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ECONOMIA 8 Luglio Lug 2015 1617 08 luglio 2015

Cina, la Borsa crolla: così si creano nuove bolle

Prima l'oro. Poi l'immobiliare e i terreni edificabili. Adesso tocca alla finanza. Alla base sempre l'infrazione delle regole di mercato. Che apre agli speculatori.

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da Pechino

L'8 luglio la Borsa cinese ha perso il 5,9%.

L'8 luglio la Borsa cinese ha chiuso in calo del 5,9%, malgrado Pechino la stia sostenendo con l’acquisto di titoli e l’immissione di liquidità.
Tokyo ha chiuso in ribasso del 3,1%. L'ondata di panico si è estesa a Hong Kong, che ha perso oltre il 5,6%, e a Taiwan, che ha chiuso a -3% (il calo maggiore da tre anni a questa parte). Chiusure negative anche per Seul e Sidney.
E ci si aspetta che la caduta del mercato asiatico influisca anche sulle Borse europee, che già subiscono anche l’incertezza dovuta alla crisi greca.
LE SIMILITUDINI CON LA CRISI DEL '29. Come ha scritto il Telegraph, «in una qualsiasi altra estate, il crollo del 30% delle Borse cinesi – una perdita che equivale grossomodo all'intera produzione della Gran Bretagna dell'anno scorso – dopo che nel giro di un anno le quotazioni sono più che raddopiate, avrebbe fatto le prime pagine dei giornali di tutto il mondo».
Alcuni grafici accostano l'andamento della Borsa di Shanghai nel 2015 a quello di Wall Street nel '29. Il parallelismo è sorprendente anche se crescita e crollo cinesi hanno un andamento ancora più estremo.
C'è anche chi ha già sottolineato come lo scenario macroeconomico degli Stati Uniti di allora sia molto simile a quello della Cina di oggi: lavoratori migranti che cercano fortuna come operai in città, alle spalle un ventennio caratterizzato da mobilità sociale, crescita industriale e della domanda interna.
90 MILIONI DI PICCOLI AZIONISTI. Le Borse di Shanghai e Shenzhen hanno 90 milioni di conti individuali di intermediazione, cioè di piccoli azionisti, più degli iscritti al Partito comunista cinese, più degli abitanti della Germania.
Si tratta del secondo mercato azionario più grande del mondo (dopo quello Usa). Quest'anno l'indice di Shanghai è salito vertiginosamente fino a toccare rialzi del 150%. I piccoli risparmiatori cinesi sono stati presi dall'euforia, solo a maggio sono stati aperti 12 milioni di nuovi conto-titoli. E il 12 giugno ha cominciato a crollare.
È esploso il panico e 90 milioni di piccoli risparmiatori di certo poco istruiti sull'andamento del mercato finanziario hanno cominciato a vendere.

Banca centrale pronta a immettere liquidità

La sede della People's bank of China.

L'8 luglio quasi la metà delle società quotate sui listini cinesi ha sospeso le contrattazioni.
La ragione non dichiarata è quella di mettersi al sicuro dall'ondata di vendite che nelle ultime tre settimane ha messo in subbuglio i mercati della Cina continentale e che continua nonostante le misure messe in campo dal governo e dalla People's Bank of China per frenare la turbolenza.
L'INTERVENTO DI PECHINO NON BASTA. La banca centrale ha assicurato che fornirà al mercato «ampia liquidità» per arrestare il crollo e, riporta Bloomberg, ha promesso di fare ciò che è in suo potere per prevenire rischi sistemici.
Ma finora a poco sembrano essere serviti gli interventi di Pechino, come lo stop delle offerte pubbliche iniziali e gli interventi sul margin trading.
Il premier Li Keqiang nel suo ultimo intervento, per mostrarsi fiducioso sulla capacità di sostenere l'economia in frenata, ha evitato di toccare il nodo Borse.
STIMOLI FISCALI E MONETARI. Questo nonostante il governo si sia mosso a salvaguardia dei listini per due ordini di ragioni: evitare ripercussioni a livello sociale per via dello spettro di una crisi del credito e modernizzare il mercato in modo da rendere quello delle cosiddette a-share meno dipendente dall'azionariato popolare e più aperto a fondi e investitori istituzionali. Pechino «è determinata a evitare la caduta», scrivono gli analisti di Hsbc.
La Cina ha ancora un'economia pianificata e centralizzata. Secondo molti il governo farà fronte alla situazione con stimoli fiscali e monetari. Ma l'impatto del crollo in atto, sostengono molti analisti, non sarà peggiore di quello del biennio tra il 2007 e il 2008, quando l'indice di Shanghai perse due terzi del suo valore.
NUOVE BOLLE CRESCONO. A questa lettura, però, se ne contrappone un'altra più preoccupante. Negli ultimi anni, fanno notare gli scettici, Pechino ha sgonfiato le sue bolle creandone di nuove. Gli investimenti sono passati dall'oro all'immobiliare, poi ai terreni edificabili e infine ecco la bolla finanziaria. Come in precedenza, secondo l'autorevole rivista finanziaria Caixin, il peccato originale è stato proprio quello di «aver ignorato le regole del mercato» e di non aver riconosciuto in tempo che i rialzi dell'ultimo anno erano «frutto di investimenti speculativi non sostenibili».
Gli organismi regolatori cinesi, denuncia ancora la rivista, avrebbero dimostrato mancanza di coordinamento e di efficacia nel non aver saputo prevedere l'incombente rischio sistemico.

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