del reato, il debito ellenico non è così elevato: quasi 340 miliardi di euro. Ma diventa insostenibile se rapportato alla ricchezza totale: il 180% del Pil.
La Grecia non ha mai posto al tavolo delle trattative con i creditori il suo altissimo debito pubblico: vuoi perché deve pagarne il grosso soltanto dal 2020 (e a un tasso ”politico” dell’1,5%) vuoi perché quello che stava veramente a cuore ad Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis era ridurre l’avanzo primario e recuperare moneta sonante per rimettere in sesto l’economia greca.
BERLINO FA RESISTENZA. Eppure, proprio una ristrutturazione dell’altissimo passivo potrebbe essere la chiave per giungere un accordo che soddisfi tutte le parti in cause.
Anche se c’è - operazione non da poco - ancora da forzare le resistenze della Germania.

Atene forte del nuovo approccio del Fmi

Il ministro delle Finanze greco Euclid Tsakalotos tra il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem (a sinistra) e il ministro delle Finanze francese Michel Sapin (destra).

Non a caso Atene sta facendo pressioni perché al Consiglio dei capi di Stato e di governo in corso a Bruxelles quantomeno si accenni al tema.
Forte anche del nuovo approccio del Fondo monetario internazionale, secondo il quale la Grecia potrà sostenere il suo fabbisogno finanziario (circa 50,2 miliardi da qui al 2018 ai quali vanno aggiunti 16 miliardi di euro in debiti in scadenza) soltanto attraverso un pacchetto di aiuti stile piano Marshall e il taglio del debito pubblico.
PROPOSTA: TAGLIO DEL 30%. Dopo il 'no' al referendum sul ritorno all'austerità, Tsipras è pronto a proporre un taglio al debito del 30%, accanto alla richiesta di poter spalmare su più anni le misure restrittive (aumento dell'Iva, innalzamento dell'età pensionistica, introduzione di una patrimoniale che colpisce anche il ceto medio).
Tsipras è ben cosciente che il ritorno dell’austerity è ineludibile.
Al punto che al tavolo delle trattative il Fmi ha alzato la voce e stigmatizzato il fatto che nella piattaforma greca ci fossero troppe tasse in grado di bloccare l’attività economica e pochi tagli per liberare risorse capaci di finanziare la ripresa.
NIET SULLA DIFESA. Come dimostra il niet all'ex Troika sull'ipotesi di ridurre di 2 miliardi la spesa per la Difesa, pur di non irritare il titolare di quel dicastero, Panos Kammenos, che è anche leader del partito alleato xenofobo Anel.
Al di là dell’esito del referendum, Tsipras non ha i voti in parlamento per far passare il ritorno dell'austerity.
A meno che non cambi maggioranza (ma ha stravinto, gli conviene?) o che non porti a casa un successo ancora più roboante: come potrebbe essere quello di ottenere uno sconto sul debito, anche se inferiore al 30% chiesto in questi giorni.

Operazione meno complessa di quanto sembra

Alexis Tsipras, Angela Merkel, Jean-Claude Juncker e François Hollande al tavolo delle trattative sulla Grecia.

L’operazione è meno complessa di quanto si immagini, e non soltanto perché realizzata già nel 2011 con l’avallo tedesco.
Dei 340 miliardi di debito, solo meno di un quinto è in mano ai privati.
I quali - come il fondo americano Pimco - hanno ottenuto dall'inizio dell'anno grosse plusvalenze comprando i titoli a prezzi stracciati, incassando gli alti rendimenti e ”coprendo” l’investimento con Etf sulla borsa greca quotati al listino americano.
PERDITE ASSORBIBILI. E se pure ci saranno delle perdite, saranno inferiori a quelle registrate sui mercati in questi giorni: soltanto lunedì 6 luglio le Borse hanno saluto l’esito del referendum bruciando 100 miliardi di capitalizzazione.
Anche gli altri detentori pubblici - la Banca centrale europea l'Ue in testa - avrebbero la possibilità di ammortizzare le perdite, visto che i soldi con i quali i Paesi hanno finanziato i fondi Salva-Stati che hanno comprato i bond possono essere scomputati dal calcolo del 3% e dal deficit.
SCADENZE RINVIATE? Ma c’è anche chi ipotizza l’ennesimo allungamento delle scadenze o un trasferimento dei titoli a un soggetto terzo (Varoufakis suggeriva la Bei, Banca europea per gli investimenti).
Dell’ipotesi discutono ormai pubblicamente i banchieri: non dispiace alla Francia e anche in Bce ci sarebbe il via libera a una rinegoziazione sulle scadenze.
Tutto bene allora? Non proprio. Perché il tema spaventa i tedeschi.
DOPO ATENE C'È L'ITALIA. Un portavoce del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha sottolineato che «una ristrutturazione del debito greco non è un tema della discussione».
A Berlino c’è il timore che dopo Atene anche l’Italia (con il suo debito monster da oltre 1.800 miliardi) possa chiedere lo stesso trattamento.
Per non parlare della richiesta americana di introdurre forme di emissioni comunitarie (eurobond) che ai tedeschi non convengono, visto che la forza del Bund ha permesso loro di rifinanziarsi a zero.

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